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  • Roma - Lunedì 1 Giugno 2026

Medio Oriente in fiamme, salta l'accordo Usa-Iran: attacchi incrociati nel golfo, raid sul Kuwait

La fragile diplomazia nel Golfo Persico è minacciata da una nuova escalation militare, mentre gli Stati Uniti, guidati da Donald Trump, esprimono ottimismo sulla risoluzione della crisi. Tuttavia, l'Iran denuncia le violazioni statunitensi e insiste su un cessate il fuoco in Libano come condizione per qualsiasi accordo. Le tensioni si intensificano con attacchi reciproci tra le forze militari. In questo contesto, la Francia cerca di mediare, proponendo una task force navale per garantire la sicurezza marittima dopo un possibile armistizio.

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La fragilissima impalcatura diplomatica faticosamente edificata per arginare le ostilità nel Golfo Persico rischia il definitivo collasso sotto il peso di una nuova, violenta escalation militare. Nonostante i corridoi internazionali e le installazioni belliche siano teatro di pesanti scontri a fuoco, la presidenza degli Stati Uniti manifesta un parziale e ostentato ottimismo sulla risoluzione della crisi.

"Sarà un buon accordo", ha ribadito il capo della Casa Bianca, Donald Trump, assicurando che la Repubblica Islamica "desidera ardentemente raggiungere un accordo, e sarà un buon accordo per gli Usa e per coloro che sono con noi". Attraverso la piattaforma Truth Social, il tycoon ha indirizzato una dura reprimenda sia ai parlamentari Democratici sia ai Repubblicani, colpevoli a suo avviso di esercitare pressioni indebite per costringerlo a "muoversi più velocemente, più lentamente, andare in guerra o non andare in guerra".

Tali interferenze, nell'analisi del presidente, finiscono per rendere "molto più difficile per me fare il mio lavoro correttamente e negoziare". Trump ha quindi esortato l'opinione pubblica alla calma con un messaggio netto: "State tranquilli e rilassatevi, alla fine andrà tutto bene - finisce sempre bene!".

I segnali che giungono dai vertici politici di Teheran evidenziano tuttavia una profonda e opposta lettura degli equilibri sul campo. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo della delegazione incaricata dei negoziati, ha denunciato che l'applicazione del blocco navale guidato da Washington e l'intensificazione di quelli che ha definito i crimini di guerra perpetrati dalle forze israeliane in Libano costituiscono la prova inconfutabile del fallimento degli impegni statunitensi.

Sulla stessa linea d'attacco si è posizionato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, il quale ha formalizzato la rottura degli accordi preliminari: "Gli Stati Uniti hanno violato il cessate il fuoco anche stamattina. Non esiteremo a prendere ogni misura che riterremo necessaria per difendere la sicurezza nazionale iraniana".

Nelle strategie della Repubblica Islamica, la fine delle ostilità sul fronte del Golfo non può essere disgiunta dal teatro d'operazioni siriano-libanese, dove l'esercito di Tel Aviv ha raddoppiato le incursioni nonostante i patti di metà aprile. "Insistiamo sul fatto che un cessate il fuoco in Libano sia una condizione essenziale per qualsiasi accordo volto a porre fine alla guerra", ha scandito chiaramente Baghaei in conferenza stampa, congelando momentaneamente il dossier sullo sviluppo dell'uranio arricchito: "Sappiamo quando è necessario agire in materia nucleare. Non si sono svolte trattative sui dettagli del dossier nucleare. In questa fase, la nostra priorità è porre fine alla guerra".

Parallelamente, le autorità civili rivendicano la sovranità economica sulle rotte energetiche globali: Arman Khorsand, direttore del Centro iraniano per gli affari internazionali e le convenzioni ambientali, ha difeso la legittimità dei pedaggi applicati ai mercantili in transito nello Stretto di Hormuz, definendoli sanzioni ecologiche necessarie a riparare i guasti subiti dagli ecosistemi e smentendo i rilievi legali delle potenze occidentali: "L'affermazione secondo cui la riscossione di tasse ambientali dalle navi di passaggio è illegale non ha fondamento giuridico", potendo avvenire "nel quadro delle norme internazionali riconosciute" sul passaggio inoffensivo.

La contrapposizione politica ha trovato immediata e simmetrica sponda nelle azioni belliche dei rispettivi comandi militari. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha formalizzato l'avvio di una serie di "attacchi difensivi" diretti a neutralizzare le installazioni radar e i nodi logistici per la gestione dei velivoli senza pilota posizionati dall'Iran nella località strategica di Garook e sull'isola di Qeshm. I caccia di Washington hanno distrutto batterie missilistiche e abbattuto droni suicidi in risposta alle provocazioni locali contro un velivolo spia statunitense. Immediata la replica delle Guardie della Rivoluzione, che hanno bersagliato con i propri vettori la base militare d'oltreoceano da cui era decollata la squadriglia americana: "L'aviazione delle Guardie della Rivoluzione ha avvertito che se l'aggressione si ripeterà, la risposta sarà completamente diversa", hanno minacciato i Pasdaran.

Lo scacchiere si è ulteriormente complicato nelle ore precedenti, quando il governo del Kuwait ha denunciato e condannato un pesante bombardamento missilistico iraniano sul proprio territorio sovrano, riservandosi il diritto di applicare tutte le contromisure di sicurezza.

In questo contesto di massima frammentazione, la diplomazia europea tenta di ritagliarsi uno spazio di mediazione e di garanzia operativa per il futuro. Il presidente francese Emmanuel Macron ha tenuto un lungo e articolato colloquio telefonico con il leader della Casa Bianca, esprimendo sostegno per la conduzione delle trattative. Lo stesso capo dell'Eliseo ha comunicato sui social di aver "salutato gli sforzi determinati che sta conducendo per giungere rapidamente a un accordo tra Stati Uniti e Iran", reputando la firma un'occasione irripetibile per dar vita a "un nuovo quadro di sicurezza che coinvolga l'insieme degli attori interessati, al fine di consentire una stabilizzazione duratura della regione".

Macron, che in precedenza aveva consultato telefonicamente i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman ed Egitto, ha confermato l'impegno di Parigi e Londra nel presidiare i corridoi marittimi una volta siglato l'armistizio: "ho indicato che siamo pronti a sostenere pienamente questi sforzi e ad assumere pienamente il nostro ruolo nella loro attuazione".

Nello specifico, la Francia è pronta a schierare una task force navale nello stretto: "È in questo senso la missione internazionale che abbiamo costruito con i britannici e i nostri partner, pronta a essere dispiegata non appena sarà concluso un accordo, per contribuire alla sicurezza del traffico marittimo nello stretto di Hormuz", offrendo inoltre le proprie competenze tecniche per "le negoziazioni più ampie che devono aprirsi, in particolare sul capitolo nucleare di un accordo".

Nel corso del colloquio con il presidente americano, Macron ha infine "salutato l'impegno del presidente a favore della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano", rimarcando l'urgenza di consolidare "un cessate il fuoco robusto e del nostro sostegno collettivo alle autorità libanesi".

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