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- Roma - Domenica 27 Settembre 2026
Leone XIV e il ritorno dell’Europa cristiana
Il viaggio di Leone XIV in Francia segna una cesura culturale, richiamando le radici cristiane in un'Europa che si allontana dalla propria identità.
di Massimo Fioranelli
Ci sono viaggi che appartengono alla diplomazia e altri che, senza proclamarlo, finiscono per assumere il significato di una cesura. Quello di Leone XIV in Francia sembra appartenere alla seconda categoria, perché il Papa non è arrivato soltanto nella Francia di Emmanuel Macron, ma nel cuore simbolico di quell’Europa che negli ultimi decenni ha cercato con maggiore determinazione di emanciparsi dalle proprie radici cristiane. Ed è proprio lì, nel Paese della laïcité, della Rivoluzione e della progressiva separazione tra religione e spazio pubblico, che Leone XIV ha pronunciato parole che sembravano essere diventate quasi impronunciabili: la Francia è una terra dalle profonde radici cristiane.
Non è una frase di circostanza. Soprattutto non lo è se pronunciata all’Eliseo, davanti a un Presidente che poco più di un anno prima era stato il primo capo dello Stato francese a recarsi ufficialmente alla Grande Loge de France e che in quella sede aveva rivendicato apertamente la lunga relazione intellettuale tra Repubblica e massoneria. Non occorre costruire complotti né evocare trame invisibili: le parole sono pubbliche, i discorsi disponibili, le scelte politiche altrettanto evidenti. Da una parte una Francia che riconosce nella tradizione illuministica, repubblicana e massonica una componente della propria modernità; dall’altra un Papa che arriva a Parigi e ricorda che quella stessa nazione è stata plasmata per secoli dal cristianesimo.
È in questa contrapposizione, culturale prima ancora che politica, che il viaggio di Leone XIV assume un significato che va molto oltre la normale diplomazia vaticana.
La Francia che il Papa incontra è infatti anche il primo Paese al mondo ad avere inserito nella propria Costituzione la libertà garantita alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza. Non siamo più soltanto davanti alla depenalizzazione dell’aborto o alla sua regolamentazione sanitaria. L’aborto entra nel testo fondamentale della Repubblica e viene collocato nella sfera delle libertà costituzionalmente garantite. Nella prospettiva cristiana il passaggio è enorme: ciò che interrompe deliberatamente una vita nascente non viene più percepito soltanto come una drammatica eccezione, ma viene progressivamente trasformato in espressione dell’autodeterminazione individuale.
E il processo non si arresta alla nascita. La Francia ha compiuto passi decisivi anche verso il diritto all’aiuto a morire. È difficile non vedere una continuità antropologica: all’inizio della vita l’aborto, alla fine la morte medicalmente procurata e, sul terreno della generazione, quella maternità surrogata che rischia di trasformare gravidanza, corpo femminile e filiazione in materia contrattuale.
È questa traiettoria che, osservata attraverso l’antropologia cristiana, può essere definita una politica della morte. Non perché la Francia voglia la morte dei propri cittadini, naturalmente, ma perché nascita e morte, i due confini fino a ieri considerati indisponibili dell’esistenza umana, vengono progressivamente ricondotti alla sovranità della volontà individuale.
Leone XIV ha scelto di intervenire esattamente su questo terreno. Davanti alle autorità francesi ha posto la tutela della vita alla base degli altri diritti e ha richiamato esplicitamente i pericoli delle manipolazioni genetiche, della gestazione per altri, del commercio degli organi e della morte programmata.
Non era necessario attaccare Macron. Non era necessario pronunciarne il nome. Il contrasto era già tutto lì.
Sono due idee dell’uomo che si guardano. Da una parte l’uomo contemporaneo che pretende progressivamente di decidere quando la vita possa iniziare, attraverso quali strumenti possa essere generata e quando possa terminare. Dall’altra l’uomo della tradizione cristiana, che non è padrone assoluto della vita perché la vita precede la sua volontà. Il bambino concepito, il disabile, l’anziano, il malato terminale non ricevono dallo Stato il diritto di esistere. La loro dignità viene prima dello Stato.
Ma è proprio seguendo questo filo che emerge un’altra delle grandi contraddizioni europee.
L’Europa invecchia, genera sempre meno figli, ha progressivamente trasformato maternità e famiglia da fondamenti della continuità sociale in questioni quasi esclusivamente individuali e ha contemporaneamente espulso una parte crescente del cristianesimo dal proprio racconto pubblico. Poi osserva con inquietudine la crescita di comunità provenienti da culture nelle quali religione, famiglia, natalità e appartenenza conservano una forza che noi sembriamo aver dimenticato.
È qui che la questione dell’Islam non può più essere evitata.
Per anni una parte della cultura progressista europea ha ridotto il problema a due sole categorie: accoglienza e discriminazione. Chiunque sollevasse interrogativi sull’integrazione, sul rapporto tra Islam politico e democrazia liberale, sulla condizione della donna o sulla compatibilità tra alcune interpretazioni della legge religiosa e gli ordinamenti europei rischiava immediatamente di essere sospettato di islamofobia.
