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  • Roma - Martedì 28 Luglio 2026

Il procuratore di Palermo: "La mafia punta a droni lanciamine e armi da guerra"

De Lucia in Commissione: centinaia di telefoni nelle carceri, a rischio la tenuta della custodia cautelare. In corso indagini sul tesoro di Messina Denaro.

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Droni lanciamine dal mercato nero del conflitto russo-ucraino e una presenza capillare di cellulari all'interno degli istituti di pena che rischia di vanificare il lavoro di investigatori e inquirenti. È il quadro tracciato dal procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, nel corso dell'audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia.

"Abbiamo trovato armi che vengono dal Salento ma la cui provenienza è l'area balcanica, cioè l'ex Jugoslavia, ma sappiamo di un interesse della mafia verso armi più sofisticate: quelle ad esempio del mercato nero nato con la guerra Russa-Ucraina. Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci. C'è dunque un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità. Questo sia nel circondario di Palermo che in altri territori", ha rivelato il capo dei pm palermitani.

Particolare allarme suscita la gestione dei detenuti non sottoposti al carcere duro: "Poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici. Questa è una situazione che riguarda tutti gli istituti di pena. Il 41 bis si è rivelato uno strumento efficiente, il vero problema ora è per i soggetti mafiosi che entrano in carcere in alta o media sicurezza perché non hanno la qualifica di capi. Parliamo di detenuti che vengono immediatamente dotati di telefoni, cosa che consente a Cosa nostra di continuare a comandare".

Una dinamica che mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni: "Ciò comporta due conseguenze: la custodia cautelare cautela ben poco e poi si indebolisce la credibilità dello Stato verso le persone a cui chiediamo collaborazione, come ad esempio le vittime del racket. Quando si sa che chi hai denunciato ordina i danneggiamenti dalla galera è difficile capire l'utilità delle denunce".

I numeri forniti dal procuratore fotografano l'ampiezza del fenomeno negli istituti siciliani: "Nelle sole carceri di Palermo Pagliarelli e Ucciardone abbiamo scoperto a disposizione dei detenuti, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, 297 cellulari. E centinaia ne abbiamo trovati in tutta la Sicilia. Questi sono quelli che abbiamo recuperato, la cui introduzione nelle celle cioè è fallita. È immaginabile quanti invece siano riusciti a entrare negli istituti di pena senza che ce ne accorgessimo".

Da qui il richiamo alla necessità di un adeguamento delle strutture e del personale penitenziario, scartando soluzioni come i jammer, non praticabili nelle aree urbane: "Se consentiamo ai mafiosi di continuare a fare i mafiosi dal carcere vanifichiamo anche il lavoro investigativo. Se l'alta e la media sicurezza funzionassero si potrebbe ridurre anche il numero dei ristretti al 41 bis".

In apertura di seduta, de Lucia ha fatto il punto sulle indagini relative alla rete di protezione e alle ricchezze di Matteo Messina Denaro, ricordando il recente blitz con sequestri per 200 milioni di euro eseguito in collaborazione con 7 Stati esteri: "Messina Denaro apparteneva a una generazione di uomini di Cosa nostra che hanno un approccio molto evoluto con mondi esterni e una attenzione particolare alla accumulazione di capitali e alla loro redistribuzione nel territorio e altrove". Su ulteriori dettagli il procuratore ha richiesto e ottenuto la secretazione dei lavori.

Durante la seduta, il deputato del Pd Giuseppe Provenzano ha espresso solidarietà al magistrato a seguito delle recenti polemiche con il ministro della Giustizia sulle condizioni delle carceri.

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