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  • Roma - Lunedì 5 Ottobre 2026

La telecamera e il coltello: quando il pubblico entra nell’azione

Il 18 settembre 2026, un tredicenne aggredisce una docente a Roma, riprendendo l'atto con una telecamera. Un compagno interviene, mostrando due reazioni opposte.

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di Viktorie Ignoto

Il 18 settembre 2026, scuola media Giovanni Verga di Roma, un tredicenne (M.V.) ha aggredito a coltellate la docente di italiano, storia e geografia Isabella Marsilio. Una telecamera. La registrazione ha documentato non solo l’aggressione, ma anche la sua preparazione. M. V. si riprende in bagno mentre estrae dallo zaino due coltelli, di cui uno da sub con una lama di circa 20 centimetri e lo spray urticante. Entra in aula e procede: prima lo spray, poi il coltello da sub. Un compagno di classe di origini congolesi, residente di una casa famiglia, interviene durante l’aggressione e (come racconta un assistente educativo dell’istituto) gli ha strappato l’arma dalle mani con «un gesto davvero eroico». Stessa aula. Stesso evento: due comportamenti radicalmente differenti.

Perché M.V. ha portato con sé quella videocamera? Avrebbe voluto pubblicare il filmato? Mostrarlo a qualcuno in particolare? Conservarlo? Voleva forse ottenere notorietà? In definitiva: cosa si aspettava da quel gesto? Senza una valutazione diretta e senza conoscere gli atti dell’indagine, non ci è dato saperlo. Non siamo nella posizione di indovinare cosa ci fosse nella testa di M.V. ma possiamo comunque domandarci:

Quando un gesto diventa una “scena” cosa cambia quando un adolescente sa di essere guardato?

Dalla prima adolescenza, i sistemi coinvolti nella sensibilità verso attenzione, feedback e rinforzo provenienti dai pari acquisiscono una considerevole rilevanza, mentre la capacità di autoregolazione continuano a svilupparsi fino a oltre l’adolescenza. Tuttavia, liquidare la situazione affermando che il “cervello degli adolescenti è immaturo” sarebbe troppo riduttivo. La letteratura contemporanea sottolinea come il peso motivazionale delle ricompense e delle informazioni sociali sia una preoccupazione cruciale per gli adolescenti. Questa inclinazione può favorire sia condotte rischiose che l’apprendimento, l’esplorazione, la flessibilità e le capacità interpersonali.

Non è necessario che il pubblico sia attivo. In determinate condizioni, sapere di essere osservati influisce sul valore percepito dell’azione. Infatti, uno studio condotto da J. Chein e da L. Steinberg e colleghi (2011) ha rilevato che la presenza dei pari aumenta il comportamento rischioso negli adolescenti, ma non allo stesso modo negli adulti. Lo studio ha osservato, nei primi, l’attivazione di regioni implicate nell’elaborazione della ricompensa, tra cui lo striato ventrale e la corteccia orbitofrontale, associabili alla successiva condotta rischiosa. Da questi studi, si può evincere che il contesto sociale può modificare in misura piuttosto considerevole il processo decisionale adolescenziale.

L’aspetto più problematico di questa vicenda scaturisce proprio dal fatto che a tutto questo, oggi, ogni adolescente ha costante accesso: per avere la sensazione di essere “guardati” non ci serve più un pubblico in carne e ossa. Possiamo accedere a un pubblico potenzialmente sterminato in ogni momento. E’ sufficiente uno smartphone e una connessione internet. Le forme digitali di approvazione dei pari possono influenzare sia i meccanismi di ricompensa che, di conseguenza, il comportamento. Dagli studi condotti da L. E. Sherman e colleghi (2016) è stato osservato che gli adolescenti sono più propensi a mettere “like” alle fotografie che sembrano essere già molto apprezzate dai coetanei (sia per fotografie neutre che per immagini raffiguranti comportamenti rischiosi). Il “like” non è soltanto un numero, ma diventa così informazione sociale su cosa gli altri guardano, approvano e considerano essere degno di attenzione. Una recentissima meta-analisi condotta da Z. M. Meehan e J. A. Hubbard (2026) ha evidenziato ulteriormente come il pubblico non è soltanto qualcuno che guarda, ma anche qualcuno da cui potremmo implicitamente imparare che cosa vale la pena fare, rischiando di rivestire una funzione normativa: se, per esempio, nessuno interviene davanti a un comportamento scorretto, l’inerzia degli altri può suggerirci che non sia necessario intervenire. Se un gesto viene continuamente condiviso e imitato, la sua popolarità può diventare un’informazione su ciò che “si fa”. Un comportamento che ottiene migliaia di visualizzazioni porta con sé anche informazioni sulla sua salienza sociale. Soprattutto nel mondo online è bene specificare che quel che è saliente non necessariamente è approvato moralmente, anzi. Indignazione, scandalo e condanna sono tutti ottimi ingredienti per produrre attenzione mediatica. Può potenzialmente risultare appetibile per una buona fetta di adolescenti.

Nel caso di M.V. questo “pubblico invisibile” in che modo era implicato? Che ruolo aveva?

La telecamera che ha portato lascia intendere la presenza di una componente performativa dell’azione.

Sapere che ogni esperienza può diventare contenuto sta cambiando il modo in cui viviamo l’esperienza stessa?

Forse, il particolare più significativo di questa storia non è tanto quella telecamera accesa quanto ciò che accade dall’altra parte dell’inquadratura. Mentre M.V. trasforma la violenza in qualcosa da registrare, un altro ragazzo fa altro: smette di essere spettatore. Si sottrae alla diffusione della responsabilità. Agisce. Si espone a un rischio concreto per la sua incolumità. Nella stessa aula, nello stesso momento, sembrano incontrarsi due possibilità diverse: trasformare ciò che accade in uno spettacolo oppure assumersi la responsabilità di entrarci dentro?

Quale idea di successo, riconoscimento e appartenenza imparano a costruire, oggi gli adolescenti, attraverso lo sguardo degli altri?

Un pubblico non è mai veramente passivo. Può rendere un comportamento desiderabile oppure, disapprovando, può interromperne la normalizzazione.

Il ragazzo congolese ci insegna che davanti a qualcosa che accade, siamo quasi sempre anche noi parte della scena. Questo vale sia in ambito fisico che quello online.

Che cosa scegliamo di guardare?

Che cosa, con il nostro sguardo, scegliamo di rendere degno di essere guardato?

«Sono gli spettatori a fare i quadri.» — Marcel Duchamp, 1957

Se è vero che gli spettatori contribuiscono a dare significato a ciò che guardano, allora anche il nostro sguardo partecipa alla costruzione del mondo che osserviamo.

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