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  • Roma - Giovedì 27 Agosto 2026

Disastro tra Nepal e Tibet: oltre 330 morti e 1.300 dispersi. La Farnesina: "Tre italiani ancora irreperibili, due tratti in salvo"

La diplomazia italiana lavora sulle segnalazioni, mentre l'allarme si sposta sui bacini d'accumulo in Tibet.

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Si fa di ora in ora più drammatico il bilancio della catastrofe naturale che ha travolto la fascia di confine tra Nepal e Tibet. Secondo gli ultimi aggiornamenti diffusi dalle autorità locali e dalla polizia nepalese, il numero delle vittime accertate è salito a 332, mentre si contano oltre 1.300 dispersi complessivi tra le due sponde della frontiera, compresi 517 turisti stranieri di cui si sono perse le tracce.

L'origine del disastro, confermata dall'Istituto geologico statunitense, è da attribuire al crollo di un ghiacciaio che ha generato una colata di fango e rocce, provocando una violenta scossa sismica e la successiva esondazione dei corsi d'acqua a valle.

Sul fronte della sicurezza dei connazionali, l'Unità di Crisi della Farnesina rileva una situazione in costante evoluzione. Dopo le verifiche effettuate su circa 130 italiani presenti nell'area, i casi di accertata irreperibilità si sono ridotti a tre. Tra questi figura Marco Ratto, cinquantenne orefice originario di Rapallo che si trovava al valico di confine per fare ingresso in Tibet, oltre a una coppia italo-svizzera di cui non si hanno ancora conferme sul transito doganale.

Parallelamente, le autorità nepalesi e il Ministero degli Affari Esteri hanno confermato l'avvenuto salvataggio di due cittadini italiani, Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, tratti in salvo insieme ad altri 25 turisti nelle zone maggiormente colpite di Timure e Bhote Koshi.

Mentre le squadre di soccorso nepalesi – con oltre 4.000 agenti di polizia mobilitati – continuano a scavare tra le macerie a Rasuwa, Dhading e Gorkha, in Tibet resta alta la tensione per la tenuta idrogeologica del territorio. Le autorità cinesi hanno attivato un monitoraggio speciale su un lago di sbarramento formatosi a monte del porto di Gyirong, per scongiurare il rischio che il cedimento della diga naturale possa innescare una nuova e distruttiva ondata di piena verso valle.

Il disastro ha suscitato l'immediata mobilitazione della comunità internazionale. Il Regno Unito ha disposto uno stanziamento di 5 milioni di sterline in aiuti d'emergenza, inviando personale consolare e offrendo squadre di ricerca specializzate, mentre gli Stati Uniti hanno mobilitato 500.000 dollari destinati all'assistenza degli sfollati tramite la rete dei beni di prima necessità.

Dalla Santa Sede è giunto inoltre il messaggio di cordoglio di Papa Leone, che attraverso il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, ha espresso vicinanza spirituale alle famiglie delle vittime e a quanti sono impegnati nelle complesse operazioni di soccorso.

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