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  • Roma - Giovedì 4 Giugno 2026

Medio Oriente: ucciso casco blu serbo dell'Unifil nel sud del Libano. Hezbollah respinge l'accordo di cessate il fuoco di Washington

L'episodio si è verificato dopo l'annuncio di un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano, rigettato dalla milizia sciita. La situazione umanitaria in Libano è critica, con migliaia di vittime e sfollati.

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La fragilissima intesa diplomatica raggiunta oltreoceano per stabilizzare il confine israelo-libanese è stata drammaticamente violata sul campo.

Nelle prime ore del mattino, un avamposto della missione internazionale Unifil situato nei pressi di Marjayoun, nel settore orientale del Libano meridionale, è stato centrato da colpi di mortaio. L'impatto ha causato il decesso di un peacekeeper e il ferimento di altri due militari delle Nazioni Unite.

A perdere la vita è stato il sergente maggiore Milovan Jovanovic, di nazionalità serba. Come comunicato dal Ministero della Difesa di Belgrado, il sottufficiale “ha ricevuto le prime cure mediche in un ospedale all'interno della base dopo essere stato ferito, per poi essere trasportato in elicottero al Centro medico universitario di Beirut, dove è deceduto”.

Sulla paternità del raid è subito scattato uno scambio di accuse. L'esercito israeliano ha negato ogni coinvolgimento, attribuendo la responsabilità del bombardamento alla milizia sciita: “L'organizzazione terroristica Hezbollah ha sparato colpi di mortaio che hanno colpito un avamposto dell'Unifil, uccidendo un membro delle Nazioni Unite nel sud del Libano e ferendone altri due. Un esame della traiettoria dei proiettili indica chiaramente che l'attacco è stato effettuato dall'organizzazione terroristica”.

L'episodio ha sollevato l'immediata e dura reazione del Governo italiano. Attraverso una nota ufficiale di Palazzo Chigi, l'esecutivo ha espresso la “più ferma condanna per l'uccisione di un peacekeeper serbo di UNIFIL nel sud del Libano e per il ferimento di altri militari impegnati nella missione”, richiamando tutte le parti a garantire l'incolumità del contingente ONU. Contestualmente, la Farnesina ha confermato che non vi sono connazionali coinvolti, poiché l'attacco si è verificato in un'area non presidiata dai soldati italiani.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la linea di Roma: “L'Italia sostiene il cessate il fuoco tra Libano ed Israele. L'ho appena confermato a Yossef Raggi, ministro degli Esteri libanese, ribadendo la piena disponibilità italiana ad essere parte del rafforzamento delle istituzioni e delle forze armate regolari”.

Tajani ha poi aggiunto su X che “per difendere il cessate il fuoco, Hezbollah deve interrompere assolutamente qualsiasi azione militare contro Israele e accettare le decisioni del governo legittimo. Siamo convinti che anche Israele debba rinunciare ad una escalation militare”.

L'attacco contro i caschi blu si è consumato paradossalmente poche ore dopo l'annuncio, giunto da Washington al termine di complessi colloqui bilaterali, di un accordo tra Israele e Libano per un rinnovato cessate il fuoco e l'istituzione di zone di sicurezza interne che avrebbero dovuto escludere e disarmare Hezbollah. Una svolta accolta con favore dalle diplomazie occidentali ma immediatamente rigettata dal braccio armato filoiraniano. Il movimento guidato da Naim Qassem ha formalizzato il proprio rifiuto al capo dello Stato libanese Joseph Aoun, definendo i patti di Washington “una capitolazione e una sconfitta” e sollecitando le istituzioni di Beirut a “porre fine alla farsa e all'umiliazione dei negoziati”.

Secondo le dichiarazioni di Qassem diffuse dai media locali, “l'esito di questi negoziati diretti, assurdi, umilianti e vergognosi, per il Libano viene respinto senza riserve da gran parte della popolazione libanese”. Il leader della milizia ha aggiunto che la proclamazione congiunta “definisce i principi fondamentali che gli Stati Uniti e Israele prevedono per la sottomissione del Libano al progetto del Grande Israele. Fare del disarmo della resistenza (di Hezbollah) il punto di partenza di qualsiasi accordo equivale a distruggere il potere del Libano e costituisce una minaccia esistenziale per il popolo che resiste”, ponendo come condizioni inderogabili il ritiro totale delle truppe israeliane, il ritorno dei profughi e la liberazione dei detenuti.

Di parere opposto il presidente libanese Joseph Aoun, il quale ha avvertito che l'intesa rappresenta “l'ultima opportunità” per la salvezza del Paese, rivelando che i negoziati condotti dal capo delegazione Simon Karam erano stati persino sospesi prima del decisivo intervento di mediazione del Segretario di Stato americano Marco Rubio.

Sullo sfondo, il leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei ha inviato un messaggio d'orgoglio, sostenendo che “Usa e Israele hanno subito una bruciante sconfitta” e che il loro attuale obiettivo strategico sia unicamente quello di “seminare i semi del dubbio, della disperazione, della paura, della sfiducia e della divisione”.

Nonostante i canali diplomatici rimangano formalmente aperti, la violenza non si arresta. L'Idf ha continuato a bersagliare le postazioni di Hezbollah nel sud del Libano con droni e artiglieria, intimando ai civili di “non dirigersi a sud del fiume Zahrani” a causa dei combattimenti ravvicinati. Il bilancio umanitario diffuso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive uno scenario drammatico dall'inizio delle ostilità (2 marzo 2026): in Libano si contano 3.468 vittime, 10.577 feriti e oltre 127.700 sfollati interni distribuiti in 631 centri di accoglienza, dove si registra una preoccupante impennata di malattie gastrointestinali acute dovute alle precarie condizioni igieniche. Al contempo, più di 448.000 cittadini hanno già varcato la frontiera per rifugiarsi in Siria.

Sul fronte parallelo del conflitto, i bombardamenti dell'aviazione israeliana hanno colpito anche la striscia di Gaza, provocando almeno 9 morti (tra cui 4 bambini) in un condominio di Gaza City.

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