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- Roma - Sabato 19 Settembre 2026
Addio a Sandro Mazzola, il campione che riuscì a diventare semplicemente Sandro
È morto a 83 anni uno dei simboli della Grande Inter e della Nazionale. Figlio di Valentino, scomparso a Superga quando aveva appena sei anni, trascorse una vita portando sulle spalle un cognome enorme senza farsene schiacciare. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, ma soprattutto uno stile che apparteneva a un calcio nel quale i campioni sembravano ancora persone di famiglia.
Ci sono calciatori che smettono di giocare e lentamente diventano fotografie. E poi ce ne sono altri che continuano a vivere nella memoria collettiva, anche di chi non li ha mai visti correre davvero su un campo.
Sandro Mazzola apparteneva a questa seconda categoria.
È morto a 83 anni uno degli ultimi grandi interpreti di un calcio che sembra lontanissimo da quello di oggi. La notizia della sua scomparsa è stata annunciata dall'Inter, la squadra nella quale era entrato ragazzo e dalla quale, in fondo, non era mai veramente uscito.
Ma raccontare Sandro Mazzola soltanto attraverso gol, presenze e trofei sarebbe forse il modo meno giusto per salutarlo.
Perché la sua partita più difficile era cominciata molto prima di mettere piede a San Siro.
Aveva sei anni quando suo padre Valentino morì nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949. Valentino Mazzola non era semplicemente un calciatore: era il capitano del Grande Torino, il simbolo di una squadra entrata nel mito e di un'Italia che provava a rialzarsi dopo la guerra.
Per Sandro quel cognome fu contemporaneamente un'eredità e una domanda che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.
Come si diventa se stessi quando tuo padre è già una leggenda?
Mazzola trovò la risposta sul campo.
Non cercò di essere Valentino. Diventò Sandro.
E forse è questa la parte più bella della sua storia.
Con l'Inter costruì una carriera irripetibile, attraversando 17 stagioni con la stessa maglia. Fu uno dei volti della Grande Inter di Helenio Herrera, conquistando quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Con la Nazionale vinse l'Europeo del 1968 e arrivò alla finale mondiale di Messico '70. Nel 1971 fu secondo nella classifica del Pallone d'Oro dietro Johan Cruijff.
Numeri enormi. Eppure Mazzola era molto più dei numeri.
Aveva qualcosa che le statistiche non riescono a conservare: il modo di stare nel calcio.
Il pallone sembrava accompagnarlo più che obbedirgli. Eleganza e velocità, tecnica e intuizione. E quel volto con i baffi che per generazioni di italiani diventò familiare quasi quanto quello di un parente.
Poi c'era la Nazionale.
Mazzola e Rivera.
Inter e Milan.
Due Italie calcistiche che sembravano inconciliabili e che finirono per essere raccontate attraverso la celebre “staffetta” ai Mondiali del 1970. Una rivalità sportiva diventata parte della cultura popolare italiana, mentre tra i due uomini rimase una relazione di rispetto.
Erano anni in cui il calcio entrava nelle case soprattutto attraverso la radio e una televisione ancora in bianco e nero. Non esistevano social network, highlights disponibili pochi secondi dopo un gol o telecamere capaci di sezionare ogni centimetro del campo.
Un campione diventava grande anche attraverso il racconto.
E Sandro Mazzola era perfetto per essere raccontato.
Quando smise di giocare non scomparve. Fu dirigente dell'Inter e successivamente lavorò anche per Genoa e Torino, tornando così, quasi chiudendo un cerchio della vita, nel club che era stato quello di papà Valentino. Poi arrivarono la televisione e il ruolo di commentatore e opinionista.
La voce era cambiata, il passo inevitabilmente anche. Ma per chi lo incontrava continuava a esserci qualcosa del ragazzo che aveva dovuto imparare troppo presto cosa significasse perdere un padre e, contemporaneamente, convivere con il suo mito.
Oggi il calcio saluta un fuoriclasse.
Ma forse l'immagine più autentica da conservare non è quella delle coppe alzate, dei gol o delle notti europee.
È quella di un bambino di sei anni al quale la vita consegnò troppo presto un cognome gigantesco.
Avrebbe potuto rimanerne prigioniero.
Invece prese quel cognome, lo portò con rispetto per tutta la vita e riuscì nell'impresa più difficile: scriverci accanto la propria storia.
Valentino Mazzola apparteneva già alla leggenda. Sandro riuscì a diventarlo senza smettere di essere Sandro.
Ed è forse per questo che oggi non se ne va soltanto un pezzo della storia dell'Inter.
Se ne va un pezzo del calcio italiano, e anche un piccolo pezzo della memoria di un Paese.
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