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- Roma - Giovedì 13 Agosto 2026
Caso Ranucci-Lavitola, Iacovino: «L’attentato non chiude la vicenda, ora servono risposte sui rapporti e sull’indipendenza di Report»
L’avvocato Vincenzo Iacovino interviene sul caso che coinvolge Valter Lavitola e il conduttore di Report. Al centro della sua riflessione le chat, il progetto politico attribuito a Lavitola, i sondaggi sulla possibile candidatura di Ranucci, i rapporti con la redazione e le verifiche interne della Rai. Il legale pone una serie di interrogativi e richiama i principi di indipendenza, imparzialità e conflitto d’interessi previsti per il servizio pubblico. Ranucci, va ricordato, è parte offesa e non risulta indagato.
La confessione di Valter Lavitola sull’attentato contro Sigfrido Ranucci non sarebbe sufficiente, da sola, a chiudere una vicenda che presenta ancora numerosi interrogativi. È questa, in sintesi, la posizione espressa dall’avvocato Vincenzo Iacovino, che in un lungo intervento sui social analizza il caso e chiede che venga fatta piena chiarezza non soltanto sull’attentato, ma anche sulla natura dei rapporti intercorsi tra Lavitola e il giornalista e sulle eventuali implicazioni per l’attività editoriale di Report.
Il punto di partenza resta l’inchiesta giudiziaria. La Direzione Distrettuale Antimafia e il Gip di Roma hanno disposto la custodia cautelare in carcere per Lavitola e per il suo collaboratore Clesio Tavares Gomes. Secondo la ricostruzione riportata da Iacovino, l'accusa contesta il concorso in detenzione, porto e utilizzo di un ordigno esplosivo, con l’aggravante del metodo mafioso.
L’ipotesi degli inquirenti è che Lavitola avrebbe incaricato Gomes di trovare in Campania soggetti vicini alla criminalità organizzata per collocare l’ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione di Ranucci. L’azione, secondo quanto riportato nell'intervento del legale, non sarebbe stata concepita per uccidere il giornalista, ma per aumentarne l’esposizione mediatica facendolo apparire come una “vittima del sistema”.
Nelle conversazioni finite agli atti emergerebbero inoltre le lusinghe rivolte da Lavitola al conduttore di Report, al quale sarebbero stati prospettati possibili futuri ruoli istituzionali e politici. Un rapporto che, nella ricostruzione richiamata da Iacovino, avrebbe avuto caratteristiche fortemente asimmetriche e manipolatorie.
La difesa di Ranucci, rappresentata dall’avvocato Roberto De Vita, ha respinto qualsiasi interpretazione che possa coinvolgere il giornalista in disegni illeciti. Ranucci viene indicato come vittima e parte lesa dell’attentato, mentre i progetti attribuiti a Lavitola sono stati descritti dalla difesa come un “delirante teatro della follia”, frutto di una pesante strumentalizzazione e di un tradimento personale.
È proprio qui, tuttavia, che secondo Iacovino si apre un secondo livello della vicenda, distinto dalle responsabilità penali.
Il legale concentra infatti l’attenzione sul possibile progetto politico coltivato da Lavitola intorno alla figura di Ranucci. Nei messaggi intercorsi tra la fine del 2024 e i primi mesi del 2026, Lavitola avrebbe alimentato l’ipotesi di una futura leadership politica del giornalista, arrivando a commissionare sondaggi per verificarne il gradimento.
Secondo quanto riportato da Iacovino, alcuni di questi dati sarebbero stati mostrati allo stesso Ranucci e ad alcuni esponenti del mondo dell’informazione. Il legale richiama inoltre uno scambio del gennaio 2026 nel quale il giornalista avrebbe inoltrato a Lavitola messaggi provenienti dai social nei quali si evocava l’ipotesi “Ranucci premier”.
Per Iacovino questo elemento rende necessario stabilire con precisione quale fosse il livello di conoscenza e di eventuale condivisione di quelle iniziative da parte del conduttore. Non si tratta, sottolinea implicitamente il ragionamento del legale, di sovrapporre il piano penale a quello professionale, ma di capire se potesse essersi determinata una situazione di incompatibilità o quantomeno di potenziale conflitto d’interessi.
Nel frattempo la vicenda è diventata anche politica. Il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto la sospensione temporanea di Ranucci dalla conduzione di Report, mentre esponenti della maggioranza hanno sollevato il tema della necessaria trasparenza nell’utilizzo delle risorse e degli spazi del servizio pubblico.
Di segno opposto le reazioni provenienti da una parte dell’opposizione e dal mondo sindacale dell’informazione, dove si denuncia il rischio di trasformare la vicenda in un tentativo di colpire il giornalismo d’inchiesta. Il punto centrale richiamato dai sostenitori di Ranucci è netto: il conduttore è vittima dell’attentato e non risulta indagato.
Sul caso è intervenuto anche Fratelli d’Italia attraverso un esposto presentato in Procura, con il quale viene chiesto di verificare se i rapporti personali tra Lavitola e Ranucci possano avere avuto qualche influenza sulla programmazione, sulle inchieste o sull’individuazione dei soggetti oggetto dei servizi di Report. Tra le questioni poste figura anche l’eventuale circolazione impropria di dossier o informazioni riservate.
La redazione di Report ha respinto queste ricostruzioni, sostenendo che nessuna inchiesta sarebbe mai stata condizionata da soggetti esterni e manifestando piena solidarietà al proprio conduttore.
