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  • Roma - Lunedì 21 Settembre 2026

Alzheimer, Rossini (San Raffaele Roma): "La vera sfida è prevedere l'evoluzione della malattia"

Alla vigilia della Giornata mondiale si fa il punto su diagnosi e terapie. In Italia 1,43 milioni di persone con demenza, dato destinato a salire a 2,2 milioni entro il 2050.

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A centoventi anni dalla prima descrizione della malattia di Alzheimer, la nuova frontiera della ricerca non riguarda più soltanto la diagnosi, ma la capacità di prevederne con esattezza l'evoluzione individuale. A tracciare il quadro della situazione, alla vigilia della Giornata mondiale dell'Alzheimer, è il professor Paolo Maria Rossini dell'IRCCS San Raffaele di Roma, commentando anche i dati del rapporto "The Prevalence of Dementia in Europe 2025" targato Alzheimer Europe.

In Italia si stimano attualmente circa 1,43 milioni di persone affette da demenza (946 mila donne e 491 mila uomini), con l'Alzheimer che rappresenta circa la metà dei casi. L'invecchiamento progressivo della popolazione porta le proiezioni al 2050 a stimare quota 2,2 milioni di malati, con un incremento superiore al 50% rispetto ai valori odierni.

"Siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se è fondamentale non creare false illusioni", spiega Rossini.

Sul piano della diagnosi, i biomarcatori plasmatici rilevabili con un normale prelievo ematico si stanno avvicinando all'uso clinico quotidiano, offrendo un'alternativa più semplice, economica e meno invasiva rispetto alla PET cerebrale o alla puntura lombare.

Particolare attenzione è rivolta alla proteina p-tau217, le cui analisi pubblicate nel 2026 confermano la possibilità di individuare alterazioni biologiche prima della comparsa dei sintomi. Tuttavia, il neurologo mette in guardia dagli equivoci: la presenza di un biomarcatore positivo non equivale a una certezza di sviluppo della malattia.

Per stimare con precisione il rischio di progressione dal Disturbo Cognitivo Lieve alla demenza conclamata è nato il progetto Interceptor, promosso da AIFA e Ministero della Salute, che incrocia dati clinici, genetici, neurofisiologici e di imaging in una rete nazionale di ricerca.

Novità rilevanti si registrano infine sul fronte delle terapie: per la prima volta sono disponibili farmaci sviluppati per agire direttamente sui meccanismi biologici della patologia e non solo sulle manifestazioni sintomatiche. Un cambio di paradigma storico che, pur a fronte di benefici clinici ancora contenuti, rende ancora più cruciale la profilazione dei pazienti per individuare chi possa trarre il massimo vantaggio dai trattamenti.

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