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  • Roma - Martedì 1 Settembre 2026

Duma di Stato, attesa un’affluenza del 67%. Russia Unita tiene nei sondaggi, ma all’opposizione pesa l’assenza di Yabloko

La Corte suprema conferma l'esclusione di Yabloko, unico partito contrario alla guerra. Il Cremlino consolida i consensi, mentre tra gli altri contendenti nessuno riesce a emergere.

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di Nico Marino

Nelle scorse settimane il dibattito politico russo è stato monopolizzato dall'esclusione di Yabloko, unica formazione dichiaratamente contraria alla guerra in Ucraina, dalle elezioni di settembre per il rinnovo della Duma di Stato.

Lo scorso 17 agosto la Corte suprema ha infatti confermato la sentenza di primo grado contro il partito guidato da Nikolaj Rybakov, dopo la condanna a undici anni inflitta al suo vicepresidente, Lev Shlosberg, con l'accusa di propaganda contro le forze armate. Yabloko oggi resta formalmente in corsa per i seggi assegnati con il metodo uninominale, dove le sue chance di successo restano comunque nulle.

Ma è la messa al bando dalle liste proporzionali a segnare il punto politicamente più significativo: con l’assenza sulla scheda dell’unico partito pacifista sarà impossibile misurare per via elettorale la reale entità dell'opposizione alla politica estera del Cremlino.

Gli ultimi sondaggi, prima dell'esclusione, accreditavano Yabloko tra il 13 e il 14%: una cifra che, se confermata dai risultati, avrebbe rappresentato la prima quantificazione concreta del dissenso verso un conflitto che si trascina ormai da oltre quattro anni. La sentenza, dunque, giunge con tempestività quanto meno sospetta, e finirà per condizionare direttamente l'esito del voto.


A un mese dall’apertura delle urne, in programma dal 18 al 20 settembre, il quadro che emerge dagli ultimi sondaggi conforta le aspettative del Cremlino. Più della metà dei russi si dice pronta a recarsi al voto, mentre tra le altre forze politiche nessuna riesce a imporsi con chiarezza sugli altri.

È quanto emerge dai dati presentati a Mosca lo scorso 25 agosto, nel corso di una tavola rotonda organizzata congiuntamente dall'Istituto di esperti per la ricerca sociale (Eisi) e dalla Fondazione per lo sviluppo della società civile: tra il 66 e il 67% degli intervistati dichiara di voler votare a settembre, mentre solo il 18% esclude categoricamente di farlo. Il restante 13% si dice ancora indeciso: una fascia che, valendo tra il 10 e il 15% dell'elettorato secondo le stime, rappresenta la vera incognita della consultazione.


A differenza di quanto avvenuto nelle precedenti campagne per la Duma, i rilevamenti del Centro panrusso per lo studio dell'opinione pubblica (VTsIOM) indicano che Russia Unita sarebbe riuscita a mantenere pressoché intatto il proprio consenso anche nella fase più calda della competizione. Solitamente è in estate, quando le altre forze politiche intensificano gli attacchi al partito di maggioranza, che si registra un calo nei sondaggi: il fatto che stavolta la flessione non si sia materializzata viene letto dallo staff elettorale di Putin come una prima vittoria sul campo.

Tra quanti dichiarano di voler votare, il 42% sceglierebbe oggi Russia Unita. Segue, all'11%, il Partito Comunista di Ghennadij Zjuganov, mentre al terzo posto si colloca Nuova Gente, la formazione di opposizione sistemica nata nel 2020 per intercettare il voto di protesta moderata, con una stima dell'8%, stessa percentuale attribuita al Partito Liberaldemocratico, di orientamento ultranazionalista e populista di destra. Gli altri contendenti, ormai orfani di Yabloko, si contenderanno quel che resta, senza reali possibilità di incidere sugli equilibri finali.

«Il compito dei partiti è allo stesso tempo semplice e difficile: devono riuscire a risultare più interessanti della campagna elettorale stessa». Il commento, riportato dal quotidiano Kommersant, è di Michail Vinogradov, analista della Fondazione Politica di San Pietroburgo, secondo cui il problema comune a tutte le forze alternative a Russia Unita è l'incapacità di costruirsi un'agenda riconoscibile agli occhi dell'elettorato.

 Una difficoltà aggravata dal ruolo ormai marginale dei deputati nei processi decisionali dei rispettivi partiti e dalla scarsa partecipazione degli elettori alla stessa elaborazione dei programmi.

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