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  • Roma - Sabato 4 Luglio 2026

Dalle galee trascinate tra le montagne alla Caserma Catena: il filo invisibile che unisce Verona a una delle più grandi imprese militari del Rinascimento

Un'operazione logistica audace permise alle galee veneziane di attraversare le montagne, cambiando le sorti della guerra contro Milano e lasciando tracce a Verona.

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di Valerio Viola

Quando si parla delle grandi imprese militari della storia, l'immaginazione corre inevitabilmente alle battaglie combattute sul campo. Più raramente, invece, ci si sofferma sulle gigantesche operazioni logistiche che hanno permesso a quelle battaglie di essere vinte. Eppure è proprio la capacità di superare gli ostacoli imposti dalla geografia ad aver scritto alcune delle pagine più straordinarie della storia europea.

Tra queste spicca senza dubbio la celebre "Galeas per montes", l'incredibile trasferimento di un'intera flotta della Repubblica di Venezia dalle acque dell'Adige fino al Lago di Garda, trascinando le navi attraverso le montagne del Trentino. Un'impresa che ancora oggi gli storici considerano uno dei più audaci esempi di ingegneria militare del Quattrocento.

Ma quella vicenda non appartiene soltanto ai libri di storia. Ha lasciato tracce concrete anche nella città di Verona, dove uno dei luoghi simbolo della memoria militare cittadina racconta ancora oggi quella stagione di straordinaria importanza strategica.

L'inverno tra il 1438 e il 1439 rappresentò uno dei momenti più delicati dello scontro tra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano.

Le truppe guidate dal condottiero Niccolò Piccinino avevano praticamente isolato Brescia, fondamentale avamposto veneziano in terraferma. Le vie terrestri erano ormai compromesse, mentre la parte meridionale del Lago di Garda risultava controllata dai milanesi, rendendo impossibile qualsiasi rifornimento.

Per Venezia la perdita di Brescia avrebbe significato aprire una pericolosa breccia nel proprio sistema difensivo.

Fu allora che entrò in scena Niccolò Sorbolo, esperto marinaio e progettista di origine cretese, autore di un piano che sembrava sfidare ogni logica.

La proposta era semplice solo sulla carta: risalire l'Adige fino a Rovereto, tirare completamente in secca le navi, trasportarle via terra oltre il Passo San Giovanni e infine rimetterle in acqua a Torbole, sulla sponda settentrionale del Garda.

Una manovra che nessuno aveva mai tentato prima.

Tra l'inizio del 1439 e la primavera vennero movimentate sei galee da guerra e venticinque imbarcazioni minori.

Per rendere possibile l'impresa furono costruiti sistemi di slitte e rulli in legno sui quali far scorrere gli scafi, mentre oltre duemila buoi e centinaia di operai furono impiegati nel traino, nel disboscamento dei versanti e nella preparazione dei percorsi.

Il tratto più difficile fu quello della Val Santa Lucia, dove enormi argani e robuste funi, ancorati direttamente alla roccia, impedirono alle pesantissime navi di precipitare lungo il pendio.

L'operazione riuscì perfettamente.

Le galee veneziane entrarono nel Lago di Garda sorprendendo completamente le forze milanesi e riaprendo le comunicazioni con Brescia, contribuendo in maniera decisiva alla sopravvivenza della città.

Dietro quella straordinaria impresa esisteva però un'altra componente fondamentale: il controllo assoluto del fiume Adige.

Verona rappresentava infatti il principale snodo logistico lungo il percorso fluviale che collegava il Veneto ai territori più settentrionali.

Chi controllava l'Adige controllava uomini, merci, approvvigionamenti e, soprattutto, le flotte veneziane.

Per questo motivo la Serenissima aveva trasformato l'accesso alla città in un autentico sistema di sicurezza.

Proprio nel punto in cui il fiume entrava nel centro urbano era installato uno degli apparati difensivi più ingegnosi dell'epoca.

Una gigantesca catena di ferro attraversava l'intero Adige da una sponda all'altra.

Quando necessario veniva sollevata per bloccare completamente la navigazione, impedendo l'ingresso di imbarcazioni nemiche e consentendo il controllo di ogni transito commerciale e militare.

A sostenerla era la Torre della Catena, ancora oggi riconoscibile nel corso del fiume, testimonianza silenziosa di un sistema difensivo che per secoli garantì la sicurezza della città.

È proprio da quell'antico sbarramento fluviale che nasce il nome della Caserma Catena, costruita nell'Ottocento nel quartiere di Borgo Trento e successivamente intitolata alla Caserma Rossi.

La sua posizione non è casuale.

Il complesso militare sorge infatti nelle immediate vicinanze dell'antico punto di controllo dell'Adige, ereditandone idealmente funzione e memoria.

Se le galee di Sorbolo poterono risalire il fiume verso la loro straordinaria traversata alpina fu anche grazie alla sicurezza garantita da quel sistema difensivo che proteggeva Verona e l'intera rete logistica veneziana.

Oggi la grande catena non esiste più, ma il suo nome continua a vivere nella toponomastica cittadina, ricordando come proprio sulle rive dell'Adige passasse una delle arterie strategiche più importanti della Serenissima.

Così, tra le mura della Caserma Catena e le acque del fiume che ancora attraversa Verona, sopravvive il filo invisibile che unisce la memoria urbana a una delle più spettacolari operazioni militari del Rinascimento europeo: il viaggio impossibile delle galee veneziane tra montagne, vallate e torrenti, capace di cambiare il destino di una guerra e di lasciare un'impronta indelebile nella storia della città.

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