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  • Roma - Mercoledì 30 Settembre 2026

Rai, dieci anni a partita Iva: la Corte d’Appello riconosce una giornalista come dipendente

Accolto il ricorso di S. C.: rapporto a tempo indeterminato riconosciuto dall’11 luglio 2016, ripristino del lavoro, differenze retributive e tutele previdenziali. I legali: «Dietro la precarietà del lavoro c’è troppo spesso la precarietà di un’intera vita».

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di Marco Silvestri

Dieci anni di lavoro a partita Iva, poi una decisione che cambia il futuro professionale e restituisce valore al passato. Per la giornalista S. C. arriva dalla Corte d’Appello di Roma il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con la Rai, a decorrere dall’11 luglio 2016. Un passaggio che riguarda retribuzioni, anzianità e contributi, ma che porta con sé anche una prospettiva concreta: tornare a lavorare con le tutele riconosciute a una dipendente.

Secondo quanto comunicato dagli avvocati Vincenzo Iacovino e Antonio Rubino, che hanno assistito la giornalista, la IV Sezione Lavoro, con dispositivo del 23 settembre 2026, ha accolto l’appello della lavoratrice, riformando la precedente decisione del Tribunale di Roma.

Il Collegio, presieduto dalla dott.ssa Aida Sabbato, con la dott.ssa Isabella Parolari come relatrice e la dott.ssa Sara Foderaro come componente, ha dichiarato l’illegittimità dei contratti di lavoro autonomo intercorsi con la Rai dall’11 luglio 2016. Dalla stessa data è stata accertata l’esistenza di un rapporto giornalistico subordinato a tempo indeterminato, con qualifica di redattore ordinario con oltre trenta mesi di anzianità professionale.

Il riconoscimento investe l’intero percorso lavorativo oggetto della controversia. Alla giornalista, riferiscono i difensori, spettano l’anzianità dal 2016, l’assunzione e il ripristino del rapporto, il trattamento economico e normativo corrispondente alla qualifica e all’anzianità maturata, oltre alle differenze retributive rispetto ai compensi percepiti attraverso i contratti autonomi.

La Rai è stata inoltre condannata al pagamento di una somma risarcitoria parametrata alle retribuzioni maturate dal 23 gennaio 2023 al 23 settembre 2026, detratto quanto percepito dalla lavoratrice nel medesimo periodo, con interessi e rivalutazione. Sul versante previdenziale, il provvedimento dispone il versamento all’Inps dei contributi relativi al rapporto subordinato accertato, ove non prescritti.

Dietro questi passaggi si trova una questione che attraversa il mondo dell’informazione: la distanza che può crearsi tra la forma di un contratto e il lavoro effettivamente svolto. È su questo terreno che i legali collocano il significato più ampio della vicenda.

«La decisione assume un significato che va oltre la vicenda individuale», sottolineano Iacovino e Rubino, richiamando la condizione di giornalisti che, secondo quanto evidenziano, continuano a operare con partita Iva pur lavorando in modo continuativo all’interno della Rai.

Nella loro lettura, il tema coinvolge i principi degli articoli 1 e 36 della Costituzione: il valore del lavoro come fondamento della Repubblica e il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa. La corretta qualificazione del rapporto, osservano, incide quindi sulla dignità della persona e sulla possibilità di costruire il proprio futuro.

«Dietro una partita Iva c’è una persona e dietro la precarietà del lavoro c’è troppo spesso la precarietà di un’intera vita», affermano i difensori.

Un’incertezza che, aggiungono, può rendere difficile anche rivendicare le proprie ragioni. Per chi dipende da rinnovi, incarichi e collaborazioni, il timore di perdere una fonte di reddito può pesare sulla scelta di chiedere il riconoscimento delle tutele. È una riflessione dei legali che allarga lo sguardo dalla singola causa alle condizioni in cui molti professionisti si trovano a lavorare.

Iacovino e Rubino richiamano infine la responsabilità della Rai quale concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, dalla quale si attendono una particolare attenzione alla dignità e ai diritti di chi contribuisce ogni giorno alla realizzazione dell’informazione e dei programmi.

Per S. C., il provvedimento apre ora la strada al rientro a Saxa Rubra come giornalista dipendente. Per chi vive condizioni analoghe, la vicenda offre un motivo di attenzione e confronto: il riconoscimento ottenuto riguarda questa lavoratrice e il suo rapporto, ma la domanda che solleva interessa una parte più ampia della professione. Quanto pesa, nella vita di un giornalista, poter finalmente guardare al lavoro senza l’incertezza del prossimo incarico?

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