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  • Roma - Mercoledì 7 Ottobre 2026

7 ottobre, il dovere di ricordare ogni vita spezzata

Tre anni dopo il massacro compiuto da Hamas, la memoria delle vittime chiede parole chiare e una responsabilità comune: condannare il terrorismo, contrastare l’antisemitismo e difendere la vita dei civili.

 

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di Redazione

Ci sono anniversari che fanno tornare una domanda prima ancora di un ricordo: come è stato possibile? Il 7 ottobre appartiene a questi. Sono trascorsi tre anni dal giorno in cui Hamas e altri gruppi armati attaccarono Israele, uccidendo e prendendo in ostaggio persone nelle loro case, nelle comunità, nei luoghi della vita quotidiana. Una strage che ha lasciato ferite profonde nelle famiglie e nei sopravvissuti.

Dietro la parola “vittime” ci sono vite che meritano di essere ricordate nella loro interezza. Affetti, abitudini, progetti, appuntamenti rimasti sospesi. C’è qualcuno che continua a misurare il tempo a partire dall’ultima telefonata, dall’ultimo abbraccio, da una porta chiusa alle spalle senza sapere che non ci sarebbe stato un ritorno. Per chi ha perduto una persona amata, un anniversario può riportare tutto vicino, anche ciò che ogni giorno si cerca faticosamente di sopportare.

Ricordare significa concedere spazio a quel dolore. Significa resistere alla fretta con cui il dibattito pubblico trasforma ogni tragedia in un argomento da usare, una posizione da difendere, una disputa da vincere. Prima delle interpretazioni vengono le persone. Prima delle convenienze vengono le responsabilità di chi ha scelto di uccidere e rapire.

Sul massacro del 7 ottobre occorre parlare con chiarezza. Hamas ha compiuto un attacco terroristico. Colpire deliberatamente i civili e trascinarli in ostaggio è un crimine che nessuna rivendicazione politica può rendere accettabile. La storia di un conflitto va conosciuta e discussa; non può diventare un espediente per attenuare la responsabilità degli autori di una strage.

Questa chiarezza deve accompagnarsi alla capacità di distinguere. Gli ebrei, ovunque vivano, non possono essere chiamati a rispondere delle decisioni di un governo. I palestinesi non possono essere identificati collettivamente con Hamas. Quando queste distinzioni scompaiono, le persone diventano bersagli per la loro appartenenza e il pregiudizio trova nuove giustificazioni.

La memoria del 7 ottobre ci impegna anche a riconoscere il dolore dei civili palestinesi travolti dalla guerra a Gaza. Le loro sofferenze non cancellano quelle delle famiglie israeliane, così come il lutto israeliano non diminuisce il valore di una vita palestinese. È possibile tenere insieme queste responsabilità, senza confondere gli eventi o dissolvere le colpe. È necessario farlo, se vogliamo che la difesa della vita conservi un significato anche nei momenti più difficili.

Per chi fa informazione, questo anniversario comporta un dovere preciso: verificare, chiamare i fatti con il loro nome, evitare che le vittime vengano ridotte a simboli utili alla propria tesi. Anche il linguaggio conta. Una parola scelta per nascondere una responsabilità o per attribuirla a un intero popolo può alimentare l’ostilità ben oltre il luogo del conflitto.

Oggi il primo gesto resta fermarsi davanti alle vite spezzate il 7 ottobre. Ricordare chi è stato ucciso, ascoltare chi è sopravvissuto, rispettare chi porta il peso della perdita. E assumere un impegno che duri oltre le commemorazioni: difendere il diritto di ogni persona a vivere senza essere perseguitata, aggredita o rapita.

È da questo impegno, mantenuto anche quando costa, che la memoria può diventare una responsabilità per il futuro.

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