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Impietosa l’analisi che del dopo elezioni fa lo storico inviato speciale della RAI Gregorio Corigliano, da sempre egli stesso protagonista e parte integrante della storia democristiana.
Impietosa l’analisi che del dopo elezioni fa lo storico inviato speciale della RAI Gregorio Corigliano, da sempre egli stesso protagonista e parte integrante della storia democristiana.
Le elezioni ci sono state: ha vinto il centro destra, o meglio il partito della destra, Fratelli d’Italia. Il Pd, partito di centro sinistra (sulla carta) ha perso. I momenti sono due, adesso, Il presidente di Fd’I, Meloni, sta lavorando per il compito che gli elettori le hanno assegnato. Impegno continuo ed alacre, i cui risultati si vedranno a breve. Sta facendo la stessa cosa il Pd? Non come dovrebbe, a mio sommesso parere.
Pare che il risultato elettorale non sia stato negativo per i dem. Letta ha perso e continua giustamente a parlare. Tocca a lui, fare uscire dalla secche in cui si è arenato, il partito alla cui guida è stato chiamato mentre era a Parigi. Si è misurato ed ha perso al di là di ogni immaginazione. E adeso propone soluzioni. E’ giusto che lo faccia, ma è altrettanto giusto che iscritti, consiglio e direzione le valutino. Invece? C’è l’arrembaggio di sempre. Anziché discutere di futuro, la preoccupazione è quella, more solito, della divisione dei posti di potere(?).
Mentre Letta, in direzione si affannava a trovare una giustificazione sulla sconfitta, a proporre di cambiare nome e simbolo (sbagliato, secondo me) i dem di lungo e vecchio corso, discutevano su chi debba guidare i gruppi. Questo è il problema? E meno male che è un fatto interno: si tratta di cariche(!) che toccano agli eletti dem. Uomini o donne? E siccome le donne sono o sarebbero state sacrificate nella scelta dei collegi, si decide (chi) che debbano toccare alle parlamentari.
Ed ecco, anche stavolta, le gallinelle di Renzo (attenti, Renzo, quello dei polli di Manzoni e non Renzi, che in questa fase è seduto sulla riva del fiume ad attendere) litigano, guidate dai capicorrente. Ascani, Malpezzi, Rossomando, Serracchiani ( ma non può stare ferma un giro a leccarsi le ferite?) Madia, De Micheli e chi più ne ha più ne metta.
C’è di più: se Tizia fa il capogruppo, Caia può andare alla vicepresidenza della Camera, oppure ad un’altra vice presidenza. Invece di chiudersi in una stanza e proporre i nomi, anche per le eventuali vice presidenze, alle quali aspirano i capi corrente, come per esempio, Franceschini. Non ce ne sono altri? Certo che sì, pur perdendo, infatti, il Pd deve dar conto ad altri partiti alleati.
Non sarebbe meglio pensare a sedute fiume di penitenza e di rinnovamento. Un “convegno” spirituale (come quello Maria Cristina di Savoia affidato alla guida impeccabile di Mariapia Galasso, pronta a rilanciarlo) dove battersi il petto e fare proposte serie di rilancio di un partito che deve essere anche movimento cultuale, di proposta e di partecipazione. Secondo gli auspici di “I care” di memoria antica.
Un segretario? Certo che ci vuole, magari transeunte, ma occorre. Chi guida altrimenti, le folle del Nazareno, che ci sono, nonostante diminuite oltre misura? Non possono comportarsi come le correnti del mare! Variabili, alternate, sinusoidali! Scuola di discussione, di proposta, anche di protesta, se necessario, ma che alla fine devono condurre ad unicum, come diceva, per altro, Giovanni Paolo secondo: “ut unum sint”! In gran parte, evidentemente. Non per la spartizione dei posti, in maggioranza (una volta!) o in minoranza che sia. La lezione della Democrazia Cristiana, che in tanti, anche tra i DS, si sforzano di dire che è stato “un grande partito” non è punto servita. Vi ricordate i congressi all’Eur ?
Non me ne sono perso uno. Sette ore di Moro, interventi altrettanto fiume di De Mita, la proposta o il preambolo di Donat Cattin, la concretezza di Andreotti, le nuove cronache di Fanfani, la base di Marcora, De Mita e Misasi, le teorie illuminati ed illuminanti di Aldo Moro: le convergenze parallele! E poi, al momento del voto, della raccolta del consenso, mai (o quasi) divisioni.
Serve alla società italiana un raggruppamento di centro sinistra. Che rappresenti i cattolici democratici, vicini sempre alla dottrina sociale della Chiesa ma vicini anche al mondo di Berlinguer e della sinistra, due mondi diversi ma tendenti entrambi a servire il paese.
Amici e compagni che si occupino di quel che non è stato fatto il 25 settembre: i giovani, il Sud, le periferie (come, a parole, dicono in tanti) la lotta alla mafia, che non tocca solo a Cafiero de Raho o a Scarpinato, o addirittura a Conte. Un esempio credibile viene da Nicola Irto che ha lavorato come una formichina, anche se non ha raggiunto appieno l’obiettivo! E chi non è più credibile, anche per consunzione, non può che farsi da parte, nell’interesse di quella forza politica, appunto il Pd, che, per esempio, a Cascina, dove le sezioni stavano aperte fino a mezzanotte, ha raggiunto il 29 per cento.
Tutti incazzati, ma attivi. La manna del cielo è finita, da tempo.
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