Morte intossicate a Campobasso, svolta nelle indagini: madre e figlia uccise dalla ricina, si indaga per duplice omicidio

Gli accertamenti tossicologici ribaltano l'ipotesi dell'intossicazione alimentare per la morte di Antonella Di Ielsi e della quindicenne Sara. La Procura apre un fascicolo contro ignoti per avvelenamento da sostanza letale.

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Martedì 31 Marzo 2026
Campobasso - 31 mar 2026 (Prima Notizia 24)

Gli accertamenti tossicologici ribaltano l'ipotesi dell'intossicazione alimentare per la morte di Antonella Di Ielsi e della quindicenne Sara. La Procura apre un fascicolo contro ignoti per avvelenamento da sostanza letale.

L'inchiesta sulla tragica fine di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, di soli 15 anni, ha subito una svolta drammatica e definitiva.

Le due donne di Pietracatella, decedute tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso, non sarebbero rimaste vittime di una banale intossicazione alimentare, come ipotizzato in un primo momento, ma sarebbero state avvelenate con la ricina. 

Si tratta di una tossina vegetale estremamente potente, ricavata dai semi della pianta del ricino, le cui tracce sarebbero emerse chiaramente dai campioni biologici analizzati durante gli accertamenti tossicologici.

Di fronte a questa evidenza, la Procura di Campobasso ha virato con decisione l'asse delle indagini, aprendo un nuovo fascicolo per l'ipotesi di reato di duplice omicidio volontario, attualmente a carico di ignoti.

Il dramma ha avuto inizio nei giorni precedenti al Natale, focalizzandosi in particolare sui pasti consumati tra il 22 e il 23 dicembre nell'abitazione di famiglia. In quei giorni erano presenti il padre Gianni Di Vita, la madre e la figlia minore, mentre la figlia maggiore, Alice, non aveva partecipato al convivio e non ha mai manifestato alcun sintomo.

Dopo un iniziale malessere caratterizzato da ore di vomito, le condizioni di Antonella e Sara sono precipitate rapidamente fino al collasso degli organi e al decesso, avvenuto a poche ore di distanza l'una dall'altra dopo una serie di accessi e dimissioni dal pronto soccorso.

Anche il padre era stato colpito da una sintomatologia severa che aveva richiesto il ricovero allo Spallanzani di Roma, dove però gli esami tossicologici erano risultati negativi, permettendogli le dimissioni dopo alcuni giorni.

Il quadro probatorio si sta consolidando attraverso una complessa attività scientifica coordinata tra il Centro antiveleni Maugeri di Pavia e il Policlinico di Bari. Sebbene l'autopsia eseguita il 31 dicembre non avesse fornito risposte immediate, i successivi test biologici hanno permesso di isolare la sostanza letale, escludendo definitivamente altre piste come il botulino o l'ingestione di funghi velenosi.

Un ostacolo nelle indagini è rappresentato dal fatto che parte dei residui dei pasti incriminati era già stata smaltita nei rifiuti organici prima del sequestro della casa.

Al momento, l'iscrizione nel registro degli indagati di cinque medici rimane un atto dovuto per consentire gli accertamenti irripetibili, ma l'attenzione degli inquirenti è ora tutta rivolta a ricostruire come la ricina sia finita sulla tavola della famiglia Di Vita e chi possa aver orchestrato l'avvelenamento.


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