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- Roma - Lunedì 28 Settembre 2026
Omicidio Giulio Regeni, attesa per le 18 la sentenza della Corte d'Assise di Roma sugli 007 egiziani
A quasi 11 anni dal ritrovamento del corpo del ricercatore, si chiude il primo grado. Per i quattro imputati della sicurezza del Cairo chiesti l'ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo.
A quasi undici anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, la giustizia italiana si appresta a pronunciare la prima sentenza sulla morte del ventottenne friulano, dottorando all'Università di Cambridge, ritrovato privo di vita lungo la statale Cairo-Alessandria il 3 febbraio 2016 con evidenti segni di torture. Dopo un lunghissimo e travagliato iter giudiziario, la Prima Corte d'Assise di Roma è riunita in camera di consiglio a Piazzale Clodio, con la pronuncia del dispositivo prevista per le ore 18.
Il quadro accusatorio, ricostruito dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, attribuisce il sequestro, la sorveglianza e le torture dello studioso a quattro appartenenti ai servizi segreti del Cairo. Secondo la Procura di Roma, l'attività di ricerca sul campo svolta da Regeni sui sindacati indipendenti e sui venditori ambulanti fu erroneamente scambiata dalle autorità locali per un'attività d'intelligence ostile.
Nella requisitoria dello scorso 23 giugno, la Pubblica Accusa ha richiesto la condanna all'ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l'esecutore materiale dell'omicidio, e 17 anni e mezzo di reclusione ciascuno per gli altri tre coimputati: Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr.
Presenti in aula a Piazzale Clodio i familiari del ricercatore insieme al legale di parte civile, l'avvocata Alessandra Ballerini, che ha sottolineato la determinazione della famiglia di fronte agli ostacoli posti dal regime egiziano: "Siamo qui oggi nonostante questo faticosissimo percorso a ostacoli, in salita. Grazie a tutti, alla scorta mediatica e al popolo giallo. In pochi avrebbero scommesso che saremmo a un processo e poi a una sentenza. Questa è già una vittoria ma non ci accontentiamo. Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto però questa famiglia è resistente. I Regeni lo hanno fatto per noi e se oggi i nostri diritti valgono un po' di più è merito loro".
L'approdo al verdetto di primo grado rappresenta l'esito di un percorso estremamente complesso, segnato fin dai primi giorni da depistaggi e tentativi delle autorità egiziane di attribuire il decesso a un incidente stradale o a criminalità comune.
Dopo il rientro della salma in Italia il 7 febbraio 2016 e la seconda autopsia che confermò le atroci violenze subite, la Procura di Roma avviò un'indagine scontratasi da subito con la scarsa collaborazione del Cairo. Nel dicembre 2018 arrivò la svolta con l'iscrizione nel registro degli indagati di cinque uomini degli apparati di sicurezza egiziani.
Nel novembre 2020 la collaborazione giudiziaria tra i due Paesi si interruppe definitivamente a causa del rifiuto dell'Egitto di notificare la presenza degli indagati e consegnarli alla giustizia italiana.
Nonostante il rinvio a giudizio disposto dal Gup di Roma nel maggio 2021 per quattro dei cinque indagati, il procedimento subì un blocco formale per l'impossibilità di notificare gli atti agli imputati all'estero. La stasi fu superata nell'aprile 2023 grazie all'intervento della Corte Costituzionale, che consentì di procedere in contumacia in presenza di un palese e ingiustificato rifiuto di cooperazione da parte dello Stato estero, permettendo l'apertura formale del processo nel gennaio 2024.
Dopo un ulteriore stop nell'ottobre 2025 per sollevare una questione relativa al diritto di difesa, la Consulta è intervenuta nuovamente il 30 gennaio 2026 sbloccando definitivamente le udienze in febbraio e consentendo la conclusione della requisitoria a giugno.
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