Ma la realtà è molto più complessa.
Esistono milioni di musulmani che vivono pacificamente la propria fede e rispettano le leggi delle nazioni europee nelle quali hanno scelto di vivere. Ed esistono correnti dell’islamismo politico che concepiscono invece la religione non soltanto come esperienza spirituale, ma come principio ordinatore della società, del diritto, della famiglia e dei rapporti tra uomo e donna.
Negare questa distinzione è pericoloso quanto identificare ogni musulmano con l’integralismo.
Una società europea deve difendere la libertà del musulmano di professare la propria religione con la stessa determinazione con cui difende quella del cristiano, dell’ebreo o dell’ateo. Ma deve pretendere con identica fermezza che nessuna appartenenza religiosa possa collocarsi al di sopra della legge civile, dell’uguaglianza giuridica tra uomo e donna, della libertà di coscienza e del diritto di ciascuno di cambiare o abbandonare la propria religione.
Non è islamofobia. È il confine elementare di una società libera.
E tuttavia, se vogliamo comprendere davvero il problema dell’islamizzazione dell’Europa, dobbiamo avere il coraggio di guardare prima di tutto a noi stessi. I dati mostrano infatti qualcosa di sorprendente. Negli ultimi decenni la trasformazione religiosa europea è stata determinata molto più dalla crescita delle persone senza appartenenza religiosa che dall’aumento della popolazione musulmana. Tra il 2010 e il 2020 i cristiani sono passati dal 74,6 al 67,1% della popolazione europea, mentre i musulmani sono cresciuti dal 5,3 al 6%. Nello stesso periodo le persone senza appartenenza religiosa sono passate dal 18,7 al 25,3%.
Il dato più impressionante, dunque, non è l’avanzata dell’Islam. È la ritirata del cristianesimo.
Ed è forse qui che l’Europa dovrebbe cominciare a interrogarsi seriamente.
L’Islam non ha costretto gli europei a smettere di avere figli. Non ha scritto le nostre leggi sull’aborto. Non ha prodotto il relativismo occidentale. Non ha svuotato le nostre chiese. Non ha insegnato ai nostri ragazzi che patria, famiglia, religione e tradizione siano parole delle quali quasi vergognarsi. Non ha obbligato l’Europa a rimuovere progressivamente i propri simboli per timore che qualcuno potesse sentirsi offeso.
Questo lavoro lo abbiamo fatto in larga misura da soli.
E una parte della cultura progressista europea porta una responsabilità che prima o poi dovrà essere discussa senza ipocrisie. Per accogliere l’altro abbiamo pensato di dover dimenticare noi stessi. Per rispettare l’Islam abbiamo talvolta creduto necessario rendere invisibile il cristianesimo. Abbiamo guardato con sospetto il presepe e con imbarazzo il crocifisso, mentre qualsiasi manifestazione identitaria proveniente da altre culture veniva interpretata quasi automaticamente come ricchezza e diversità.
Ne è nato un multiculturalismo paradossale, spesso severissimo con la tradizione europea e molto più indulgente verso culture nelle quali, su libertà religiosa, condizione femminile, omosessualità, apostasia e rapporto tra religione e Stato, possono sopravvivere posizioni che la stessa sinistra europea non tollererebbe per un istante se fossero sostenute dalla Chiesa cattolica.
È una contraddizione destinata prima o poi ad esplodere.
Perché il problema dell’islamizzazione non è soltanto numerico, e’ culturale. Una minoranza dotata di una forte identità può esercitare un’influenza molto superiore al proprio peso demografico quando incontra una maggioranza che non sa più in che cosa credere.
Ed è questa la vera fragilità europea. Non le moschee che si riempiono, ma le chiese che abbiamo lasciato vuote. Non il musulmano che conserva la propria fede, ma il cristiano che quasi si vergogna di manifestare la propria. Non una comunità che vuole trasmettere la propria identità, ma una civiltà che ha cominciato a considerare il possesso stesso di un’identità come qualcosa di sospetto.
Una civiltà che non crede più in se stessa non ha bisogno di essere conquistata militarmente. Le basta incontrare qualcuno che crede ancora profondamente in qualcosa.
È proprio qui che il viaggio di Leone XIV assume un significato straordinario. Perché la risposta che sembra emergere dal suo pontificato non è l’odio per l’Islam e neppure la costruzione di una nuova guerra religiosa. È qualcosa di molto più radicale: tornare cristiani.
Tornare a generare, educare, trasmettere. Tornare a considerare la famiglia qualcosa di più di un contratto revocabile tra individui. Tornare a considerare la vita indisponibile. Tornare a conoscere la propria storia. Tornare a riempire le chiese invece di limitarsi a lamentarsi perché si riempiono le moschee.
Non si difende Notre-Dame impedendo agli altri di pregare. La si difende tornando a sapere perché Notre-Dame è stata costruita. È questa la vera resistenza cristiana.
