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  • Roma - Martedì 26 Maggio 2026

Musica, il jazz perde l'ultimo colosso: morto Sonny Rollins, leggenda del sassofono

Scomparso a 95 anni nella sua residenza di Woodstock lo storico musicista di Harlem. Dai capolavori immortali degli anni Cinquanta alla denuncia politica di "Freedom Suite", fino alle storiche notti di studio sul Williamsburg Bridge, si chiude l'era dei giganti dell'improvvisazione. Era l'ultimo sopravvissuto della celebre foto di gruppo "Harlem 1958".

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La storia della musica afroamericana e del jazz moderno perde la sua ultima, monumentale colonna portante, l'architetto del fraseggio improvvisato che ha ridefinito le potenzialità espressive del sax tenore nel corso del Novecento: Sonny Rollins, uno dei più grandi sassofonisti della storia del jazz e figura dominante della scena musicale del secondo dopoguerra, è morto nella sua casa di Woodstock, nello stato di New York. Aveva 95 anni.

Il decesso del leggendario strumentista è stato ufficializzato dalla sua storica addetta stampa, Terri Hinte, restituendo alla memoria collettiva il profilo di un artista in grado di unire un'inarrivabile irruenza ritmica a un'invenzione melodica in perenne mutamento, sigillata da un timbro sonoro imponente e immediatamente riconoscibile.

Nato nel cuore pulsante di Harlem il 7 settembre 1930 come Walter Theodore Rollins, crebbe nel vivace distretto culturale di Sugar Hill, subendo il fascino magnetico del sax di Coleman Hawkins. Già alla fine degli anni Quaranta il giant del jazz rappresentava una presenza fissa nei club di Manhattan, debuttando in sala d'incisione nel 1949 al fianco di Babs Gonzales e stringendo collaborazioni con monumenti del calibro di Miles Davis, Thelonious Monk, Bud Powell e Charlie Parker.

Superato il drammatico tunnel della dipendenza da eroina, gli anni Cinquanta segnarono la sua consacrazione planetaria: prima nel quintetto storico guidato da Max Roach e Clifford Brown, poi con la pietra miliare "Tenor Madness" del 1956 — celebre per ospitare l'unico storico duetto discografico con John Coltrane — e infine con il capolavoro assoluto "Saxophone Colossus", scrigno del celebre calypso "St. Thomas".

Pioniere anche sul fronte dell'impegno civile, nel 1958 firmò "Freedom Suite", una suite monumentale di esplicita condanna delle discriminazioni razziali subite dalla popolazione nera.

La parabola umana e professionale di Rollins è stata scandita anche da radicali e celebri ritiri spirituali e artistici. Il più famoso si consumò nel 1959 quando, insoddisfatto dei propri standard esecutivi, abbandonò i palcoscenici per ritirarsi a studiare in solitudine sul Williamsburg Bridge di New York, esercitandosi di notte al freddo per non disturbare il vicinato, un'esperienza mitologica che nel 1962 diede vita all'album del rientro, "The Bridge".

Nel corso dei decenni successivi ha continuato a scardinare i confini di genere, spaziando dalle sperimentazioni d'avanguardia alla fusion fino alle collaborazioni rock, memorabili i suoi assoli nel disco "Tattoo You" dei Rolling Stones del 1981.

Fondamentale per la sua stabilità fu la moglie Lucille Pearson, sposata nel 1965 e scomparsa nel 2004, che ne diresse la carriera in veste di manager e coproduttrice.

Pluripremiato con svariati Grammy alla carriera e insignito della National Medal of Arts, Rollins ha calcato i palchi di tutto il mondo fino al 2012, anno del suo ultimo live pubblico, prima che una grave fibrosi polmonare lo costringesse a riporre definitivamente lo strumento. Con la scomparsa di Benny Golson nel 2024, Rollins era rimasto l'ultimo testimone in vita dei 58 jazzisti immortalati nel leggendario scatto "Harlem 1958" di Art Kane.

La sua immensa eredità intellettuale, i cui archivi sono oggi custoditi dallo Schomburg Center di Harlem, resta racchiusa nella sua personale e instancabile filosofia della performance, espressa magnificamente in una dichiarazione del 2002: “Ogni volta che prendo il sax voglio ascoltare qualcosa di fresco”.

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