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  • Roma - Lunedì 25 Maggio 2026

Trump: "I negoziati con l'Iran stanno procedendo bene, sarà un grande accordo per tutti oppure niente"

Mentre gli Emirati Arabi inviano un nuovo convoglio di aiuti e ambulanze a Gaza, si infiamma il dibattito sui colloqui tra Stati Uniti e Iran. Il tycoon assicura che l'accordo sarà un trionfo o si tornerà a sparare, ma la stampa Usa lo accusa di aver perso la sua proverbiale leva contrattuale. Teheran smentisce le indiscrezioni sui capitoli nucleari e rompe il silenzio sulle condizioni di salute della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei.

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L'intricato scacchiere mediorientale si trova a un passaggio cruciale, sospeso tra i fragili tentativi di diplomazia internazionale e i venti di guerra che continuano a soffiare sui canali di comunicazione tra la Casa Bianca e la Repubblica Islamica.

Sullo sfondo di questo scontro, l'emergenza umanitaria nella Striscia di Gaza registra un nuovo, parziale sostegno logistico: un nuovo convoglio di aiuti umanitari degli Emirati Arabi Uniti, con a bordo 40 tonnellate di materiale medico e quattro ambulanze, è stato consegnato per supportare il sistema sanitario e rafforzare la capacità delle équipe mediche nella Striscia di Gaza.

L'operazione, confermata ufficialmente dalle colonne dell'agenzia di stampa emiratina Wam, si inserisce nel flusso ininterrotto di soccorsi inviati da Abu Dhabi per alleviare le sofferenze delle famiglie palestinesi colpite dalla crisi.

Sul fronte diplomatico e strategico, la tensione si sposta invece sull'andamento dei colloqui diretti tra Washington e Teheran. Donald Trump ha affidato alle piattaforme social la propria linea negoziale, oscillando tra toni trionfalistici e pesanti avvertimenti militari: "I negoziati con l'Iran stanno procedendo bene. Sarà un grande accordo per tutti, oppure nessun accordo affatto. Si tornerà sul fronte di battaglia, a sparare, ma in modo più massiccio e intenso che mai. E nessuno lo vuole", ha scandito il presidente statunitense.

Il tycoon ha poi rincarato la dose difendendo la fermezza della sua amministrazione rispetto al passato: "L'accordo con l'Iran sarà o grandioso e significativo, oppure non ci sarà alcun accordo. Sarà l'esatto opposto del disastro del Jcpoa negoziato dalla fallimentare amministrazione Obama, che era una via diretta e aperta verso un'arma nucleare per l'Iran. No, io non faccio accordi del genere".

Dal suo profilo Truth, Trump ha colto l'occasione per liquidare le contestazioni interne scagliandosi contro i parlamentari democratici e i repubblicani dissidenti, bollati senza mezzi termini come dei perdenti.

La retorica della Casa Bianca si scontra tuttavia con lo scetticismo delle principali testate giornalistiche internazionali e con le smentite ufficiali del governo iraniano. Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghei, ha infatti gettato acqua sul fuoco, precisando che "è corretto affermare che abbiamo raggiunto una conclusione su gran parte delle questioni in discussione... Ma dire che ciò significhi che la firma di un accordo sia imminente... nessuno può fare una simile affermazione".

Il diplomatico ha poi chiarito i confini dei colloqui, ricordando che l'obiettivo prioritario dell'Iran resta la fine delle ostilità e che i delegati non hanno ancora affrontato la delicata questione del programma nucleare.

Sullo sfondo economico, Teheran continua a rivendicare la propria sovranità sulle rotte commerciali, specificando che le somme riscorse dalle navi in transito nello Stretto di Hormuz rappresentano tariffe per i "servizi di navigazione" e per la protezione ambientale, e non pedaggi arbitrari, proprio mentre le forze di difesa aerea abbattevano un drone ostile sopra le acque del Golfo Persico. Le difficoltà del presidente americano sono state analizzate con durezza dai media occidentali.

Il Financial Times ha apertamente ironizzato sulle capacità di scrittura e di mediazione strategica di Trump, evidenziando come l'Iran lo stia battendo proprio sul terreno delle regole descritte nel suo celebre libro del 1987, dove si teorizzava che la cosa peggiore in una trattativa fosse mostrarsi disperati di chiuderla. Secondo il quotidiano economico, la leva del negoziato si trova oggi nelle mani degli ayatollah, esponendo gli Stati Uniti al rischio di accettare un'intesa peggiore di quella siglata dall'amministrazione Obama.

Una lettura condivisa anche dai network televisivi della Cnn, secondo cui l'intesa che si profila all'orizzonte appare ben lontana dalle premesse della vigilia, tanto da risultare "più divisiva della guerra stessa" e ben distante dalla "resa completa" pretesa inizialmente da Washington.

Sulla stessa linea il Washington Post, che ha definito la exit strategy presidenziale come un azzardo rischioso, pur schizophrenamente riconoscendo che l'inquilino della Casa Bianca non sembra disporre di opzioni migliori per uscire da un pericoloso pantano militare.

L'intera trattativa si intreccia con i complessi equilibri interni al regime iraniano, segnato dalla successione al vertice dopo i raid israelo-americani dello scorso 28 febbraio in cui è rimasto ucciso Ali Khamenei. Il ministero della Salute di Teheran ha voluto fare chiarezza sulle reali condizioni fisiche del nuovo leader Mojtaba Khamenei, smentendo le voci di un suo grave ferimento. Il portavoce Hossein Kermanpour ha formalizzato i dettagli clinici, spiegando che "il leader Mojtaba Khamenei ha riportato solo ferite superficiali al viso, alla testa e alle gambe, senza amputazioni o altri problemi particolari".

Il rappresentante governativo ha sottolineato l'ottimo stato di salute della nuova guida suprema, rivelando come il leader abbia insistito per proseguire il digiuno rituale del Ramadan subito dopo le cure mediche, lasciando l'ospedale il primo marzo. Una prova di forza fisica che accompagna la dottrina della "pazienza strategica" adottata da Khamenei junior, deciso a non cedere alle pressioni occidentali e a mantenere lo stock di uranio arricchito all'interno dei confini nazionali per preservare la sopravvivenza stessa del sistema politico iraniano.

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