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Cosa vuol dire andare a studiare a New York? Soprattutto per un ragazzo che studia in Calabria e che non ha mai conosciuto l’America? Cosa comporta tutto questo per la sua famiglia di origine? E cosa rimane di una esperienza così forte?
“La verità è che ad un certo punto tutto questo ti sembra una favola”- risponde Samuele Lopez- Prima di partire tu immagini mille cose diverse, non sai cosa aspettarti, ti preparai a conoscere un mondo del tutto nuovo, ti abitui all’idea della lontananza, ma appena arrivi a Manhattan ti rendi conto che non è più tutto come prima e che ad un certo punto ti sembrerà di essere stato catapultato in un sogno, tu tra i grattacieli, tu nella Grande Mela, tu con la Statua della Libertà ogni giorno di fronte agli occhi, tu tra i taxi gialli di questa città così bella, tu di sera e di notte tra i fumi di vapore dei quartieri più antichi di New York. Una città che sembra fuoriuscita ogni giorno da un film, e in questa città tu sei venuto a studiare e a imparare cose nuove. Un sogno davvero, credimi”.
Samuele Lopez ha solo 22 anni ed è qui a New York dallo scorso mese di gennaio per completare i suoi corsi di ingegneria gestionale al City University College of Staten Island, Università molto famosa e molto frequentata da noi qui a New York per avere beneficiato dei contributi per la creazione e il funzionamento di cattedre di italiano da parte del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del nostro Paese. Samuele ragazzo parla un inglese perfetto, e tutto sembra tranne che un ragazzo appena sbarcato a Ellis Island, un ragazzo moderno, informato, curioso, pieno di vita e di entusiasmo, e che ha scelto New York perché “questa città odora di futuro”.
Samuele è arrivato qui all’Università della Calabria dove, in stretta sinergia con il suo tutor, Gianpiero Barbuto, che all’Università della Calabria è la figura di massimo riferimento per quel che concerne le esperienze internazionali degli studenti del Campus di Arcavacata, ha oggi la possibilità di vivere qui questa straordinaria parentesi americana, che non è solo studio analitico dei temi che più lo riguardano, management e gestione del presente, ma è immersione nella cultura americana più tradizionale. Un’esperienza unica al mondo e che “so perfettamente bene che mi porterò dentro per sempre”. Ringrazia suo padre Samuele per non averlo fermato “Speravo che lui non mi tenesse chiuso in casa, ma ha capito subito che per me sarebbe stata un'occasione da non perdere. Gli ho solo promesso che sarei tornato a casa alla fine del mio stage per finire a Cosenza i miei studi e semmai per ripartire subito dopo la laurea, ma è ancora presto programmare tutto questo”.
A Staten Island, dove ogni giorno Samuele frequenta regolarmente le sue lezioni, è ospite di un alloggio che il college gli ha messo a disposizione, lo vive e lo divide insieme ad Eathan, uno studente originario di Brooklyn con il quale condivide spazi abitativi e lunghe chiacchierate. Superate le difficoltà iniziali di ambientamento, Samuele mi racconta di aver trovato modo di esprimere le proprie capacità superando in modo lusinghiero i test didattici ai quali è stato sottoposto in questi mesi dai docenti d’oltre oceano, completando finalmente il suo corso di laurea che ora chiuderà in Calabria con la richiesta della tesi, dopo aver sostenuto gli ultimissimi esami.
-Samuele, che esperienza è stata fino ad ora?
“Nel college ho avuto modo di scoprire il “modello” universitario americano, che è molto diverso da quello italiano anche dal punto di vista dell’approccio e della metodologia di studio. Ma per fortuna non sono solo qui, ci sono anche anche Luciano, Lorenzo e Antonio, sono anche loro calabresi, e anche loro studenti di ingegneria gestionale all’UNICAL. Devo dire, è facile l’integrazione nella città. Questa è una straordinaria megalopoli, crocevia del mondo che ti accoglie nel suo grembo immenso con tutte le sue contraddizioni ma anche con il suo fascino. La cosa che mi rimarrà per sempre dentro sono i tanti momenti di pausa tra una lezione e l’altra, le visite a Manhattan, a Soho, le nostre incursioni ad Harlem, il bagno di italianità a Brooklyn, tutti quartieri facilmente raggiungibili dal distretto di Staten Island grazie ai bus o ai traghetti che navigano nella baia passando accanto alla Statua della Libertà fino all’approdo a Wall Street. Ma anche le tante escursioni periodiche sulla Quinta Strada, il Rockfeller center, il residenziale quartiere Chelsea, giusto per citarne solo alcuni”.