E Lourdes, in questo senso, diventa molto più di una tappa del viaggio. Nel cuore di una delle nazioni simbolo della secolarizzazione europea, Leone XIV torna a pregare per la Francia, richiama la famiglia, la vita, la fede, la continuità di una storia. Sono parole semplici, eppure sembrano quasi rivoluzionarie in un’Europa che aveva immaginato di consegnarle definitivamente al passato.
Resta allora la questione forse più delicata: quanto tutto questo rappresenta un cambiamento rispetto al pontificato di Francesco?
Sarebbe intellettualmente scorretto parlare di una rottura formale. Leone XIV cita Francesco, conserva molti temi sociali del precedente pontificato e non ha rinnegato il massonico Concilio Vaticano II. Ma sarebbe altrettanto difficile non avvertire un cambiamento di baricentro.
Negli anni di Francesco la Chiesa aveva progressivamente assunto il linguaggio delle grandi questioni globali: ambiente, migrazioni, cambiamento climatico, disuguaglianze, organismi sovranazionali, dialogo interreligioso. Temi spesso legittimi e presenti nella stessa dottrina sociale cristiana. Eppure una parte significativa del mondo cattolico aveva cominciato a percepire una crescente consonanza tra quel linguaggio e quello delle élite globali occidentali.
La sensazione era che, mentre la Chiesa parlava sempre più frequentemente il linguaggio delle grandi agende internazionali, diventasse più esitante nel pronunciare con la stessa forza alcune parole molto più antiche: vita, peccato, famiglia, limite, verità, trascendenza. Cristo.
Leone XIV non ha bisogno di condannare il predecessore per cambiare direzione. Gli basta cambiare la gerarchia delle parole.
Ed è forse proprio questo che sta accadendo.
Il problema del cattolicesimo europeo degli ultimi decenni è stato talvolta quello di cercare la propria legittimazione proprio nel mondo che ne stava progressivamente smantellando i fondamenti antropologici. Quasi che, per essere ascoltata, la Chiesa dovesse dimostrarsi sufficientemente moderna, sufficientemente ecologica, sufficientemente inclusiva, sufficientemente globale e soprattutto sufficientemente innocua.
Ma una Chiesa che non contraddice mai il proprio tempo rischia inevitabilmente di diventarne la cappellania.
Il cristianesimo non nasce per benedire ogni trasformazione della modernità. Nasce anche per ricordare all’uomo che esistono limiti. Che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito. Che non tutto ciò che viene desiderato diventa automaticamente un diritto. E che non tutto ciò che un Parlamento approva diventa, per questo, giusto.
Forse è questa la differenza più interessante del nuovo pontificato.
Leone XIV non sembra voler dichiarare guerra alla modernità. Le sta semplicemente ricordando che può avere torto. Ed è molto più radicale.
Per questo l’incontro tra Leone XIV e Macron assume un significato che supera le persone dei due protagonisti. Macron visita la Grande Loge de France e rivendica la relazione storica tra Repubblica e massoneria. Leone XIV arriva all’Eliseo e ricorda le radici cristiane della Francia. La Repubblica costituzionalizza la libertà di abortire; il Papa richiama il primato della vita. La Francia apre alla morte medicalmente procurata; Leone XIV denuncia la trasformazione della morte in qualcosa di programmabile. L’Europa teme la propria trasformazione identitaria mentre continua a recidere le radici della civiltà che vorrebbe conservare; il Papa torna a parlare di cristianesimo.
Non occorre inventare lo scontro. Lo scontro delle idee è già davanti ai nostri occhi.
Ed è forse questa la vera domanda che il viaggio francese di Leone XIV lascia all’Europa: può sopravvivere una civiltà che ha smesso di voler trasmettere se stessa? Una società che non genera, che considera la propria storia un peso, che nasconde i propri simboli per paura di offendere, che trasforma l’aborto in libertà costituzionale e la morte medicalmente procurata in un nuovo diritto, che guarda con sospetto la propria religione mentre celebra quasi ogni identità proveniente dall’esterno come un arricchimento?
Leone XIV sembra rispondere ricordando una parola che l’Europa aveva quasi dimenticato: radici.
Non radici contro qualcuno. Radici per non scomparire.
Perché si può dialogare soltanto quando si possiede un’identità. Si può accogliere soltanto quando esiste ancora una casa nella quale accogliere. E si può incontrare veramente l’altro soltanto quando, guardandosi allo specchio, si sa ancora chi si è.
Forse il viaggio di Leone XIV in Francia verrà ricordato proprio per questo. Non semplicemente come una visita pastorale, ma come uno dei momenti nei quali la vecchia Europa, stanca, demograficamente fragile e sempre più incerta sulla propria identità, è stata costretta nuovamente a guardarsi allo specchio.
E nello specchio ha intravisto qualcosa che pensava di avere definitivamente cancellato.
Una croce, una storia, una civiltà e, soprattutto, un’anima.
Cristiana.
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