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  • Roma - Martedì 1 Settembre 2026

Inondazioni tra Nepal e Tibet, oltre mille morti. Fosse comuni per le vittime senza nome

Drammatico il bilancio dei dispersi, oltre 4.400 tra i due versanti. L'allarme di UN Women: 43mila donne necessitano di aiuti immediati.

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Ha superato quota mille il bilancio provvisorio delle vittime causate dalle violente inondazioni che hanno devastato le regioni montane lungo il confine tra Nepal e Cina. Le autorità nepalesi hanno aggiornato a 987 il numero dei decessi sul proprio territorio, a cui si sommano almeno 16 vittime confermate ufficialmente nella regione del Tibet, portando il totale dei morti accertati oltre la soglia del migliaio.

Resta altissimo il numero delle persone che mancano all'appello: i dati dell'Autorità nazionale per la gestione dei disastri del Nepal registrano 3.916 dispersi, mentre le autorità cinesi riferiscono di 546 persone introvabili in Tibet, per un totale di almeno 4.462 dispersi sull'intero fronte dell'emergenza.

Sul campo nepalese le squadre di soccorso hanno portato in salvo 11.814 persone, impiegando elicotteri e velivoli per raggiungere i centri abitati rimasti isolati a causa dei crolli delle infrastrutture stradali e dei ponti.

A quasi una settimana dall'inizio del disastro, le autorità locali stanno procedendo alla sepoltura di centinaia di salme non identificate all'interno di fosse comuni, previa repertazione e prelievo di campioni di Dna per consentire il successivo riconoscimento delle vittime.

Sul fronte umanitario si registra il fermo richiamo di Christine Arab, direttrice regionale per l'Asia e il Pacifico di UN Women, intervenuta in conferenza stampa al Palazzo delle Nazioni di Ginevra per sollecitare interventi mirati a tutela della popolazione femminile. Stando alle stime dell'agenzia ONU, sono circa 43.000 le donne e ragazze in Nepal che necessitano di soccorsi urgenti a causa dell'esaurimento delle scorte alimentari e dell'interruzione dell'approvvigionamento idrico nei distretti più colpiti, come quello di Rasuwa.

L'assenza di servizi igienici separati, la mancanza di illuminazione nei rifugi temporanei e un tasso di analfabetismo femminile che in alcune aree raggiunge il 33% aumentano l'esposizione delle donne a rischi di sicurezza, malnutrizione e barriere nell'accesso ai soccorsi, spingendo le Nazioni Unite a chiedere un coinvolgimento diretto delle figure femminili nella gestione della ricostruzione.

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