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- Roma - Lunedì 21 Settembre 2026
Quelle spalle voltate a Mazzola feriscono il calcio. E le scuse, da sole, non bastano
Il gesto di una parte della Curva Sud durante il minuto dedicato a Sandro Mazzola va oltre ogni rivalità sportiva. La Juventus ha preso le distanze e chiesto scusa, ma adesso servono segnali concreti: davanti alla memoria di un grande campione non esistono colori, soltanto rispetto.
di Maurizio Pizzuto
Ci sono sconfitte che non finiscono sul tabellone. Non valgono zero punti, non modificano una classifica e non entrano nelle statistiche. Eppure pesano molto più di una partita persa.
Quello che è accaduto all’Allianz Stadium prima di Juventus-Atalanta appartiene a questa categoria.
Sessanta secondi. Tanto sarebbe bastato.
Sessanta secondi di silenzio per salutare Sandro Mazzola. Non il giocatore dell’Inter. Non l’avversario storico della Juventus. Non una maglia diversa dalla propria.
Sandro Mazzola.
Un uomo che ha attraversato una parte enorme della storia del calcio italiano. Un campione dell’Inter, certamente, ma anche della Nazionale, uno dei volti di un calcio che appartiene alla memoria collettiva del Paese.
E invece una parte della Curva Sud juventina ha deciso di voltarsi di spalle durante quel minuto di raccoglimento, mentre venivano intonati cori dedicati a figure della storia bianconera come Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli. Il resto dello Stadium, va sottolineato con altrettanta forza, non ha seguito quella scelta e ha tributato il proprio applauso a Mazzola.
Ed è proprio questo il punto.
Quelle spalle voltate non hanno offeso l’Inter. Hanno offeso il calcio.
Perché esiste un confine oltre il quale la rivalità deve fermarsi. E quel confine si chiama rispetto.
Si può fischiare un avversario. Si può contestare una squadra. Si può vivere una rivalità con passione feroce. È il calcio, da sempre. Ma davanti alla morte dovrebbe esistere una zona franca nella quale i colori vengono deposti per sessanta secondi.
Non è necessario aver tifato Mazzola.
Non è necessario aver gioito per i suoi gol.
Non è necessario dimenticare decenni di Juventus-Inter.
Bastava rispettarlo.
E, soprattutto, bastava rispettare l’uomo.
La Juventus ha preso posizione con parole chiare: «Non c’è rivalità che possa giustificare la mancanza di rispetto durante un minuto di silenzio», ricordando che la commemorazione dovrebbe trascendere appartenenze e colori. Una presa di distanza doverosa e importante.
Ma proprio perché la Juventus è la Juventus, le parole questa volta non possono bastare.
Non basta un comunicato pubblicato qualche ora dopo. Non basta dissociarsi. Non basta dire che quel comportamento non rappresenta la società.
Occorre trasformare quelle parole in un segnale concreto.
Se attraverso le immagini e gli strumenti a disposizione sarà possibile individuare i responsabili di comportamenti contrari alle regole dello stadio, la società dovrà valutare con rigore le misure previste. Perché una grande società non difende soltanto il proprio stemma: difende anche i valori che pretende di associare a quello stemma.
E qui c’è una responsabilità che riguarda tutto il calcio italiano.
Da anni riempiamo gli stadi di campagne contro il razzismo, la violenza e la discriminazione. Pronunciamo parole come rispetto, inclusione, memoria. Poi arrivano sessanta secondi di silenzio e scopriamo quanto sia difficile mettere in pratica persino la più elementare delle regole: rispettare un morto.
Fa ancora più male che tutto questo sia avvenuto ricordando Sandro Mazzola.
Figlio di Valentino, cresciuto con una tragedia familiare e sportiva enorme alle spalle, Mazzola è diventato uno dei simboli del nostro calcio. Interista fino al midollo, certo. Ma ci sono uomini che a un certo punto smettono di appartenere soltanto a una squadra.
Appartengono alla storia.
E la storia non dovrebbe avere una curva contro.
C’è poi un'altra immagine che merita di essere ricordata: quella della grande maggioranza dello Stadium che non ha seguito la protesta e ha applaudito.
È importante dirlo perché sarebbe altrettanto ingiusto trasformare il comportamento di una parte del tifo organizzato in una condanna collettiva del popolo juventino.
Anzi, forse la risposta più bella è arrivata proprio da quei tifosi della Juventus che hanno continuato ad applaudire.
Perché essere juventini non significa dover disprezzare Mazzola.
Come essere interisti non significa dimenticare Scirea.
I grandi campioni possono essere avversari per novanta minuti e patrimonio comune per sempre.
È questa la cultura sportiva che dovremmo avere il coraggio di ricostruire.
Per questo le scuse della Juventus sono necessarie, ma non sufficienti. Adesso serve qualcosa di più: un gesto, un'iniziativa, una presa di posizione capace di lasciare il segno e di spiegare soprattutto ai più giovani che esistono momenti nei quali la rivalità deve tacere.
Magari proprio sessanta secondi.
Perché il problema, alla fine, non sono soltanto quelle spalle voltate.
Il problema sarebbe voltare le spalle noi, oggi, facendo finta che sia stata soltanto una bravata da stadio.
Non lo è.
È un piccolo ma inquietante segnale di una cultura nella quale l'appartenenza rischia di diventare più importante del rispetto.
E quando accade questo, non perde l’Inter.
Non perde la Juventus.
Perde il calcio.
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