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  • Roma - Martedì 1 Settembre 2026

Smartphone in classe o una scuola da rivoluzionare? Come la tecnologia impone di ripensare il sistema didattico

La riapertura delle scuole solleva interrogativi sulla capacità degli insegnanti di adattarsi a studenti trasformati dalla tecnologia, richiedendo un ripensamento dell'educazione.

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di Gianni Dell'Aiuto

Tra pochi giorni riapriranno le scuole e, come ogni anno, torneremo a discutere di programmi, insegnanti, voti, bocciature, punizioni, metodi. Come se già non bastassero gli smartphone in classe, l'intelligenza artificiale, i prof che fanno video, le classi usate come palcoscenico per le challenge e chi raggiunge più like. Due categorie di discussione decisamente importanti.

Ma il problema vero è che continuiamo a partire dalla domanda sbagliata.

Non dovremmo, infatti, chiederci soltanto che cosa insegnare, bensì se chi insegna è in grado di farlo, a chi si troverà davanti questo settembre e negli anni successivi.

Non è un giudizio sulle persone, ma un problema di sistema perché dobbiamo prendere atto che, oggi, chi entra in classe non è più quello per il quale è stata pensata gran parte della nostra scuola e i suoi insegnanti, nella maggior parte dei casi, non sono stati formati per lui.

Non esiste più il bambino intimorito dall'autorità del maestro e dei genitori di qualche generazione fa. E neppure l'adolescente un po' sbruffone degli anni Settanta o Ottanta, che contestava famiglia e professori, ma cresceva ancora in un mondo fisico, dove per sapere qualcosa bisognava cercarla, per parlare con un amico bisognava incontrarlo o telefonargli, per vedere un film aspettare che fosse trasmesso e persino annoiarsi faceva parte della giornata.

Oggi sui banchi c’è un essere umano diverso. Diverso non biologicamente, ma per ambiente, abitudini, strumenti, linguaggio e modalità di relazione con il mondo. È il risultato di una metamorfosi prodotta dall'adattamento alla tecnologia che ha prodotto quello che io definisco Homo Googlis; ed è una metamorfosi che inizia molto prima della scuola.

A tre anni un bambino sa già che basta toccare uno schermo perché qualcosa accada. Guarda un video mentre mangia perché così sta tranquillo; un altro in macchina perché si annoia e un altro ancora per dormire. Al ristorante gli diamo il tablet perché mamma e papà possano cenare in pace. Non possiamo poi stupirci se, qualche anno dopo, quello stesso bambino fatica ad accettare che il mondo reale non funzioni come uno schermo.

A sei anni può sapere già scorrere, cliccare, scegliere un video, saltare quello che non gli interessa, cercare qualcosa usando la voce. Forse interroga già un'intelligenza artificiale per chiederle di migliorare un disegno e ancora non sa utilizzare una penna. È una generazione già alfabetizzata al clic prima ancora che alla scrittura.

E mentre cresce cambiano gli strumenti ma resta la logica: tutto subito, tutto disponibile, tutto on demand. Video, musica, giochi, informazioni, amici, immagini, risposte.

Poi arriva a scuola.

E la scuola che cosa fa? Intanto ha programmi, metodi e categorie educative costruiti per un altro essere umano, e li applica a questo, nuovo, senza chiedersi se reggono ancora.

E qui c'è il vero problema, quello che continuiamo a evitare: non se il ragazzo sia cambiato; lo sappiamo. Ma se chi dovrebbe educarlo sia cambiato altrettanto. E la risposta, per gran parte del corpo docente, è no.

Un insegnante che non ha mai usato un'intelligenza artificiale non può insegnare a un ragazzo che la userà tutti i giorni per il resto della vita. Il ragazzo corre di pari passo con la tecnologia perché sono cresciuti insieme. Il programma resta fermo. E il docente, spesso, resta in mezzo, con gli strumenti di vent'anni fa per un mondo che ne ha meno di tre.

E qui si inseriscono i prof che fanno video, quelli che riempiono le sale per raccontare la storia in due ore o spiegare la fisica col tono giusto davanti a una telecamera. Sto ancora aspettando che qualcuno si laurei guardando i loro video. Non è mai successo, e non succederà. Sui video non si fa cultura; ci si passa due ore. E si rimpiange il maestro Manzi che, senza like, ha alfabetizzato una nazione.

