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- L'Aquila - Mercoledì 30 Settembre 2026
Michele Placido è Celestino V nella fiction Rai: "Un Papa forte e gentile che sfidò il potere"
Presentato al Prix Italia a L'Aquila il film tv 'L'eremita che diventò Papa' con la regia di Edoardo Re. Nel cast anche Scifoni e Ferrara per raccontare il pontefice del gran rifiuto e della Perdonanza.
Conosciuto ai più attraverso la celebre invettiva dantea che lo colloca nell'Inferno tra gli ignavi per quel "gran rifiuto" del 1294, Pietro da Morrone si svela sotto una luce del tutto nuova.
Emerge la figura di un pontefice coraggioso e immune alle logiche di potere nel film tv L'eremita che diventò Papa, presentato in anteprima alla 78ª edizione del Prix Italia a L'Aquila e di prossima programmazione su Rai1.
A prestare il volto all'eremita della Maiella salito al trono di Pietro all'età di 84 anni è Michele Placido, che ha rivelato un curioso aneddoto biografico: "C'è una coincidenza nelle biografie mie e di Celestino V, lui è morto il 19 maggio, stesso giorno in cui io sono nato. Penso che a volte ci sia un disegno di qualcuno che si diverte", ha raccontato l'attore.
Placido ha poi aggiunto: "In questo film l'emozione è stata quella di trovarmi di fronte a un personaggio raro, una di quelle persone che hanno dato un senso al lavoro. Per Celestino vale quello che dicono gli abruzzesi: bisogna essere forti e gentili".
L'attore ha confessato che inizialmente era propenso a declinare l'ingaggio: "Il regista mi ha fatto vedere dove saremmo andati: la neve, i rifugi, i luoghi di Celestino. Temevo di non farcela, poi ho pensato: 'Ma se ce l'ha fatta lui a 84 anni...'. Dal primo ciak ho capito che c'era una grande squadra".
Prodotta da Pepito Produzioni in collaborazione con Rai Fiction e tratta dal volume Celestino, Papa, eremita e santo di Maria Burani, la pellicola ripercorre i due snodi fondamentali del suo breve pontificato. Da un lato l'istituzione della Perdonanza — concessa il 29 agosto 1294 con la Bolla del Perdono e divenuta patrimonio immateriale Unesco —, dall'altro lo storico e inusitato passo indietro con cui rivendicò la propria autonomia spirituale dinanzi alle pressioni politiche di Carlo II d'Angiò.
L'opera ha messo in luce anche lo sforzo produttivo del set, come evidenziato dal fondatore di Pepito Produzioni, Agostino Saccà: "Il limite sono sempre le risorse. Dovevamo girare un film su un personaggio del Medioevo che prevedeva scene, costumi e ricostruzioni costose".
Saccà ha voluto ringraziare il cast per la partecipazione al progetto: "Ognuno di loro, pur di impegnarsi in quella storia, ha preso meno di quello che sarebbe stato il loro compenso naturale, a partire da Placido. Questo per sottolineare che il cinema è fatto anche con tanto amore".
Il taglio narrativo punta diretto all'impatto emotivo sullo spettatore, come confermato dal regista Edoardo Re: "Non volevamo fare una lezione di storia, ma un film che potesse trasmettere emozioni. Nello stesso tempo volevamo trovare una chiave che permettesse a questi mondi di trovarsi. L'obiettivo era trasmettere una storia e le storie si trasmettono attraverso le emozioni".
Tra gli interpreti figura Giovanni Scifoni, impegnato nel ruolo del narratore: "Io sono il portatore di questa chiave particolarissima. Non si tratta di una docufiction ma un film con un giullare che porta il pubblico dentro la storia".
Intimo e viscerale il legame con la location espresso da Giacomo Ferrara, che veste i panni del confratello Roberto da Salle: "Per me, cresciuto sulla Maiella, raccontare questa storia ha un significato ancora più importante. Essendo cresciuto in montagna mi trovo d'accordo col senso che Celestino aveva nei confronti della natura e di Dio attraverso la natura".
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