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  • Roma - Sabato 17 Ottobre 2026, 12:40

«Ci siamo divertiti così»: quando la violenza diventa uno scherzo

Due adolescenti, sei aggressioni e una minicar per le strade di Roma. Dal disimpegno morale al rinforzo tra pari, la vicenda della minicar romana apre una domanda inquietante: quanto può cambiare il nostro giudizio quando accanto a noi c’è qualcuno che approva, partecipa e ride?

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«Ci siamo divertiti così»: quando la violenza diventa uno scherzo
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di Viktorie Ignoto

Sera del 5 ottobre 2026, quartiere Monteverde Vecchio di Roma: l’attore Davide Iacopini, apparso, tral’altro, in “Suburra” e “Diaz”, 42 anni, percorre via Anton Giulio Barrili su un monopattino. Una minicar nera con due ragazzi a bordo gli si affianca. Secondo la prima ricostruzione degli inquirenti, dal lato del passeggero parte un’aggressione e Iacopini perde il controllo del monopattino. Cade e va a sbattere violentemente contro un’auto parcheggiata. Il trauma cranico è gravissimo. Viene trasportato al San Camillo, ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a due interventi neurochirurgici. Il fascicolo è passato alla Procura presso il Tribunale per i minorenni di Roma, che procede nei confronti dei due ragazzi per tentato omicidio, lesioni personali aggravate e percosse in concorso. I due ragazzi sono stati convocati per un nuovo interrogatorio davanti al pubblico ministero minorile lunedì 20 ottobre.

 Iacopini non è l’unico. Tra Monteverde e Testaccio emergono altre aggressioni avvenute tra il 4 e il 5 ottobre: pedoni, ciclisti e persone in monopattino avvicinati da una piccola auto nera, colpiti o spaventati e poi lasciati indietro. Gli episodi attribuiti ai due ragazzi diventeranno sei.

 A tradirli è la minicar perché un meccanico ne riconosce le peculiarità: una minicar nera opaca con l’adesivo di un cobra rosso non passa certo inosservata! Le immagini delle telecamere di sorveglianza cominciano a ricostruirne gli spostamenti. Carabinieri e Polizia Locale incrociano filmati, testimonianze e altri elementi investigativi fino a risalire ai due ragazzi e sequestrare il veicolo. Un berretto perso durante una delle aggressioni contribuirà ulteriormente alla ricostruzione.

 

I presunti autori hanno 16 e 17 anni. Uno vive a Monteverde, l’altro a Testaccio. Sono amici e hanno già un precedente per un furto commesso insieme. Uno dei due è figlio di un carabiniere. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, nelle ore delle aggressioni stavano festeggiando il compleanno di uno di loro. Le indagini riescono inoltre a ricostruire alcuni dei loro spostamenti anche attraverso i dati di localizzazione di un’app di parental control installata sul telefono di uno dei ragazzi.

 Il 14 ottobre ammettono, in caserma, il loro coinvolgimento. Uno dei due, quando arriva all’episodio di Iacopini, sostiene di essersi affiancato con la minicar al monopattino e di avergli tolto una mano dal manubrio, negando invece di avergli sferrato un calcio.

 Ma sono soprattutto poche parole, attribuite ai due ragazzi durante gli interrogatori, a rendere questa storia difficile da liquidare come l’ennesimo episodio di violenza giovanile:

 «Quella notte ci siamo divertiti così.»

 E uno di loro avrebbe spiegato:

 «Sicuramente abbiamo fatto qualcosa, ma erano scherzi.»

 

Uno “scherzo” che, per Davide Iacopini, è terminato in una terapia intensiva.

 Non siamo in grado di spiegare retrospettivamente i moventi e le condizioni sottostanti l’effettiva e peculiare condizione psicologica di ognuno dei due. Tuttavia è possibile domandarsi:

 Come possiamo arrivare ad attingere alla sofferenza di qualcun’altro per poterci, almeno temporaneamente, divertire? Quanto il semplice fatto di essere in due permette di cambiare il significato stesso di ciò che stiamo facendo?

 Smontiamo un luogo comune: “mancava loro l’empatia”. Si può comprendere la sofferenza di qualcuno senza che quella comprensione sia sufficiente a fermare il comportamento che la provoca. La più recente letteratura ha evidenziato come profili antisociali e tratti psicopatici non presentano lo stesso tipo di compromissione empatica, ovvero: non tutte le persone che manifestano comportamenti antisociali o tratti psicopatici hanno “poca empatia” nello stesso modo. Posso riconoscere la sofferenza altrui senza condividerla in termini affettivi. Oppure, nei casi più estremi, posso anche arrivare a non riconoscerla affatto.

