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  • Roma - Mercoledì 24 Giugno 2026

Processo Regeni, la Procura accusa l'Egitto: "Dieci anni di depistaggi e silenzi per proteggere i responsabili"

Nella requisitoria finale i magistrati romani puntano il dito non solo contro i quattro ufficiali imputati per il sequestro e l'omicidio del ricercatore italiano, ma anche contro un sistema che avrebbe ostacolato per anni la ricerca della verità. "Una strategia deliberata per impedire l'accertamento dei fatti"  

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A dieci anni dalla scomparsa e dall'uccisione di Giulio Regeni, il procedimento davanti alla Corte d'Assise di Roma è arrivato a uno dei passaggi più significativi. Nella lunga requisitoria finale, la Procura ha ricostruito non soltanto le presunte responsabilità dei quattro ufficiali della Sicurezza nazionale egiziana imputati nel processo, ma anche quello che viene descritto come un sistematico tentativo di ostacolare l'accertamento della verità. I quattro imputati, come avvenuto in tutte le precedenti udienze, erano assenti dall'aula. Su di loro pesa l'accusa di aver avuto un ruolo nel sequestro, nelle torture e nell'omicidio del ricercatore friulano, scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita alcuni giorni dopo.

"Un processo contro il silenzio"

Nel suo intervento, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha allargato lo sguardo oltre le responsabilità individuali. Secondo l'accusa, il procedimento rappresenta anche una sfida contro anni di omissioni, depistaggi e mancate collaborazioni. "Questo è un processo contro il silenzio di chi non voleva parlare né collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. Un processo contro la menzogna, le ricostruzioni artificiose e i depistaggi", ha affermato il magistrato. Parole che sintetizzano la convinzione della Procura secondo cui il caso Regeni sarebbe stato ostacolato fin dall'inizio da una precisa strategia volta a impedire l'emersione delle responsabilità.

Il muro costruito dal regime egiziano

Nella ricostruzione dei magistrati, le difficoltà incontrate dagli investigatori italiani non sarebbero state il frutto di inefficienze burocratiche o semplici incomprensioni diplomatiche. Secondo la Procura, le autorità egiziane avrebbero progressivamente costruito un vero e proprio sistema di protezione degli apparati coinvolti. "Il regime egiziano ha innalzato, mattone dopo mattone, un muro invalicabile per impedire l'accertamento della verità", ha sostenuto Colaiocco. Una linea condivisa anche dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, secondo il quale quel muro sarebbe stato progressivamente abbattuto grazie al lavoro investigativo svolto in questi anni.

Gli indizi contro i quattro ufficiali

Nonostante le difficoltà incontrate, la Procura ritiene di aver raccolto elementi sufficienti per sostenere le accuse nei confronti dei quattro appartenenti alla Sicurezza nazionale egiziana. Un ruolo centrale nell'inchiesta è stato svolto dall'analisi dei tabulati telefonici relativi alla zona e alle ore della scomparsa di Regeni. Da quei dati, uniti ad altre evidenze investigative, gli inquirenti italiani sono riusciti a ricostruire una parte significativa degli eventi che avrebbero preceduto il sequestro del ricercatore. Secondo l'accusa, Regeni sarebbe stato considerato dagli apparati di sicurezza egiziani una figura sospetta, erroneamente ritenuta una possibile spia o un soggetto in grado di alimentare tensioni sociali e politiche.

Il fermo clandestino e le torture

La Procura sostiene che il giovane ricercatore sia stato sottoposto a un cosiddetto "fermo non ufficiale", una pratica che, secondo l'accusa, verrebbe utilizzata in alcuni casi nei confronti di soggetti ritenuti pericolosi dagli apparati di sicurezza. Dietro questa definizione si celerebbe una detenzione illegale, caratterizzata da interrogatori, violenze e torture. Secondo quanto emerso nel corso del processo, Regeni sarebbe stato vittima proprio di questo sistema, fino alla sua morte. Un destino che, secondo i magistrati, non rappresenterebbe un episodio isolato ma si inserirebbe in un contesto più ampio di repressione politica.

Il tentativo di attribuire il delitto a una banda criminale

Uno dei punti più controversi dell'intera vicenda riguarda ciò che accadde dopo il ritrovamento del corpo di Regeni. Secondo la Procura, le autorità egiziane avrebbero tentato di chiudere rapidamente il caso indicando come responsabile una presunta banda di rapinatori. Una pista che venne successivamente smentita dagli sviluppi investigativi e che gli inquirenti italiani considerano uno dei principali esempi dei depistaggi messi in atto per allontanare l'attenzione dalle reali responsabilità.

Le rogatorie senza risposta

Nel corso della requisitoria è stato ricordato anche il numero delle richieste di collaborazione rimaste senza esito. Su 64 rogatorie internazionali inviate dall'Italia, ben 39 non avrebbero ricevuto alcuna risposta dalle autorità egiziane. Per la Procura non si tratta di semplici ritardi burocratici. I magistrati parlano di una "cooperazione di facciata", finalizzata più a mostrare una disponibilità formale che a favorire realmente l'accertamento dei fatti. "L'Egitto ha formulato promesse che non aveva alcuna intenzione di mantenere", ha sostenuto l'accusa.

Le decisioni della Corte Costituzionale

Il processo è potuto arrivare fino a questo punto anche grazie a due importanti interventi della Corte Costituzionale. La Consulta è stata chiamata a pronunciarsi sulle difficoltà derivanti dalla mancata collaborazione delle autorità egiziane e sulle garanzie processuali da riconoscere agli imputati assenti. Le decisioni dei giudici costituzionali hanno consentito di superare ostacoli che rischiavano di bloccare definitivamente il procedimento. Secondo la Corte, reati come tortura e omicidio non possono trovare protezione dietro barriere procedurali o ragioni di Stato.

Non solo gli imputati, ma un intero sistema

La requisitoria della Procura ha assunto così un significato che va oltre il destino giudiziario dei quattro ufficiali sotto accusa. I magistrati hanno infatti descritto un apparato che, a loro giudizio, avrebbe scelto di proteggere se stesso anziché collaborare all'accertamento della verità. "Il silenzio egiziano ha smesso di apparire semplice inefficienza ed è diventato una strategia di resistenza istituzionale", ha affermato Colaiocco. Un'accusa pesante che rappresenta uno dei passaggi più significativi dell'intera vicenda processuale.

In attesa della sentenza

Dopo la requisitoria della Procura, il processo proseguirà con gli interventi delle parti civili e delle difese. Solo al termine di questa fase la Corte d'Assise si ritirerà in camera di consiglio per emettere la sentenza. Qualunque sarà il verdetto, il caso Regeni continua a rappresentare una delle vicende più delicate nei rapporti tra Italia ed Egitto e uno dei più complessi percorsi giudiziari degli ultimi anni. Per la Procura, però, un risultato è già stato raggiunto: nonostante i silenzi, le omissioni e i depistaggi denunciati dagli inquirenti, la ricerca della verità non si è fermata e il caso non è stato consegnato all'oblio. Un messaggio che accompagna ancora oggi la richiesta di giustizia per Giulio Regeni e per la sua famiglia.

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