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  • Roma - Sabato 8 Agosto 2026

La guerra contro il cristianesimo

La vittoria del male si manifesta nel rinnegare le radici culturali. La storia dell'Occidente evidenzia il conflitto tra cristianesimo e ideologie totalitarie, ponendo interrogativi sull'identità e la dignità umana.

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di Massimo Fioranelli

«La più grande vittoria del male non consiste nel distruggere una civiltà con la forza, ma nel convincerla a rinnegare le proprie radici.»

Ci sono guerre che lasciano macerie visibili e guerre che non fanno rumore. Le prime distruggono città, le seconde cambiano la coscienza degli uomini. Sono spesso le più profonde, perché non conquistano territori, ma idee.

La storia dell'Occidente può essere letta anche attraverso questa lente. Da oltre due millenni il cristianesimo non rappresenta soltanto una religione, ma una concezione dell'uomo, della libertà e della società. La sua forza non risiede esclusivamente nella dimensione spirituale, bensì nell'aver introdotto un principio rivoluzionario: ogni uomo possiede una dignità intrinseca che precede qualsiasi potere politico, economico o militare.

È probabilmente questa concezione dell'uomo che, ancora oggi, rende il cristianesimo oggetto di un confronto culturale così intenso.

 Nei primi tre secoli la Chiesa fu combattuta apertamente. Le persecuzioni romane cercavano di eliminare fisicamente i cristiani perché essi rifiutavano di riconoscere allo Stato un'autorità assoluta sulla coscienza. Quando però il cristianesimo divenne il fondamento della civiltà europea, la natura dello scontro cambiò. Non si cercò più soltanto di eliminare i cristiani, si cercò di separare progressivamente la società dalle sue radici cristiane.L'Illuminismo, la Rivoluzione francese, il positivismo ottocentesco ed i totalitarismi del Novecento rappresentano momenti storici profondamente diversi, ma accomunati dall'idea che l'uomo possa costruire un ordine nuovo emancipandosi da qualsiasi riferimento trascendente.

La promessa era sempre la stessa: liberare l'uomo, ma la domanda che la storia ci consegna è un'altra: da che cosa? E soprattutto: per diventare che cosa?

Ogni progetto politico che aspira a rifondare integralmente la società parte da un presupposto.

L'uomo può essere ricostruito. Cambiano le ideologie, cambiano le parole, ma la logica rimane sorprendentemente simile. Prima si mettono in discussione le tradizioni, poi la famiglia, poi l'identità culturale, infine la stessa idea di natura umana.

La storia insegna che nessun potere ama l'esistenza di istituzioni capaci di ricordare all'uomo che esiste un'autorità morale superiore allo Stato; per il cristianesimo questa autorità è Dio.

Per questo motivo la Chiesa è stata spesso percepita come un limite da ogni forma di potere che aspirasse ad assumere un carattere assoluto.

Negli ultimi decenni il mondo ha conosciuto una straordinaria accelerazione dei processi di integrazione economica, tecnologica e culturale. Per alcuni questo rappresenta un progresso inevitabile. Per altri costituisce il rischio di una progressiva omologazione delle culture e delle identità.

Questa trasformazione viene interpretata come parte di un progetto politico e culturale più ampio, orientato verso forme di governance sovranazionale e accompagnato da una progressiva marginalizzazione delle radici cristiane dell'Europa. Si tratta della chiave di lettura che attribuisce particolare rilievo anche alle dinamiche interne alla Santa Sede ed al rapporto tra istituzioni europee ed identità cristiana. Indipendentemente dal giudizio che ciascuno può formulare su queste interpretazioni, resta una questione di fondo: può esistere una civiltà senza memoria?

Può sopravvivere una cultura che considera le proprie radici un ostacolo anziché una risorsa?

La storia della Chiesa non è mai stata lineare, ha conosciuto santi e peccatori, riforme e crisi, splendori e decadenze. Ogni epoca ha avuto le proprie tensioni interne.

Le recenti vicende vaticane sono il riflesso di un confronto tra differenti visioni della missione ecclesiale e del rapporto tra Chiesa e poteri contemporanei. Per il credente, tuttavia, la Chiesa rimane qualcosa di più di un'istituzione storica; e’ una comunità che attraversa i secoli portando una concezione dell'uomo fondata sulla persona, sulla libertà e sulla responsabilità.

Ed è forse proprio questa concezione a renderla ancora oggi oggetto di un confronto culturale così intenso.

 L'errore più frequente consiste nel pensare che la battaglia riguardi semplicemente la religione.

Non è così. Il vero terreno dello scontro è l'antropologia. Che cos'è l'uomo?

È soltanto un individuo autonomo, definito dalle proprie scelte contingenti?

Oppure è una persona dotata di una natura, di relazioni, di responsabilità e di una dignità che non dipende dal riconoscimento dello Stato o della società?

Da questa risposta discendono conseguenze enormi. Il modo di concepire la famiglia, l'educazione, la bioetica. la medicina, il diritto, la libertà religiosa, perfino il significato della democrazia.

 Ogni volta che una civiltà ha creduto di poter sostituire completamente le proprie radici con un progetto puramente ideologico, il risultato è stato una progressiva perdita del senso della persona.

La tecnica ha continuato a progredire, la scienza ha continuato ad avanzare, l'economia ha continuato a crescere;  ma tutto questo non è bastato a rispondere alla domanda fondamentale dell'uomo. Perché esistiamo? Qual è il significato della libertà? Che cosa rende una vita degna di essere vissuta? Sono domande alle quali nessun algoritmo, nessun mercato e nessuna istituzione politica possono rispondere da soli.

 Forse il problema del nostro tempo non è la globalizzazione. Non è l'intelligenza artificiale.

Non è nemmeno la crisi delle istituzioni.

Il problema più profondo è il rischio che l'uomo dimentichi chi è.

Ogni civiltà può cambiare le proprie leggi, può modificare le proprie strutture economiche, può innovare le proprie tecnologie; ma se perde la propria concezione dell'uomo, finisce inevitabilmente per perdere anche se stessa.

Il cristianesimo, al di là della fede personale di ciascuno, ha consegnato all'Occidente un patrimonio antropologico fondato sull'unicità della persona, sulla libertà della coscienza, sulla solidarietà e sulla dignità di ogni essere umano.

La domanda che oggi siamo chiamati a porci non è soltanto se il cristianesimo saprà affrontare le sfide del XXI secolo. La domanda è se il XXI secolo saprà conservare quella visione dell'uomo che il cristianesimo ha contribuito, forse più di ogni altra tradizione, a costruire.

Perché le civiltà raramente muoiono quando vengono conquistate.

Più spesso scompaiono quando smettono di credere nelle ragioni profonde della propria esistenza.

 

 

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