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  • Catania - Venerdì 4 Settembre 2026

Amianto, morì di mesotelioma dopo una vita al servizio dello Stato: Difesa e Interno fanno appello

Il Tribunale di Catania aveva riconosciuto il nesso tra la malattia e la doppia esposizione subita prima nell’Esercito e poi, per quasi quarant’anni, nei Vigili del Fuoco. L’uomo era stato equiparato a vittima del dovere. Bonanni (ONA): «Un accanimento che manca di rispetto a chi ha servito lo Stato»

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di Luca Ferrante

Prima il servizio militare nell’Esercito, poi quasi quarant’anni nei Vigili del Fuoco di Catania. Una vita trascorsa al servizio dello Stato e, secondo quanto riconosciuto dal Tribunale di Catania, una lunga esposizione all’amianto che avrebbe avuto un ruolo determinante nell’insorgenza del mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte a 72 anni.

La vicenda giudiziaria, però, non è conclusa. Il Ministero della Difesa e il Ministero dell’Interno hanno impugnato la sentenza che aveva riconosciuto l’uomo come equiparato a vittima del dovere, condannando in solido le due amministrazioni al pagamento dei relativi benefici alla vedova.

Si tratta della sentenza n. 1935/2026, pubblicata il 29 aprile scorso, con la quale il Tribunale di Catania aveva accolto in larga parte il ricorso, successivamente proseguito dalla moglie dopo la morte dell’ex vigile del fuoco. La donna è assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA).

La ricostruzione giudiziaria parte dagli anni del servizio militare di leva. L’uomo, indicato negli atti con le iniziali C.R.L.M., aveva svolto mansioni di “marconista carro”, operando anche all’interno di mezzi militari.

Secondo quanto riportato nella sentenza, durante le esercitazioni avrebbe utilizzato dotazioni contenenti amianto e sarebbe entrato in contatto con il minerale presente negli ambienti di lavoro, negli apparati radio, nei mezzi di trasporto e in altre componenti allora impiegate.

Ma quella nell’Esercito sarebbe stata soltanto la prima fase.

Terminato il servizio militare, L.M. entrò nei Vigili del Fuoco, lavorando per quasi quattro decenni presso il Comando provinciale di Catania.

Inizialmente impiegato nell’Ufficio rimessa, svolse successivamente attività legate alla riparazione e alla manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche. Proprio il contatto quotidiano con quei mezzi avrebbe determinato, secondo la ricostruzione accolta in primo grado, una seconda e prolungata esposizione all’amianto.

Il 16 dicembre 2019 arrivò la diagnosi di mesotelioma pleurico epitelioide. Quattro anni dopo, il 28 dicembre 2023, l'uomo morì.

Documentazione, testimonianze e consulenza tecnica d’ufficio hanno costituito gli elementi sulla base dei quali il Tribunale ha riconosciuto che l’esposizione all’amianto durante le attività di servizio abbia avuto almeno un ruolo concausale determinante nell’insorgenza della patologia.

Nella sentenza viene inoltre rilevata l’assenza di fattori estranei all’attività o agli ambienti di lavoro che, da soli, fossero in grado di spiegare l’insorgenza della malattia.

Un altro punto centrale della decisione riguarda le misure di sicurezza.

Secondo quanto ricostruito dal Tribunale, le amministrazioni non avrebbero dimostrato di aver adottato misure adeguate e sufficienti per proteggere il lavoratore dal rischio amianto, come specifici sistemi di aspirazione o dispositivi individuali di protezione.

Dagli atti non risulterebbe inoltre un’adeguata informazione sui rischi né, almeno fino agli ultimi anni Novanta, la disponibilità di specifiche protezioni contro l’esposizione a sostanze cancerogene. La decisione rileva anche la mancanza di una specifica sorveglianza sanitaria collegata all’esposizione ad agenti cancerogeni.

Durissima la posizione dell’avvocato Ezio Bonanni dopo la decisione dei due Ministeri di ricorrere contro la sentenza.

«Dietro ogni causa ci sono vite distrutte e famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo. E quando a essere colpito è un uomo che ha speso la propria vita al servizio dello Stato, continuare ad opporsi al riconoscimento dei suoi diritti significa infliggere alla sua famiglia un’ulteriore sofferenza», afferma il presidente dell’ONA.

«Questo accanimento – prosegue Bonanni – è una grave mancanza di rispetto verso un servitore dello Stato e verso chi oggi ne porta il dolore e l’assenza. Le istituzioni dovrebbero essere le prime a riconoscere il sacrificio dei propri uomini, non costringere le loro famiglie a estenuanti battaglie per ottenere giustizia».

Con l’impugnazione presentata dal Ministero della Difesa e dal Ministero dell’Interno, la battaglia si sposta ora in appello. L’Osservatorio Nazionale Amianto continuerà ad assistere la vedova con l’obiettivo di ottenere la conferma del riconoscimento pronunciato in primo grado.

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