
- Prima Notizia 24
- Pavia - Venerdì 9 Ottobre 2026
Caso Garlasco, sotto la lente dei pm il giallo del Dna sulla bici di Stasi: in tre ore il profilo diventò "perfetto"
Le nuove indagini della Procura di Pavia ipotizzano uno scambio di provette tra il campione dei pedali e il cucchiaino della vittima. Sparite anche due corse nulle analitiche.
Un intervallo di appena tre ore, compreso tra le 15:34 e le 18:37 del 19 settembre 2007, è diventato il punto snodale attorno al quale si concentrano le nuove indagini della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco.
In quel breve lasso temporale, le analisi di laboratorio sul profilo genetico repertato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi passarono da “un profilo parziale”, del tutto non attribuibile, alla restituzione di un riscontro ideale con il DNA di Chiara Poggi.
Un elemento decisivo per l'emissione del primo provvedimento di fermo a carico dello studente, ma poi entrato in palese contrasto con due “corse nulle” eseguite il giorno successivo e mai messe a disposizione dei consulenti delle parti.
Il procuratore aggiunto Stefano Civardi muove dall'ipotesi che gli investigatori dell'epoca siano partiti “dal presupposto che sui pedali della bicicletta di Stasi” vi fosse necessariamente la traccia della vittima e che una sequenza di gravi irregolarità abbia finito per fabbricare quel risultato.
Nel corso dell'interrogatorio svolto il 10 settembre, l'inquirente ha contestato la dinamica dei fatti al capitano del Ris Alberto Marino, responsabile degli accertamenti biologici del tempo. Stando alle carte dell'inchiesta, nel primo pomeriggio del 19 settembre la prima analisi sul campione denominato “bu_p” restituì soltanto un “tracciato parziale”, con l'annotazione del termine “evaporato” tra i commenti del file informatico.
Come giustificato da Marino ai magistrati, quel tracciato “necessitava” a quel punto di essere “approfondito, migliorato”.
La svolta giunse appunto tre ore più tardi con la definizione del profilo della vittima, un dato che “nessun genetista” avrebbe più messo in discussione per la sua nitidezza.
A sollevare i dubbi della Procura è tuttavia la circostanza che quest'ultimo risultato non fu inserito nel sistema da Marino – autore della prima rilevazione – bensì caricato da un operatore identificato con la sigla “Port”. Lo stesso Marino ha dichiarato, pur tra differenti “non ricordo”, che la “ri-amplificazione” del campione genetico per “migliorare” l'esito fu condotta presumibilmente da lui, mentre “il caricamento a questo punto presumo Portera”, anch'egli ex appartenente al reparto scientifico.
Secondo l'impostazione accusatoria, in questa precisa fase si sarebbe potuto verificare lo “scambio di campionamento” con la traccia biologica prelevata dal cucchiaino utilizzato per la colazione da Chiara Poggi, il quale registrava esattamente la “stessa quantificazione in centesimi di nanogrammi per microlitri”.
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