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  • Roma - Lunedì 1 Giugno 2026

Medio Oriente: l'Iran interrompe i negoziati con gli Usa, "siamo pronti a bloccare lo Stretto di Hormuz"

La decisione congela i canali diplomatici mentre Israele intensifica le operazioni aeree. L'Iran ha posto come precondizione la cessazione delle operazioni israeliane e il ritiro dalle aree occupate. Inoltre, Teheran minaccia contromisure marittime, inclusa la chiusura dello stretto di Hormuz, per punire Israele e i suoi alleati.

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Il team negoziale iraniano interromperà gli attuali colloqui e lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti, tramite il mediatore, in segno di protesta contro i continui attacchi e crimini israeliani in Libano, poiché una delle precondizioni poste dall'Iran per i negoziati era il cessate il fuoco, che è stato violato su tutti i fronti in Libano.

La drastica scelta geopolitica operata da Teheran, resa nota dalle agenzie di stampa locali, congela di fatto i delicati canali diplomatici paralleli proprio mentre i cieli di Beirut tornano a essere bersagliati dai caccia con la stella di Davide, un'offensiva che secondo diverse fonti avrebbe incassato il preventivo assenso dell'amministrazione statunitense.

I delegati iraniani hanno posto un veto invalicabile per il ritorno ai tavoli di confronto, vincolandolo a un mutamento radicale sul terreno: l'immediata cessazione delle operazioni aggressive e brutali operazioni di Israele a Gaza e in Libano, nonché il ritiro completo del regime dalle aree occupate in Libano sono state sottolineate dai negoziatori iraniani. E pertanto non ci saranno negoziati a meno che non vengano soddisfatte le richieste dell'Iran e del movimento di resistenza a questo riguardo.

Sul piano della sicurezza marittima e commerciale, la presidenza della Repubblica Islamica ha alzato la posta in gioco prefigurando contromisure simmetriche in grado di paralizzare il transito energetico globale.

Stando ai dispacci diffusi dai canali vicini ai Pasdaran, l'Iran e i suoi alleati "hanno messo in agenda la chiusura completa dello stretto di Hormuz" e "l'attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab al-Mandab", tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, per "punire i sionisti (Israele) e "i loro sostenitori".

Questa linea di massima fermezza è stata parzialmente rimodulata dal capo dello Stato Masoud Pezeshkian che, in un colloquio telefonico con la controparte giapponese, ha teso una mano ai partner asiatici specificando che "l'Iran è pronto a garantire il passaggio delle imbarcazioni attraverso lo Stretto, ma il problema principale sono le restrizioni imposte dagli Stati Uniti contro il trasporto marittimo e il commercio dell'Iran". Lo stesso leader ha poi rimarcato l'affidabilità diplomatica del proprio esecutivo, lamentando come "le altre parti non rispettano i propri impegni, attraverso ripetute violazioni del cessate il fuoco e atti destabilizzanti da parte di Israele, con il sostegno degli Usa".

Sulla medesima lunghezza d'onda si è espresso il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha avvertito che "il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. La sua violazione su un fronte equivale alla violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti", imputando la responsabilità delle conseguenze a Washington e Tel Aviv.

Poco prima, l'ufficio del portavoce ministeriale guidato da Esmail Baghaei aveva rincarato la dose: "Non esiteremo ad agire in qualsiasi modo per aiutare il Libano e la resistenza libanese contro l'aggressione illegale e l'ingerenza del regime sionista".

L'inasprimento della retorica iraniana coincide con il drastico cambio di passo impresso da Israele alle operazioni terrestri e aeree nel quadrante libanese. Davanti ai solleciti dell'Unione Europea, che ha chiesto formalmente ai vertici dello Stato ebraico "di porsi fine all'escalation militare in Libano e di rispettare la sovranità e l'integrità territoriale del Paese", il primo ministro Benjamin Netanyahu ha risposto rivendicando la necessità di proteggere i propri confini settentrionali dai lanci di razzi. Il premier ha chiarito che "non ci sarà una situazione in cui Hezbollah attacca le nostre città e i nostri cittadini mentre i quartier generali del terrorismo a Dahiye restano fuori portata".

Sulla scia di tali disposizioni, le forze di difesa israeliane (Idf) hanno diffuso avvisi perentori ordinando lo sgombero immediato di numerosi centri abitati e dei distretti periferici della capitale: "L'Idf esorta con forza tutti i residenti del quartiere di Dahyeh (nella zona meridionale di Beirut) a trasferirsi per la propria sicurezza. Se Hezbollah continuerà a lanciare attacchi contro le nostre città e comunità, l'esercito israeliano risponderà colpendo obiettivi terroristici a Dahyeh", spiegando infine che "Israele non è in guerra con il popolo libanese, ma con l'organizzazione terroristica Hezbollah".

Una linea eretta a sistema anche dal neo ministro della Difesa Israel Katz, secondo cui il trattamento della roccaforte sciita sarà speculare a quello subito dai villaggi della Galilea: "Se non c'è pace al nord, non ci sarà pace a Beirut. Non acconsentiamo a una realtà in cui le nostre comunità e i nostri cittadini sono attaccati mentre viene preservato il silenzio a Beirut".

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