Secondo A. Bandura, nel fenomeno del “Moral disengagement” possiamo temporaneamente “disattivare” la morale senza perderla o modificarla: ciò è possibile ristrutturando cognitivamente la situazione in modo che, in quel momento, la propria regola morale sembri non applicarsi pienamente. La ricerca mostra una relazione piuttosto robusta tra “moral disengagement” e aggressività giovanile. Dire che un’aggressione sia stata uno “scherzo” può rivelare due meccanismi sottili sottostanti questo fenomeno: l’etichettamento eufemistico (poiché è stato cambiato il nome dell’azione, da “aggressione” a “scherzo”) e un’evidente minimizzazione e distorsione delle conseguenze. Con queste premesse è possibile passare agilmente da “sto aggredendo” a un più confortante “sto facendo uno scherzo”, “non gli succederà niente”. Peter McGraw e Caleb Warren proposero nel 2010 la Benign Violation Theory dell’umorismo secondo cui qualcosa tende a farci ridere quando viene percepita, contemporaneamente, sia come una violazione che come una cosa sufficientemente innocua. E’ proprio qui che si prospetta la zona intermedia: “E’ sbagliato… ma non poi così grave”. Secondo i due ricercatori, una violazione può apparire più “benigna” quando sussiste una distanza psicologica, oppure quando una norma alternativa rende l’azione accettabile, oppure quando l’individuo è debolmente impegnato nella norma violata.

Perché qualcosa sia divertente non deve essere innocuo. E’ sufficiente che venga percepito come innocuo da chi ride. Inoltre, al di là della propensione degli adolescenti di assumere condotte molto più a rischio in presenza dei propri pari, esiste anche il fenomeno formulato da T. Dishion e colleghi della “Deviacy training”: due adolescenti, durante una normale interazione sociale, possono rinforzare reciprocamente comportamenti devianti. Uno racconta qualcosa di trasgressivo: l’altro ride. Uno propone qualcosa: l’altro lo approva. Uno alza il tiro: l’altro reagisce alzandolo a sua volta. Diventa una viziosa spirale di rinforzi sociali. Le osservazioni delle conversazioni tra amici hanno rivelato come anche i discorsi antisociali possono essere rinforzati attraverso segnali affettivi positivi come quella di un sorriso.

Questi pattern sono stati dalla letteratura associati a comportamenti problematici successivi. In questo caso, per creare una norma sociale non ci serve necessariamente una grande folla, oppure una gang. Basta solo un’altra persona. Una diade, grazie alla quale dirsi: “se tu non ti fermi, forse non devo fermarmi neanche io” per poi avviare una crescente escalation di disinibizione reciproca. Entrambi ricevono contemporaneamente: approvazione sociale, riduzione della percezione di anormalità, ricompensa relazionale, un modello comportamentale e una possibile prima forma di diffusione di responsabilità. Ognuno diventa per l’altro una prova sociale che ciò che stanno facendo è accettabile all’interno di quella che Echterhoff, Higgins e Levine definirebbero come “Shared reality”, che riguarda l’esperienza soggettiva di condividere con un’altra persona uno stato interno (una valutazione, un sentimento, una credenza) riguardo a qualcosa inerente il mondo. Quindi, con un “facciamo la stessa cosa”, intendiamo esternare il fatto che, attraverso la condivisione di una  trasgressione  vissuta come eccitante (sensation seeking) “sentiamo che vediamo questa cosa nello stesso modo”.

Tirando le somme: l’adolescenza è un periodo nel quale il valore sociale delle esperienze viene percepito in modo saliente. Un coetaneo con cui un adolescente si accompagna può contribuire a modificare quanto un’azione gli appare gratificante, rischiosa, accettabile e persino divertente. Ora, siamo in grado di fare uno step successivo e possiamo ragionevolmente concludere chiedendoci:

 Se una sola persona può rendere più facile oltrepassare un limite, una sola persona può, allo stesso modo, ricordarci che quel limite esiste?

 Un dissenso, un’esitazione, persino un semplice “no” possono interrompere il fenomeno del rinforzo reciproco e, potenzialmente, cambiare ciò che, in quel momento, ci appare accettabile.

     «Il contrario del coraggio, nella nostra società, non è la codardia, ma il conformismo.»

                                                                                                               Rollo May

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