Antonella Pagliuso: “Perdono il killer di mio fratello”. La lettura di un vecchio cronista.

All'indomani della sentenza che ha condannato Marco Gallo all'ergastolo per l'omicidio dell'avvocato lametino, Francesco Pagliuso, ad intervenire è la sorella di quest'ultimo, l'avvocatessa Antonella Pagliuso, che si rivolge direttamente a Marco Gallo per chiedergli di incontrarlo. Ma si può perdonare il killer del proprio fratello? Abbiamo chiesto una chiave di lettura a Gregorio Corigliano storico inviato della Rai.

di Gregorio Corigliano
Mercoledì 29 Dicembre 2021
Catanzaro - 29 dic 2021 (Prima Notizia 24)

All'indomani della sentenza che ha condannato Marco Gallo all'ergastolo per l'omicidio dell'avvocato lametino, Francesco Pagliuso, ad intervenire è la sorella di quest'ultimo, l'avvocatessa Antonella Pagliuso, che si rivolge direttamente a Marco Gallo per chiedergli di incontrarlo. Ma si può perdonare il killer del proprio fratello? Abbiamo chiesto una chiave di lettura a Gregorio Corigliano storico inviato della Rai.

È raro che accada, ma accade. Come si fa a voler incontrare l’assassino del fratello? È difficile solo pensarlo. Incontrare e quindi parlare con colui il quale ha tolto la vita, senza motivo, perché non c’è mai un motivo plausibile, a te stesso? Perché un fratello è te stesso. Parlare con chi ti ha ucciso. No, no. Eppure, dopo Giovanni Paolo secondo che ha voluto incontrare Ali Agca, dopo che il lupo grigio o nero aveva tentato di ucciderlo, Il Santo Padre non ha esitato, dopo i giorni dell’ira, al Gemelli ad incontrare il suo attentatore, è stata una signora calabrese, a scrivere una lettera a colui che le aveva ucciso il fratello. Si chiama Antonella Pagliuso, lametina, sorella del più noto penalista Francesco. A cinque anni di distanza dall’assurdo omicidio (ma c’è un omicidio che non sia assurdo?) ed appena è stato condannato all’ergastolo, Antonella – che non conosco- ha preso carta e penna ed ha vergato una lettera proprio a colui il quale, per la giustizia, si è macchiato di questo omicidio. Al di là dell’uomo, la lettera è stata scritta ad un assassino, sia o non sia lui, una lettera che non può che toccare – e le ha toccate- le corde del cuore. Una lettera non per dire: finalmente sei stato scoperto, bastardo omicida? E lo avrebbe potuto dire. Una lettera- non una telefonata che vola via, se avesse potuto farla- una lettera che rimane scritta a vita, un testamento, per chiedere se l’omicida avesse mai pensato, al di là della motivazione che comunque non c’è, che nel momento in cui ha sparato stava togliendo la vita ad un figlio, a loro familiari ed alla via stessa, un uomo, avrebbe scritto Oriana Fallaci, una persona onesta e leale. Come riesci a guardare in faccia un essere umano, dice Antonella a Marco, che don Pietro De Luca, su questo giornale chiama bestia feroce. No, non puoi capire- e mentre scrivo scende una lacrima, immedesimandomi, nell’autrice della lettera- “perché tu, assassino, non hai mai conosciuto l’amore, l’amore eterno, quello vero, che è il cuore a comandare. Dando per scontato giustamente che Marco non ha un cuore, non può averlo: è solo un muscolo, eppure, profetizza Antonella, che a questo punto ho chiamato, pur senza conoscerla.” Maledirai, il giorno in cui sei nato, quando prenderai coscienza di quel che hai fatto”. Sono a riuscito a dire poche cose –troppo commovente- perché a parte tutte le parole scritte, la sorella di Francesco si è lasciata andare ad un “pregherò per te” dicendosi convinta che anche suo fratello sta intercedendo per lui. “Ti preparerà il banchetto migliore e ti chiamerà fratello mio” C’è qualcosa che avrebbe potuto dire di più Antonella e far dire al fratello. Conoscendolo bene? L’assassino del fratello, il suo stesso sangue. Come si fa a non tremare di benevolenza e di amore dopo questo gesto, che non è stato l’unico. “Voglio prenderti la mano, Marco, e guardarti negli occhi, quegli occhi che hanno visto mio fratello vivo per l’ultima volta.  Con la pelle d’oca Antonella, a cui va dato un riconoscimento per il significato profondo delle parole scritte   si è detta pronta ad incontrarlo e lo ha congedato – si stenta a crederle- con un “Buon Natale, Marco! Cosa aggiungere d’altro, se non un abbraccio infinito alle capacità e all’umiltà – e con quali parole- di questa professionista, che porta avanti lo studio che aveva assieme al fratello, vive col marito ed un figlio e crede, crede. Lo ha dimostrato con le sue toccanti parole. Don Pietro De Luca non vuole parlare di perdono, mi permetto di suggerire che Antonella Pagliuso deve andare, riscoprendo il Premio della Testimonianza, a impartire, sommessamente così come ha parlato anni ed anni fa, don Adamo Pignataro, di Conflenti consegnando questo riconoscimento alla figlia di Aldo Moro, Maria Fida. Una lettera questa, che andrebbe letta in tutte le scuole calabresi, coinvolgendo don Ciotti.


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