Questo non significa che Dante non serva più, che la matematica sia superata o che conoscere Napoleone sia diventato inutile perché possiamo chiedere a un chatbot chi fosse.

Al contrario.

Significa domandarsi come insegnare Dante, matematica e Napoleone a una mente abituata a Google, TikTok, YouTube, videogiochi, notifiche e, adesso, intelligenza artificiale.

Uno dei compiti fondamentali della scuola era trasferire una conoscenza che era scarsa, difficile da trovare, elitaria, custodita nelle biblioteche e soprattutto da chi l'avevano studiata.

Oggi il problema si è quasi capovolto e un ragazzo ha in tasca più informazioni di quante una persona di qualche generazione fa avrebbe potuto consultare in una vita.

Ed è qui che nasce l'obiezione che gira nei corridoi, nelle chat dei genitori, persino in qualche aula: la scuola è inutile, ho tutto nel cellulare. È un'obiezione sbagliata, ma non stupida. Merita una risposta seria, non un'alzata di spalle.

Avere l'informazione non è avere la conoscenza. Il cellulare risponde, ma non insegna a farsi la domanda giusta. Restituisce fonti, ma non insegna a distinguere quella affidabile da quella falsa. Fornisce un riassunto, ma non fa maturare il pensiero necessario a capire se quel riassunto sia corretto o manipolato.

Il problema non è soltanto sapere. È scegliere che cosa sapere, distinguere ciò che è vero da ciò che sembra vero, capire una fonte, confrontarne due, riconoscere una manipolazione, mantenere l'attenzione abbastanza a lungo da comprendere un ragionamento.

E la cosa forse più difficile: sapere che cosa ignorare. Questa potrebbe diventare una delle forme più alte di intelligenza.

Ecco perché "ho tutto nel cellulare" è l'argomento più debole possibile contro la scuola. Avere tutto non significa saper scegliere niente. E scegliere è l'unica cosa che un algoritmo non può ancora fare al posto tuo, anche se ci sta provando.

E adesso è arrivata l'intelligenza artificiale.

Possiamo discutere quanto vogliamo se gli studenti debbano usarla. La useranno.

Le aziende chiedono già persone capaci di utilizzarla. La pubblica amministrazione la utilizzerà. La ricerca la utilizzerà. Non preparare i ragazzi al suo uso sarebbe come aver deciso, qualche decennio fa, di non insegnare l’uso del computer perché avevamo la macchina da scrivere. Ma deve essere insegnata prima di tutto perché non ci sostituisca.

Il rischio è apparentemente innocuo. Il bambino che dice: “Mamma, mi aiuti a fare i compiti?”. E la mamma li fa fare all'AI. Compito perfetto. Educazione fallita. Perché il valore di un compito non è produrre venti righe impeccabili ma costringere quel bambino a cercare, sbagliare, cancellare, riscrivere, ricordare, ragionare. Magari anche annoiarsi.

Dobbiamo allora decidere che scuola vogliamo per questo studente, e soprattutto quali insegnanti vogliamo dargli.

Una scuola che distribuisce informazioni che una macchina può fornire in tre secondi rischia di perdere la propria funzione. Una scuola che insegna a pensare sulle informazioni che le macchine forniscono diventa invece più importante di quanto sia mai stata.

Ma c'è un'altra questione, forse ancora più difficile.

Con quale metodo educhiamo questo nuovo studente, e chi forma chi deve farlo?

L'ambiente nel quale cresce non ha modificato soltanto il suo rapporto con la conoscenza. Ha modificato quello con l'attesa, la frustrazione, l'autorità, il confronto e gli altri.

Lo schermo risponde. Il videogioco ricomincia. Il social offre un altro contenuto. L'algoritmo impara ciò che piace e tende a offrirne ancora. Se qualcosa annoia, basta un dito per farla sparire.

La vita non funziona così. E neppure l'educazione può farlo.

Oggi parliamo giustamente di empatia, inclusione, ascolto, fragilità. Sono conquiste che una scuola autoritaria del passato spesso ignorava. Ma esiste un confine oltre il quale l'empatia rischia di trasformarsi in rinuncia alla funzione educativa e la protezione dalla sofferenza in incapacità di affrontare la frustrazione.

