Caso nomine Procure, il lato oscuro dei magistrati. Favamara.

Tutti i protagonisti della bufera che rischia di decapitare la magistratura italiana. Media parte integrante della vicenda.  

Incontri, regali, intrecci, nomine, correnti, corruzione e favoritismi. C’è di tutto nel caso che da qualche giorno scuote la magistratura italiana. Tanto che qualcuno è arrivato a definire la vicenda che riguarda, in primis, Luca Palamara come qualcosa di assimilabile allo scandalo della P2. La storia parte dalle nomine alla procura di Roma. A inizio maggio è andato in pensione il procuratore capo della Capitale, Giuseppe Pignatone, e ora si dovrà scegliere il suo successore. In questa nomina sarà decisivo il ruolo del Consiglio superiore di magistratura. L’ultima tappa, in Csm, è stata quella del 23 maggio, quando la Quinta Commissione aveva chiuso i lavori formulando tre proposte al plenum: Viola (4 voti), Lo Voi e Creazzo (uno a testa). E lo scandalo porta il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, a valutare una riforma del Csm con tanto di intervento sul sistema elettorale delle toghe. Tutto nasce intorno alla figura di Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati ed ex consigliere del Csm. Viene coinvolto nell’inchiesta di Perugia per presunta corruzione. Subito dopo si è autosospeso dall’Anm, che ha guidato dal 2007 al 2012. Tra le accuse rivolte nei suoi confronti dai pm c’è anche quella di aver ricevuto 40mila euro da due avvocati per favorire la nomina di Giancarlo Longo a procuratore di Gela. Nomina poi bloccata dal presidente della Repubblica (e del Csm) Sergio Mattarella. Ma non è l’unica accusa: secondo i pm alcuni avvocati e un imprenditore avrebbero versato “utilità” per familiari e conoscenti di Palamara. Che avrebbe anche ricevuto un anello da duemila euro per donarlo a un’amica, oltre ad alcuni soggiorni in località turistiche. Palamara, secondo quanto ritiene l’accusa, avrebbe voluto svolgere un ruolo centrale nelle prossime nomine. Non solo a Roma, ma anche a Perugia, dove verrà nominato un nuovo procuratore che sarebbe stato un importante alleato, essendo il capoluogo umbro la sede in cui vengono giudicati i magistrati romani. Palamara avrebbe incontrato esponenti del mondo della magistratura a Roma, probabilmente proprio con lo scopo di ritagliarsi un ruolo decisivo in queste partite di nomine. Le riunioni avvenivano in tarda serata, in un hotel della Capitale. In una di queste erano presenti anche due importanti esponenti del Pd: l’ex ministro Luca Lotti e l’ex sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri. Negli stessi incontri erano anche presenti alcuni consiglieri del Csm e persone appartenenti ad altri ambienti, come il presidente della Lazio Claudio Lotito. Palamara aveva anche due obiettivi personali da perseguire, secondo quanto raccontato da Repubblica: da una parte diventare procuratore aggiunto di Roma, dall’altra iniziare una vera e propria crociata contro Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. Tra i parlamentari chiamati in causa ci sono due esponenti del Pd: Luca Lotti e Cosimo Ferri. Proprio quest’ultimo si difende chiedendo perché questi incontri sarebbero ritenuti illeciti: “La sera uno può fare quello che vuole, incontrarsi con chi vuole”. “Non stiamo parlando di niente, io ho un passato associativo, sono stato membro del Csm, dell’Anm, mi occupo di giustizia”, afferma l’ex sottosegretario alla Giustizia. Che ritiene giusto che la “magistratura sia indipendente”. L’importante, quindi, è che “ciascuno mantenga la propria posizione”, rispettando l’autonomia della magistratura. E su Palamara commenta: “Palamara è un collega, dal punto di vista associativo non siamo mai stati sulla stessa posizione. Detto questo lo posso frequentare benissimo, è una persona che vive un dramma umano e gli auguro di risolvere i suoi problemi giudiziari”.

E poi ha giocato un ruolo importante anche la stampa. Il pm romano Rocco Fava ha passato a due giornalisti, Marco Lilo de ‘Il Fatto Quotidiano’ e Gaicomo Amadori de ‘La Verità’, il testo del velenoso esposto contro il procuratore uscente di Roma, Giuseppe Pignatone e il suo vice Paolo Ielo, che secondo l’inchiesta costituì un tassello fondamentale della strategia per conquistare la Procura di Roma.

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