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- Roma - Mercoledì 24 Giugno 2026
Scotch sulla bocca e bambini legati alle sedie: maestra condannata a quattro anni per maltrattamenti
Una maestra di Taranto è stata condannata a quattro anni per maltrattamenti su alunni, tra cui minacce e punizioni umilianti.
Si è conclusa con una condanna a quattro anni di reclusione la vicenda giudiziaria che vedeva imputata una maestra di una scuola primaria della provincia di Taranto accusata di maltrattamenti nei confronti dei propri alunni. La sentenza è stata pronunciata dal tribunale di Taranto, che ha riconosciuto la responsabilità della docente, oggi 63enne, per una serie di comportamenti che avrebbero provocato paura e sofferenza in bambini che all'epoca dei fatti avevano appena sei anni. La pena stabilita dal giudice è risultata più severa rispetto a quella richiesta dalla pubblica accusa, che aveva sollecitato una condanna a due anni e mezzo.
Le accuse: minacce, punizioni e umiliazioni
Secondo quanto emerso durante il processo, l'insegnante avrebbe adottato metodi disciplinari particolarmente duri e intimidatori per imporre il silenzio e mantenere l'ordine in classe. Le contestazioni riguardano episodi che risalgono all'anno scolastico 2014-2015 e coinvolgono una classe di prima elementare. Tra i comportamenti descritti dai piccoli alunni figurano l'utilizzo di nastro adesivo per impedire loro di parlare, il legarli a sedie o porte dell'aula e l'imposizione di punizioni ritenute incompatibili con qualsiasi metodologia educativa. Secondo l'accusa, la docente avrebbe inoltre minacciato alcuni bambini prospettando l'allontanamento dalle loro famiglie in caso di comportamenti ritenuti non adeguati.
Il silenzio durato anni
Uno degli aspetti più particolari della vicenda riguarda il tempo trascorso prima che gli episodi emergessero. I fatti sarebbero infatti rimasti nascosti per diversi anni. Le prime segnalazioni arrivarono soltanto quando gli alunni frequentavano ormai la terza elementare e avevano una nuova insegnante. Fu proprio durante alcune attività di confronto svolte in classe che i bambini iniziarono a raccontare quanto accaduto negli anni precedenti. I loro racconti permisero di ricostruire un quadro che destò immediatamente preoccupazione sia nel personale scolastico sia nelle famiglie.
Le confidenze durante il progetto scolastico
A favorire l'emersione della vicenda fu un'attività educativa prevista all'interno del progetto "Senza Zaino", percorso didattico fondato sul rispetto reciproco e sulla condivisione. Durante gli incontri dell'"Agorà", spazio dedicato al dialogo tra insegnanti e studenti, alcuni bambini iniziarono a ricordare e raccontare episodi che fino a quel momento non erano mai stati riferiti agli adulti. Le loro testimonianze colpirono profondamente la nuova maestra e successivamente i genitori, che decisero di rivolgersi alle autorità. Da quelle segnalazioni nacque l'indagine che ha portato al processo e alla sentenza pronunciata in questi giorni.
Il racconto degli alunni
Nel corso delle indagini gli ex alunni vennero ascoltati dagli investigatori quando frequentavano la quarta elementare. Le loro dichiarazioni hanno rappresentato uno degli elementi principali dell'inchiesta. Secondo i racconti raccolti, l'insegnante avrebbe più volte utilizzato lo scotch per chiudere la bocca ai bambini ritenuti troppo rumorosi o indisciplinati. In altre occasioni, sempre secondo le accuse, alcuni alunni sarebbero stati legati alle sedie o immobilizzati per impedirne i movimenti. I piccoli avrebbero inoltre subito schiaffi sulle mani e altre punizioni considerate dagli inquirenti incompatibili con il ruolo educativo dell'insegnante.
Il clima di paura in aula
Gli investigatori hanno descritto un ambiente caratterizzato da forte tensione emotiva. Nel capo d'imputazione si parla infatti di un contesto dominato da intimidazioni e minacce che avrebbero generato nei bambini uno stato costante di ansia e timore. Tra gli episodi contestati figura anche l'utilizzo di un telefono cellulare per simulare o effettuare riprese video degli alunni, accompagnate dalla minaccia di diffondere le immagini. Una circostanza che, secondo l'accusa, contribuiva ad alimentare un clima di soggezione e paura all'interno della classe.
Le conseguenze sui bambini
Le ripercussioni psicologiche sarebbero state significative. Dagli atti processuali emerge che almeno uno degli alunni avrebbe manifestato un forte disagio emotivo, arrivando a interrompere temporaneamente attività fondamentali come la lettura e la scrittura. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il bambino avrebbe sviluppato un blocco psicologico legato proprio alla paura vissuta durante il periodo trascorso in quella classe. Elementi che hanno contribuito a delineare il quadro dei maltrattamenti contestati alla docente.
Interdizione dai pubblici uffici e risarcimenti
Oltre alla pena detentiva, il tribunale ha disposto anche ulteriori conseguenze per l'imputata. La sentenza prevede infatti l'interdizione dai pubblici uffici e il riconoscimento della responsabilità civile del Ministero dell'Istruzione. La docente e il ministero dovranno versare una provvisionale di 5 mila euro a ciascuna delle otto parti civili costituite nel procedimento. Si tratta di una somma immediatamente esecutiva in attesa dell'eventuale definizione del risarcimento complessivo.
Una vicenda che riapre il dibattito sulla tutela dei minori
La sentenza riporta l'attenzione sul tema della protezione dei bambini negli ambienti scolastici e sull'importanza di individuare tempestivamente eventuali situazioni di disagio. In questo caso, i racconti emersi anni dopo i fatti hanno consentito di avviare un'indagine che ha portato alla ricostruzione degli episodi contestati. Una vicenda che, nonostante il lungo tempo trascorso, continua a lasciare un segno profondo nelle persone che l'hanno vissuta e che oggi trova una risposta giudiziaria con la condanna pronunciata dal tribunale di Taranto.
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