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  • Roma - Sabato 18 Luglio 2026

L'Europa si riarma, ma ha dimenticato di costruire una coscienza comune

L'Europa accelera sulla sicurezza, ma fatica a costruire un'identità politica comune, rischiando di diventare un insieme di eserciti senza coesione.

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di Giorgio Neri

Ci sono immagini che raccontano il nostro tempo meglio di qualsiasi statistica. Leader riuniti attorno a tavoli internazionali, nuovi piani di difesa, miliardi destinati agli armamenti, vertici straordinari convocati uno dopo l'altro. L'Europa accelera sulla sicurezza, mentre ai suoi confini continuano le guerre, le tensioni geopolitiche e le minacce alle rotte commerciali. La crisi nel Mar Rosso, il conflitto in Ucraina e le nuove instabilità internazionali stanno imponendo all'Unione una revisione profonda delle proprie strategie di difesa.

Era inevitabile.

Per troppo tempo il Vecchio Continente ha vissuto nella convinzione che la pace fosse un diritto acquisito, quasi una legge naturale della storia. Oggi scopriamo che non era così. La pace non è mai definitiva: va difesa, costruita, alimentata ogni giorno.

Eppure il vero problema non riguarda soltanto gli investimenti militari.

Il rischio è che l'Europa stia diventando molto più veloce nel produrre strumenti di difesa di quanto non riesca a costruire un'identità politica condivisa.

Esiste un mercato unico. Esiste una moneta comune. Esistono istituzioni europee sempre più articolate. Ma esiste davvero una coscienza europea?

La risposta continua a essere incerta.

Lo dimostrano le reazioni differenti davanti alle grandi crisi. Ogni emergenza viene affrontata ancora troppo spesso con una logica nazionale. Ogni governo parla ai propri elettori prima che ai partner europei. Ogni decisione nasce da un difficile equilibrio tra interessi interni e visione comunitaria.

È un limite che oggi pesa molto più che in passato.

Nel nuovo ordine mondiale contano le dimensioni, la capacità industriale, la ricerca tecnologica, la forza diplomatica e quella economica. Gli Stati Uniti ragionano come una superpotenza. La Cina pianifica con orizzonti di decenni. L'India cresce come protagonista globale. Le grandi economie emergenti consolidano il proprio peso internazionale.

L'Europa, invece, rischia ancora di discutere soprattutto su come dividersi competenze e responsabilità.

La vera sfida non consiste nel comprare più carri armati o produrre nuovi sistemi di difesa. Consiste nel decidere quale ruolo vogliamo occupare nel mondo dei prossimi vent'anni.

Perché una difesa comune senza una politica estera realmente comune rischia di trasformarsi in una somma di eserciti, non in una vera potenza geopolitica.

C'è poi un altro aspetto che merita attenzione.

Ogni euro destinato alla sicurezza rappresenta una scelta. Ed è giusto che venga spiegata ai cittadini. Non basta evocare le minacce internazionali. Occorre dimostrare che sicurezza, innovazione, industria e ricerca possono crescere insieme senza sacrificare welfare, scuola e sanità.

La politica vive di equilibrio.

La storia insegna che nessuna nazione è diventata forte trascurando la propria coesione sociale. Allo stesso modo nessuna democrazia può sentirsi sicura se aumenta soltanto la propria capacità militare, lasciando crescere le disuguaglianze economiche e la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.

Forse il vero riarmo di cui l'Europa ha bisogno non riguarda soltanto gli arsenali.

Riguarda la credibilità delle sue istituzioni, la capacità di prendere decisioni rapide, la volontà di parlare con una sola voce nei grandi dossier internazionali e, soprattutto, il coraggio di spiegare ai cittadini che la sicurezza non è un costo, ma un investimento sulla stabilità delle future generazioni.

Perché le guerre si combattono con gli eserciti.

Ma la pace duratura si costruisce con la politica. E quella, oggi, resta ancora l'arma più difficile da mettere davvero in campo.

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