Ultim’ora

Primo Piano

  • Prima Notizia 24
  • Roma - Mercoledì 27 Maggio 2026

Medio Oriente, la Casa Bianca smentisce la bozza di accordo con Teheran: "Totale invenzione"

Un mistero avvolge i negoziati tra Washington e Teheran, con l'Iran che ha presentato un "Memorandum di Islamabad" per un accordo di pace, smentito dalla Casa Bianca. Nonostante la negazione americana, i mercati reagiscono positivamente, mentre Trump conferma l'esistenza di canali negoziali. In Iran, la leadership affronta pressioni interne e accuse di ingerenza esterna, mentre le tensioni militari in Libano e Gaza si intensificano, complicando ulteriormente la situazione geopolitica.

Condividi questo articolo

Un fitto mistero avvolge i canali diplomatici sull'asse Washington-Teheran, dove le voci di una bozza di intesa imminente per porre fine alle ostilità si scontrano con le secche smentite della Casa Bianca.

La televisione di Stato iraniana ha diffuso i dettagli del cosiddetto "Memorandum di Islamabad", un piano bilaterale mediato dal Pakistan che prevede il ritiro delle forze statunitensi dislocate in prossimità dei confini persiani e la revoca del blocco navale ai porti della Repubblica Islamica; in cambio, l'Iran si impegnerebbe a ripristinare entro un mese il regolare traffico mercantile nello Stretto di Hormuz ai livelli precedenti al conflitto, gestendo i transiti in sinergia con l'Oman.

Il documento stabilisce inoltre che, in caso di accordo definitivo entro 60 giorni, il testo venga ratificato come risoluzione vincolante dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu.

La reazione di Washington, tuttavia, è stata di totale chiusura radiografica rispetto a tali indiscrezioni. Attraverso il suo Rapid Response Team e i portavoce ufficiali, la presidenza americana ha liquidato il documento cartaceo via social: "Questa notizia, diffusa da media controllati dall'Iran, non è vera e il Memorandum d'intesa che hanno 'reso pubblico' è una totale invenzione. Nessuno dovrebbe credere a ciò che i media di Stato iraniani diffondono".

Nonostante la dura smentita, i mercati globali delle materie prime hanno reagito con forza alla speranza di una de-escalation: le quotazioni dei futures petroliferi hanno registrato un netto ribasso, con il barile di Wti a New York che ha ceduto circa il 5% scivolando sotto la soglia psicologica dei 90 dollari (a 89,86 dollari), e il Brent in calo del 3,66% a 93,15 dollari.

Intanto, i colloqui tra le parti proseguono in canali riservati. Durante una riunione del gabinetto di governo alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha mostrato un atteggiamento pragmatico, confermando l'esistenza di un canale negoziale e incalzando la leadership teheranese: "L'Iran vuole fare un accordo: sta negoziando allo stremo. Noi non siamo ancora soddisfatti. O lo saremo o dovremo finire il lavoro". Il tycoon ha poi aggiunto che i negoziati "stanno andando molto bene. Stanno iniziando a darci le cose che devono darci. Se lo faranno, sarà fantastico. E se non lo faranno, allora Pete Hegseth dovrà finirli".

Trump ha affrontato anche il nodo strategico delle rotte commerciali globali e della sicurezza energetica, avvertendo le potenze rivali di non intromettersi nei negoziati sull'estrazione e sullo stoccaggio di uranio arricchito, dichiarando che "non si sentirebbe a suo agio" se la Cina o la Russia ne prendessero il controllo. Interpellato sulla possibilità di una gestione congiunta delle rotte marittime tra L'Avana d'Oriente e Mascate, il presidente ha risposto con toni perentori: "Nessuno controllerà lo Stretto di Hormuz, sono acque internazionali. Lo Stretto sarà aperto a tutti", aggiungendo poi un monito geopolitico: "L'Oman si comporterà bene, altrimenti dovremo farli saltare in aria".

Trump ha poi chiarito alla Pbs che Teheran non beneficerà di alcun allentamento delle sanzioni economiche in cambio della sola rinuncia all'uranio altamente arricchito, auspicando contestualmente l'adesione dell'Arabia Saudita agli Accordi di Abramo.

