
- Prima Notizia 24
- Roma - Martedì 23 Giugno 2026
Dieci anni dalla Brexit: il sovranismo non è sparito, ma ora logora l'Ue dall'interno
Le forze nazionaliste abbandonano la secessione, puntando su una strategia di logoramento e blocco decisionale nelle istituzioni.
di Michele Grillo
A distanza di un decennio dalla storica consultazione che ha sancito il distacco del Regno Unito dall'Ue, lo scenario politico continentale si presenta profondamente mutato rispetto alle fosche previsioni della vigilia.
La fuoriuscita della potenza d'oltremanica non ha innescato l'effetto domino che molti osservatori paventavano nel 2016, mentre il quadro politico britannico ha vissuto una fase di estrema instabilità, culminata proprio di recente con il sesto cambio di leadership governativa in due lustri.
La convinzione che si sta facendo largo tra i politologi, tuttavia, è che la fine della membership di Londra non abbia affatto decretato il tramonto delle spinte euroscettiche; al contrario, ne ha semplicemente mutato la natura strutturale, trasformandola in una pressione endogena finalizzata a modificare gli equilibri interni senza più minacciare rotture traumatiche. La tenuta del legame tra i cittadini e le istituzioni europee trova riscontro nei dati statistici.
L'ultima rilevazione demoscopica Standard Eurobarometer, condotta su una vasta platea di oltre 26mila intervistati nella scorsa primavera, evidenzia come quasi il 75% della popolazione consideri l'adesione all'Unione un fattore di crescita e stabilità. Il senso di appartenenza ha toccato nuovamente i massimi storici, con un forte incremento della fiducia soprattutto nei paesi chiave come la Francia, la Danimarca e il Portogallo.
Le nuove generazioni si mostrano particolarmente ottimiste verso il futuro comune, manifestando inoltre un larghissimo favore nei confronti di una politica di difesa e sicurezza coordinata a livello continentale. Questo consenso diffuso ha reso la retorica dell'abbandono monetario o politico un'arma elettorale poco efficace, spingendo le principali formazioni della destra identitaria a rivedere le proprie priorità. Movimenti di primo piano in Francia e nei Paesi Bassi hanno progressivamente espunto dai propri manifesti programmatici i progetti di recesso totale dall'Unione, e persino in Germania l'ipotesi di una rottura drastica viene oggi evocata soltanto come scenario teorico d'ultima istanza.
Questa evoluzione tattica viene così sintetizzata dagli analisti del settore: “La Brexit non ha sconfitto il sovranismo europeo; lo ha rafforzato, insegnando ai partiti sovranisti a lavorare dall’interno anziché minacciare l’uscita”.
Il fulcro dello scontro si è dunque spostato dalle piazze alle aule consiliari, dove l'ostruzionismo e l'esercizio dei diritti di veto sono diventati gli strumenti principali per condizionare l'agenda di Bruxelles. L'adozione sistematica del blocco decisionale da parte di specifici governi dell'Est Europa, unita all'azione dei gruppi parlamentari conservatori contro i pilastri della transizione ecologica e della gestione dei flussi migratori, rischia di paralizzare l'efficacia dei processi legislativi.
Il pericolo reale per il futuro dell'Unione non risiede più nel desiderio di secessione dei singoli Stati, bensì in un cortocircuito politico in cui l'inefficienza causata dai veti interni diventa il principale argomento propagandistico per dimostrare l'inutilità delle istituzioni comunitarie.
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