Anche la Rai ha avviato verifiche interne. L’obiettivo è comprendere se i rapporti emersi dalle carte giudiziarie abbiano in qualche modo interessato l’autonomia editoriale e se possano configurarsi eventuali violazioni delle regole aziendali.
A rendere ancora più delicata la situazione è arrivata la confessione resa da Lavitola durante l’interrogatorio di garanzia a Rebibbia. Secondo quanto riportato da Iacovino, Lavitola avrebbe ammesso di essere stato il mandante dell’attentato, sostenendo di aver agito nell’interesse di Ranucci e con l’obiettivo di fargli ottenere una maggiore protezione.
Iacovino propone però una lettura fortemente critica di questa confessione. A suo giudizio, le dichiarazioni potrebbero rispondere a una strategia difensiva diretta a ottenere una diversa qualificazione dell’aggravante del metodo mafioso e, conseguentemente, un trattamento cautelare meno gravoso.
È una valutazione dell’avvocato, non un fatto giudiziariamente accertato. Ma proprio partendo da questa convinzione Iacovino sostiene che Lavitola avrebbe affrontato soltanto il tema dell’attentato, lasciando irrisolti gli altri aspetti della vicenda.
Da qui una serie di domande che, secondo il legale, meritano risposte precise: Ranucci era a conoscenza dell’attentato? Sapeva delle finalità attribuite all’azione? Era consapevole del progetto politico costruito intorno al suo nome? Aveva visionato, corretto o condiviso i sondaggi predisposti per misurarne il gradimento politico? Lavitola frequentava la redazione e, in caso affermativo, esercitava qualche forma di influenza? E soprattutto: mentre prendevano corpo queste ipotesi politiche, esisteva il rischio che alcune inchieste di Report riguardassero soggetti potenzialmente destinati a diventare avversari politici?
Sono interrogativi formulati da Iacovino e sui quali, allo stato, non possono essere tratte conclusioni automatiche.
Il legale sostiene inoltre che la confessione di Lavitola non possa essere considerata il punto finale dell’inchiesta e auspica ulteriori accertamenti giudiziari capaci di fare luce su tutti gli aspetti ancora controversi.
Nel suo intervento Iacovino allarga poi lo sguardo ai precedenti Rai, ricordando i casi di Michele Santoro, Enzo Biagi, Filippo Facci e Serena Bortone: vicende molto diverse tra loro, nelle quali Viale Mazzini adottò decisioni, provvedimenti o sanzioni sulla base di questioni editoriali, disciplinari o di opportunità.
Il caso Ranucci presenta tuttavia, riconosce lo stesso Iacovino, una differenza sostanziale: il giornalista è formalmente parte offesa e non risulta indagato. Un eventuale intervento della Rai, dunque, non potrebbe essere automaticamente fondato sull’esistenza di responsabilità penali.
Il vero terreno sul quale potrebbe svilupparsi la verifica aziendale è piuttosto quello del Codice Etico Rai, con particolare riferimento ai principi di indipendenza e imparzialità e alle norme relative ai conflitti d’interesse.
Le regole aziendali, osserva Iacovino, richiedono ai giornalisti e ai dipendenti di esercitare le proprie funzioni senza condizionamenti derivanti da interessi politici, economici o personali e tutelando la credibilità e la neutralità del servizio pubblico.
Il tema non riguarda soltanto un eventuale conflitto diretto. Esiste anche il cosiddetto conflitto “potenziale” o “apparente”, che può manifestarsi quando relazioni personali o attività esterne siano tali da generare dubbi sull’effettiva indipendenza di chi opera nel servizio pubblico, anche in assenza di un vantaggio concretamente dimostrato.
A questo si aggiungono, secondo la ricostruzione del legale, gli obblighi di segnalazione e astensione previsti quando un dipendente si trovi in una situazione suscettibile di creare un conflitto d’interessi.
Particolarmente delicato è infine il rapporto con la politica. Le norme interne mirano infatti a impedire che gli spazi e le risorse del servizio pubblico possano essere utilizzati per favorire o danneggiare forze politiche o per costruire una futura visibilità personale in vista di incarichi istituzionali.
Ed è esattamente su questo crinale che, secondo Iacovino, dovrebbe concentrarsi l’Audit Rai: stabilire se la frequentazione tra Ranucci e Lavitola e i dialoghi relativi a una possibile prospettiva politica siano rimasti nell’ambito di iniziative unilaterali e manipolatorie del faccendiere oppure se abbiano determinato una situazione di potenziale conflitto d’interessi che avrebbe dovuto essere comunicata all’azienda.
Una distinzione decisiva perché, al di là dello scontro politico che inevitabilmente accompagna il caso, rimangono separati due piani: quello giudiziario, nel quale Ranucci è parte offesa e non indagato, e quello dell’opportunità e della trasparenza professionale, sul quale Iacovino chiede invece che vengano fornite risposte puntuali.
Con la nuova stagione di Report attesa in autunno, sarà dunque anche Viale Mazzini a dover valutare gli esiti delle verifiche interne. Per Iacovino il punto non è anticipare sentenze, ma accertare fino in fondo la natura dei rapporti emersi e stabilire se siano sempre rimasti compatibili con i principi di indipendenza e imparzialità richiesti a chi opera nel servizio pubblico.
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