Sulla stessa linea d'onda si sono espressi i principali segretari dell'amministrazione Trump. Il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha rimarcato l'efficacia della campagna di pressione economica e militare sul regime teheranese, affermando che "l'Iran non può più fabbricare navi, droni o missili, per questo vogliono trattare", e lodando le decisioni presidenziali che hanno reso "più sicuri gli Stati Uniti e il mondo intero dalla minaccia nucleare iraniana".

Dal canto suo, il segretario di Stato Marco Rubio ha cercato di mantenere aperta la porta del confronto, pur senza escludere risposte di forza: "L'Iran non avrà mai un'arma nucleare", ma "la diplomazia è sempre la prima opzione e continuiamo a lavorare su questo". Rubio ha poi concluso rilevando che "abbiamo fatto dei progressi" e che si vedrà "nelle prossime ore e giorni che progressi possono essere fatti", ricordando che gli Stati Uniti dispongono comunque di "altre opzioni" qualora il tavolo saltasse.

Mentre la diplomazia internazionale si muove freneticamente, si registrano intensi contatti regionali. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con il primo ministro del Pakistan, Shehbaz Sharif, per riferire gli esiti delle consultazioni svoltasi nei giorni scorsi in Qatar. Doha ha infatti ospitato una delegazione iraniana di altissimo livello guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, dal governatore della banca centrale Abdolnaser Hemmati e dal presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, incentrata sullo sblocco dei capitali congelati all'estero e sulla fine delle ostilità.

Parallelamente, l'emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani ha esortato telefonicamente lo stesso Pezeshkian a mantenere un approccio costruttivo nei tavoli di mediazione gestiti dal Pakistan.

A Teheran, l'analisi dei vertici oscilla tra la rivendicazione della tenuta interna e gli avvertimenti militari. Parlando alla Camera di Commercio, il presidente Pezeshkian ha riconosciuto le difficoltà sistemiche, affermando che "oggi il principale campo di battaglia è la guerra economica" poiché il nemico, dopo aver "fallito nel raggiungere i propri obiettivi sul piano militare, il nemico si è concentrato sul minare la resilienza economica del Paese".

Sul fronte della sicurezza, il ministero dell'Intelligence iraniano ha accusato Washington e Gerusalemme di coordinare operazioni ibride e di "guerra soft, guerra cognitiva" per provocare il collasso della Repubblica Islamica sfruttando i disagi economici per fomentare disordini interni, una strategia guidata da Israele "che domina gli Stati Uniti, affiancato dalla Gran Bretagna, seguita dagli europei e finanziata dai Paesi schiavi del Golfo Persico meridionale".

Sul piano dei negoziati, Ali Bagheri, vice capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ha blindato la posizione nucleare da Mosca: "Abbiamo sottolineato che la questione delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito non dovrebbe essere all'ordine del giorno dei colloqui con gli Stati Uniti per raggiungere un accordo sulla fine della guerra", aggiungendo che se gli americani insisteranno sui dettagli "non raggiungeremo alcuna conclusione, poiché le divergenze sono molto ampie".

Ancor più netto il consigliere per gli Affari internazionali della Guida Suprema, Ali Akbar Velayati, che ha ammonito l'Occidente via social: "Questa volta la linea rossa dell'Iran è chiara: documenti e firme da soli non sono una garanzia. Il garante concreto della sopravvivenza dell'accordo è lo Stretto di Hormuz". Velayati ha poi chiosato con un duro richiamo storico: "La storia testimonia che tutti gli invasori giunti con desideri egemonici, da Alessandro Magno a Gengis Khan fino a Donald Trump, sono stati assorbiti nell'abbraccio dell'antica civiltà iraniana", ricordando che "la geografia non mente ed è il giudice finale dei trattati scritti su carta".

Nel frattempo, sul piano interno, le Guardie della Rivoluzione minimizzano il rischio di un attacco americano; l'alto ufficiale Mohammad Akbarzadeh ha definito bassa la probabilità di un conflitto aperto "a causa della debolezza del nemico", pur confermando lo stato di massima allerta dei depositi e promettendo di trasformare il Golfo in un "cimitero per gli aggressori".

