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  • Milano - Giovedì 8 Ottobre 2026

Caso "30 secondi", la hostess Barbara D'Astolto dopo la condanna dell'ex sindacalista: "Anni estenuanti, nessuna donna merita di vivere quel calvario"

Depositate le motivazioni dell'Appello bis di Milano che ha inflitto un anno e due mesi all'imputato. La vittima: "Serve una legge che stabilisca nero su bianco che senza consenso è violenza".

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A seguito del deposito delle motivazioni della sentenza con cui la Corte d'Appello di Milano, nel secondo giudizio d'appello, ha condannato un ex sindacalista a un anno e due mesi di reclusione per gli abusi commessi nel 2018, Barbara D'Astolto, la hostess al centro della vicenda nota come "il caso dei 30 secondi", è tornata a parlare del lungo iter giudiziario che l'ha vista protagonista.

"Oggi è stato ribadito con chiarezza ciò che la Suprema Corte aveva già scritto quasi due anni fa, demolendo in toto tutte le motivazioni che avevano portato alla doppia assoluzione dell'imputato, ora finalmente condannato", ha spiegato D'Astolto.

"Ci sono voluti otto lunghi ed estenuanti anni per arrivare a questo risultato. Anni in cui spesso mi sono ritrovata a pensare: 'Ma chi me lo ha fatto fare di denunciare?'. Per fortuna ho potuto contare sulla solidarietà e la vicinanza di persone che mi hanno sostenuto e mi hanno spinto a non mollare. Fondamentale il sostegno del mio legale, di tutte le testimoni di questo processo, dell'opinione pubblica, dei media che non mi hanno mai giudicata (salvo poche eccezioni) raccontando con dignità questa storia complessa, e di chi si è speso e continua a spendersi affinché questo caso mantenga accesi i rifrettori sulla necessità di una legge che stabilisca nero su bianco che senza consenso è violenza. Sempre".

La donna ha poi rimarcato l'amarezza per la durata del percorso: "Le donne italiane che denunciano non meritano il calvario che ho passato io".

I fatti risalgono al 2018, quando la hostess si era rivolta all'uomo presso l'aeroporto di Malpensa per una pratica di lavoro. Dopo due pronunce di proscioglimento in primo e secondo grado — basate sull'assunto che nei "30 secondi" dell'atto la vittima avrebbe potuto sottrarsi e "dileguarsi" — la Corte di Cassazione aveva annullato l'assoluzione disponendo un nuovo processo.

La Suprema Corte aveva chiarito che il ritardo di pochi istanti nella reazione della vittima costituisce una risposta traumatica di difesa passiva (il cosiddetto "freezing") ed è del tutto irrilevante per la configurazione del reato.

Nelle motivazioni della condanna della Corte d'Appello milanese viene ribadito che l'ordinamento non fissa una soglia temporale minima per la violenza e che sussiste l'onere di accertare il consenso, giacché un'azione rapida che colga di sorpresa la persona ne impedisce il dissenso immediato. I giudici hanno inoltre stabilito una provvisionale risarcitoria di 10mila euro a favore della donna.

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