Dobbiamo davvero promuovere tutti? Un brutto voto è sempre un trauma da evitare? Una bocciatura è necessariamente il fallimento della scuola? L'insegnante deve soltanto comprendere oppure può anche pretendere? E fino a che punto una famiglia deve proteggere un figlio dalle conseguenze dei suoi comportamenti?

Sono domande scomode, ma proprio per questo dovremmo porcele.

Perché la scuola ha una funzione che nessun algoritmo, social network o intelligenza artificiale sembra particolarmente interessato a svolgere: insegnare il limite.

La scuola deve saper dire aspetta; leggi fino alla fine; ascolta anche ciò che non ti piace; impara a memoria poesie e tabelline; non hai capito, hai sbagliato, riprova e la parola forse più importante: studia!

Un'insufficienza può avere una funzione educativa, se serve a insegnare che non ogni prestazione è sufficiente e non ogni desiderio diventa automaticamente un diritto.

La questione diventa più seria quando guardiamo gli adolescenti. Ragazzi giovanissimi che vivono immersi in rappresentazioni della violenza, modelli estremi, challenge, aggressività, ricerca della visibilità e meccanismi di approvazione sociale che le generazioni precedenti semplicemente non conoscevano. Altrimenti diviene difficile spiegare il coltello nello zaino a dodici anni.

Sarebbe semplicistico sostenere che siano stati i videogiochi o i social a metterglielo in mano. Ma sarebbe altrettanto semplicistico fingere che l'ambiente digitale nel quale sono cresciuti non abbia alcuna importanza nella costruzione della loro percezione del mondo.

Un mondo in cui numeri alti non sono i voti, ma quelli dei like e delle condivisioni. Ci si accontenta del sei meno meno che diventa sei agli scrutini, ma si cercano i numeri delle approvazioni sui social e si frequentano i ristoranti con tante stelle.

La scuola del XXI secolo deve conoscere quell'ambiente perché è lì che la personalità dei suoi studenti si è già formata. E deve conoscerlo chi ci insegna, non soltanto chi lo studia da fuori.

Non basta quindi aggiungere un'ora di educazione digitale a un programma costruito nel Novecento. E neppure mettere un monitor dove scorrono le slide al posto della lavagna è modernizzare la scuola.

Abbiamo digitalizzato gli strumenti senza ripensare l'essere umano che li usa, e senza ripensare la formazione di chi deve educarlo. È questa la rivoluzione che manca.

Una scuola per questo studente non deve diventare più digitale a tutti i costi. Per certi aspetti dovrebbe fare esattamente il contrario: preservare e allenare quelle capacità umane che l'ambiente digitale rischia di indebolire.

Attenzione. Memoria. Scrittura. Lettura lunga. Capacità critica. Dialogo. Pazienza. Responsabilità. Autonomia. Capacità di sopportare un errore e ricominciare. Manfred Spitzer, uno psichiatra tedesco, sostiene che i giovani di oggi, quella che è stata definita generazione copia-incolla, sono afflitti da demenza digitale. Quanto vorrei poter dire che si sbaglia.

Ma la scuola di oggi, contemporaneamente deve insegnare ciò che la sua antenata del passato non poteva insegnare: come convivere con algoritmi e intelligenza artificiale senza delegare loro il pensiero; come proteggere la propria identità digitale; come distinguere informazione e manipolazione; come capire perché vediamo proprio quel contenuto; come utilizzare una macchina potentissima senza diventarne utilizzatori passivi.

Ma per insegnare tutto questo serve un insegnante in grado di farlo. E qui, oggi, la risposta onesta è che non siamo pronti. Dopo aver affrontato tutto questo potremo finalmente discutere della questione che sembra appassionarci di più: smartphone sì o smartphone no a scuola?

Possiamo vietarlo, ma durante una lezione potrebbe essere persino necessario.

Ma il problema non è lo smartphone in classe. È capire se la scuola sappia ancora insegnare qualcosa che lo smartphone non può insegnare: pensare, scegliere, dubitare, sbagliare e ricominciare.

Perché anche se lasciamo lo smartphone fuori dalla classe, uno studente nuovo c’è già entrato.

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