Sempre in Iran si registrano anche notizie sul ripristino delle infrastrutture: l'Organizzazione per l'aviazione civile ha annunciato la riapertura dello scalo internazionale di Tabriz, che si aggiunge ad altri venti aeroporti tornati operativi dopo i blocchi bellici, mentre un incendio privo di vittime è stato domato negli uffici doganali dell'aeroporto Imam Khomeini di Teheran a causa di un guasto nella sala server.

Sul terreno dei combattimenti a Gaza, le forze israeliane hanno assestato un colpo durissimo alla catena di comando di Hamas. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha confermato tramite un post sulle proprie piattaforme social l'uccisione del comandante militare Mohammed Odeh, rimasto vittima di un raid mirato congiunto tra l'esercito (Idf) e i servizi di sicurezza dello Shin Bet nella giornata di martedì 26 maggio. "Il quarto comandante dell'ala militare dell'organizzazione terroristica Hamas a Gaza è stato eliminato ieri e mandato a raggiungere i suoi compagni nelle profondità dell'inferno", ha scritto Katz su X, formulando le proprie congratulazioni ai reparti operativi.

Il titolare della Difesa ha poi ribadito l'inflessibilità della linea strategica israeliana nei confronti di chiunque sia stato coinvolto nella pianificazione e nell'esecuzione degli attacchi del 7 ottobre 2024: "Ci siamo impegnati a eliminare tutti coloro che hanno guidato il massacro del 7 ottobre, e così sarà: sono tutti condannati a morte, ovunque si trovino. Ci siamo impegnati affinché Hamas non governi Gaza né civilmente né militarmente, e così sarà".

Katz ha infine riaperto un controverso capitolo politico sul futuro della Strizzolo, confermando i piani governativi a lungo termine per il trasferimento della popolazione palestinese: "Anche il piano di emigrazione volontaria da Gaza sarà attuato, tutto al momento giusto e nel modo giusto", ha concluso il ministro.

La situazione sul confine settentrionale israeliano resta incandescente, con l'Idf che ha intensificato le manovre di terra e la campagna aerea nel sud del Libano. Il portavoce militare israeliano ha lanciato un ultimatum perentorio e generalizzato alla popolazione civile libanese, ordinando l'immediato sgombero di tutti i distretti meridionali. "Invitiamo tutti i residenti del Libano meridionale ad allontanarsi dai membri di Hezbollah, dalle sue installazioni e dai suoi mezzi militari. Consigliamo di evacuare verso nord del fiume Zahrani, poiché tutte le aree situate a sud del fiume sono considerate zona di combattimento, e l'Idf non intende arrecare danno ai civili", si legge nella nota dello Stato Maggiore di Tel Aviv.

Il comunicato avverte inoltre che, "alla luce delle ripetute violazioni dell'accordo di cessate il fuoco da parte di Hezbollah, l'Idf agirà con grande forza". L'avviso ha scatenato il panico e una fuga di massa dalla città costiera di Tiro, dove si registrano chilometriche colonne di auto in fuga verso nord.

Il bilancio dei bombardamenti israeliani nelle ultime ore è pesante: il ministero della Salute di Beirut ha riferito di almeno 31 morti e 40 feriti, precisando che tra le vittime figurano tre donne e quattro bambini, con il bilancio più tragico registrato a Burj al-Shamali.

Sul piano militare, le milizie sciite di Hezbollah hanno risposto intensificando il lancio di ordigni, rivendicando undici attacchi dall'alba, cinque dei quali concentrati nella località di Zawtar el Charkiyeh. In un comunicato ufficiale, il movimento filo-iraniano ha confermato che i propri reparti d'élite "si sono scontrati a distanza ravvicinata" con i fanti israeliani nei pressi della "linea gialla" a nord del fiume Litani. La condotta della guerra ha innescato una durissima polemica politica interna in Libano. Mahmoud Comati, esponente del Consiglio politico di Hezbollah, ha lanciato pesanti accuse alla maggioranza di governo e al presidente Joseph Aoun, accusandoli di collaborare al disarmo della milizia. Comati ha giustificato le parziali ritirate dei suoi uomini dal fiume Litani — previste sulla carta dagli accordi di tregua del novembre 2024 basati sulla risoluzione ONU 1701 — come una concessione politica interna che ha indebolito il fronte: Israele "è riuscito ad avanzare di qualche chilometro nel sud perché noi lo abbiamo svuotato per compiacere chi è al potere in Libano".

