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- Roma - Sabato 26 Settembre 2026
Italia, la minestra riscaldata non basta: il ritorno di Mancini comincia con una sconfitta
Il 2-0 del Belgio all’Olimpico pesa oltre la prima giornata di Nations League. Gli azzurri hanno bisogno di una direzione nuova, mentre la scelta di richiamare il ct dell’Europeo sembra ancora una volta affidare il futuro al ricordo di una vittoria.
di Maurizio Pizzuto
Al fischio finale, la cosa più amara non è stata vedere il Belgio vincere 2-0. È stata la sensazione di conoscere già la scena: l’Italia che cerca una ripartenza, il pubblico che aspetta un segnale e una partita che riconsegna più domande che risposte. Era la prima gara del nuovo ciclo di Roberto Mancini, all’Olimpico. Una sola sconfitta non può emettere una sentenza definitiva, ma può mostrare quanto sia fragile la promessa di ricominciare.
Mancini è tornato nel luogo in cui aveva costruito il suo successo più grande e lasciato una ferita ancora aperta. Non doveva farlo. Non perché gli manchino capacità o meriti, ma perché la Nazionale aveva bisogno di guardare avanti senza chiedere al proprio passato di salvarla un’altra volta. Il suo ritorno è sembrato una risposta familiare a una crisi che chiede idee nuove.
Le minestre riscaldate possono sfamare. A volte danno perfino conforto. Ma il conforto non è un progetto: dopo il primo cucchiaio resta lo stesso sapore di ieri. E il calcio italiano non può continuare a confondere la nostalgia con una soluzione.
Sarebbe ingiusto cancellare l’Europeo vinto da Mancini. Quella squadra ebbe coraggio, qualità e un’identità riconoscibile. Ebbe anche gli episodi favorevoli che accompagnano spesso le grandi vittorie: superò Spagna e Inghilterra ai rigori. Dire che ci fu fortuna non significa togliere valore alla coppa. Significa riconoscere che una coppa, da sola, non dimostra la solidità di tutto un sistema né garantisce che la stessa ricetta funzioni cinque anni dopo.
Il Belgio ha riportato il discorso al presente. Mancini ha convocato anche volti nuovi: non gli si può imputare di aver semplicemente rimesso in campo la vecchia Nazionale. Proprio per questo la critica riguarda la scelta più profonda. Cambiare alcuni giocatori non basta se attorno a loro manca ancora una strada chiara, capace di accompagnarli dalla promessa alla maturità.
Chi ama la maglia azzurra non pretende miracoli alla prima partita. Può accettare una sconfitta, perfino una fase difficile, se intravede un lavoro serio e una responsabilità condivisa. Fa più fatica ad accettare che, ogni volta che il calcio italiano cade, si cerchi un nome capace di ricordarci quando eravamo felici.
Mancini non è l’unico responsabile di ciò che si è visto contro il Belgio. Sarebbe troppo comodo consegnargli l’intero peso di un movimento in difficoltà. Ma ha accettato di tornare, e ora deve essere giudicato per quello che saprà costruire, non per Wembley. La Federazione, allo stesso modo, deve spiegare quale futuro intende costruire oltre la panchina.
La notte dell’Olimpico lascia questo pensiero: gli azzurri non hanno bisogno che qualcuno ripeta la storia più bella. Hanno bisogno di scriverne una nuova.
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