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  • Napoli - Lunedì 28 Settembre 2026

Colesterolo alto, studio italiano svela il paradosso di genere: donne più aderenti alle cure ma con minori benefici

Dati del registro At-Target-It coordinato dall'Università Federico II: solo il 51,7% delle pazienti raggiunge i target di LDL contro il 64,6% degli uomini. Gli esperti sollecitano una medicina di genere personalizzata.

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Sebbene mostrino un livello di aderenza alle terapie superiore rispetto a quello maschile, le donne affette da ipercolesterolemia ottengono risultati meno efficaci dal trattamento farmaceutico e raggiungono in misura minore gli obiettivi di colesterolo LDL previsti dalle linee guida internazionali.

È quanto emerge dai dati del registro multicentrico italiano At-Target-It, coordinato da Pasquale Perrone Filardi, past president della Società Italiana di Cardiologia e direttore del dipartimento di Scienze biomediche avanzate dell’Università Federico II di Napoli.

La ricerca ha preso in esame un campione di 2.613 pazienti — di cui 806 donne — sottoposti a terapia con anticorpi monoclonali anti-PCSK9 per la riduzione dei lipidi ematici.

Dalla rilevazione iniziale è emerso un quadro clinico di partenza più complesso per la popolazione femminile, caratterizzato da un'età media superiore, valori di partenza di LDL più elevati, una maggiore frequenza di intolleranza alle statine e un minor ricorso alle terapie ipolipemizzanti orali combinate.

Durante la fase di monitoraggio, il calo percentuale del colesterolo LDL è risultato costantemente inferiore tra le pazienti: a sei mesi la differenza sfavorevole era di 9 punti percentuali rispetto agli uomini, per poi stabilizzarsi a 5,9 punti a tre anni di distanza.

Il divario nei riscontri clinici produce un impatto diretto sulla prevenzione cardiovascolare, come evidenziato dallo stesso Perrone Filardi: "Un paradosso che deve far riflettere a fronte del dato che i decessi per patologie cardiovascolari risultano maggiori nelle donne, rappresentando il 45% delle cause di morte nella popolazione femminile. Tuttavia, non esiste una differenza di genere nelle raccomandazioni sugli approcci terapeutici per raggiungere gli obiettivi LDL ottimali. Un divario che invece esiste, eccome, nella vita reale, come dimostrano i risultati del nostro registro, che hanno messo in luce una significativa disparità di genere nella risposta al trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9. Come conseguenza diretta solo il 51,7% delle donne ha raggiunto i target raccomandati dalle linee guida internazionali, contro il 64,6% degli uomini, con una probabilità di successo terapeutico ridotta di un terzo".

Il fenomeno non risulta ascrivibile a una discontinuità nella somministrazione dei farmaci, dal momento che la continuità terapeutica rilevata nel registro è risultata più elevata proprio tra le donne.

A sottolineare l'esigenza di approfondire i meccanismi fisiopatologici sottostanti è Gianfranco Sinagra, presidente della Società Italiana di Cardiologia: "La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare. Resta comunque necessaria una maggiore attenzione al profilo di rischio cardiovascolare femminile".

A fronte dei risultati emersi, i ricercatori pongono l'accento sulla necessità di un cambio di passo nella gestione clinica della patologia, orientato verso una maggiore personalizzazione delle cure e il superamento di schemi terapeutici validati in passato su campioni prevalentemente maschili.

In merito alla revisione dei protocolli, Perrone Filardi ha concluso: "Le attuali strategie terapeutiche anti-PCSK9, sviluppate in studi a prevalenza maschile, dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne, dalla scelta delle molecole al monitoraggio più frequente dei target lipidici".

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