Il dirigente sciita ha poi lanciato una pesante minaccia ai leader cristiani e sunniti che chiedono il monopolio statale delle forze armate: "Se alcuni vogliono toglierci le armi, vogliono toglierci l'anima e se vogliono toglierci l'anima, noi la toglieremo a loro". Comati ha infine difeso l'asse geopolitico con Teheran, dicendosi orgoglioso dell'alleanza e ricordando che lo stesso cessate il fuoco sul fronte libanese "non sarebbe nemmeno stato preso in considerazione senza la pressione iraniana".

L'intreccio tra i negoziati di Washington e le operazioni belliche sul campo si riflette anche sulla gestione logistica degli eserciti alleati. Secondo indiscrezioni giornalistiche diffuse dall'emittente israeliana Channel 12, lo Stato ebraico sarebbe già stato formalmente informato che, non appena verrà siglato l'accordo diplomatico tra Stati Uniti e Iran, l'aeronautica americana evacuerà tutti i propri velivoli di supporto strategico attualmente dislocati presso lo scalo civile internazionale Ben Gurion di Tel Aviv. La flotta di navette e aerei cisterna americani verrà trasferita entro 72 ore in basi sicure dislocate in Europa, rimanendo comunque in uno stato di massima prontezza operativa qualora i combattimenti dovessero riprendere.

Questo trasferimento accoglierebbe parzialmente le richieste della ministra israeliana dei Trasporti, Miri Regev, che nei giorni scorsi aveva inviato una lettera urgente a Netanyahu, a Katz e al capo della sicurezza nazionale Gil Reich chiedendo di liberare le piste del Ben Gurion, poiché i cargo militari statunitensi stavano congestionando il traffico aereo civile proprio in concomitanza con il ritorno delle compagnie aeree internazionali a Tel Aviv.

Nel frattempo, sul piano dei contatti politici, i media israeliani riferiscono che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha avuto un lungo colloquio telefonico con Donald Trump al termine di una riunione d'urgenza del gabinetto di sicurezza. Secondo i retroscena, il colloquio sarebbe avvenuto in un clima di forte pressione americana: la Casa Bianca avrebbe infatti imposto a Israele il divieto assoluto di bombardare il centro urbano di Beirut, una linea rossa invalicabile per non fare saltare definitivamente le trattative in corso con la diplomazia di Teheran.

Gli sviluppi mediorientali continuano a mantenere in forte allarme le cancellerie internazionali. Da Pechino, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, citato dall'agenzia di stampa statale Xinhua, ha rinnovato l'appello per il mantenimento dei patti di tregua: "Ci auguriamo che le parti interessate rimangano determinate a cercare un cessate il fuoco e continuino a cercare un terreno d'intesa comune affinché la pace torni il più presto possibile in Medio Oriente".

Forti timori sono stati espressi anche a Roma dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che a margine di un convegno ha annunciato un imminente colloquio con l'omologo israeliano per fare il punto sulla sicurezza dei canali marittimi: "La situazione è di tensione: noi continuiamo a dire che la soluzione deve essere diplomatica. Incoraggiamo tutti quanti, l'abbiamo detto. Parlerò con il Ministro degli Esteri d'Israele per capire qual è la situazione, però dobbiamo andare avanti per rinforzare la tregua e trovare un accordo tra Iran e Stati Uniti, perché altrimenti la situazione può solo peggiorare. Io sono preoccupato per Hormuz e per le conseguenze economiche".

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24

iscriviti alla newsletter PN24

Ricevi aggiornamenti, notizie, direttamente sulla tua casella email iscrivendoti alla newsletter settimanale Prima Notizia 24.

Iscriviti