-Quanti calabresi hai avuto modo e occasione di conoscere?
“La scoperta dei calabresi qui in America è un’esperienza davvero molto forte. Ho scoperto che numerosi sono i ristoratori calabresi che a New York hanno avuto successo, trasferendo qui la nostra tradizionale dieta mediterranea, che è molto apprezzata da avventori e turisti della Grande Mela. Ed è proprio in questi posti che ho avuto modo di riassaporare profumi e certe ricette della nostra tradizione, e tutto questo mi ha anche aiutato a sopperire alla nostalgia della cucina calabrese e a quella di mia mamma Melania, che rimane pur sempre il mio grande punto di riferimento. Ma questo non scriverlo se puoi, è una cosa troppo personale forse”.
-Mi fai un nome per tutti?
“Certamente sì, quello di Toni Brusco, un italiano molto famoso qui a New York, un imprenditore di grande successo che è punto di riferimento per del Made in Italy da queste parti, pensa che lui è partito poverissimo da Paola e qui ha messo in piedi una grande industria grafica, come dire? Un imprenditore della carta e dell’editoria. Davvero un personaggio illustre di cui i calabrese devono andare fieri. So che ancora torna ogni anno a Paola, perché mi ha raccontato che il mare di Paola non ha pari al mondo”.
-Come trascorri le tue giornate al College?
“Tantissimo studio, tante lezioni da seguire, tante occasioni di incontro e di confronti con la realtà del Campus, ma anche la possibilità di praticare sport in strutture moderne e ampie, dedicate qui solo agli studenti, ma questo testimonia di come la pratica agonistica venga tenuta in considerazione da chi guida ila vita del College, e talvolta anche di più rispetto alla formazione culturale e scientifica”.
-E la famiglia lontana?
“Il mondo è cambiato, la tecnologia ci ha avvicinati sempre di più, e le distanze di un tempo oggi sono completamente ridotte. Pensa alle videochiamate, basta coordinare bene il fuso orario, e ad una certa ora tu ti ritrovi a tavola con la tua famiglia dall’altra parte del mondo. A volte io mi collego e vedo mia mamma che prepara il pranzo per tutti, ed è come stare a casa. Francamente non è più la lontananza che leggo su certi romanzi del passato. I fili del telefono e la magia dei social hanno annientato anche gli spazi immensi dell’oceano che separa l’Italia dagli Usa”.
-E che cosa è che, stando qui a New York, ti manca di più?
“I miei fratelli, prima di tutto, Ettore e Michaela. E poi gli amici, soprattutto nei momenti di solitudine e di malinconia che inevitabilmente fanno parte della vita di ognuno di noi”.
-Dopo New York di nuovo ad Arcavacata?
“Sì per chiudere la parentesi universitaria, e devo dire che non potevo fare esperienza più bella di questa”.
-Chiuso per sempre con l’America?
“Impossibile chiudere per sempre con l’America. Credo che il futuro sia l’America e credo che se potessi trovare un lavoro qui a New York dopo la laurea tornerei volentieri a vivere qui la mia prima esperienza lavorativa. Questo è un paese che ti accoglie e ti aiuta, e sei bravo e capace ti permette di crescere da solo, senza nessun aiuto, e nel rispetto di un concetto sacro che forse in Italia non sempre è ricorrente, la meritocrazia. Qui davvero i migliori arrivano dove vogliono, e questo è bellissimo”.
-Il pensiero più dolce che ti lega oggi alla tua vita a Cosenza?
“Forse gli anni trascorsi al mio liceo, il Liceo Scorza, grande palestra di vita anche quella”.
-Samuele a chi dedichi questa tua esperienza?
“A chi mi ha aiutato a viverla, a Gianpiero Barbuto, all’Università della Calabria, alla mia facoltà, ai miei professori, e ai miei amici più cari che alla fine mi hanno convinto che partire è anche ritornare, e poi alla mia famiglia, a mio padre che da giornalista che è, ha capito subito che sarebbe stata una esperienza fondamentale per la mia formazione”.
-Un’esperienza da consigliare dunque a tanti altri ragazzi come te?
Non solo da consigliare. Ma da mettere in programma almeno una volta nella vita, perché è più forte di quanto si possa solo immaginare. Provare per crederci”.
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