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- Venezia - Martedì 18 Agosto 2026
Femminicidio a Camponogara: l'assassino era già stato denunciato da altre tre donne
Il racconto della madre di Tania Terrin: "Teneva sempre quel cappio pronto a esibirlo per ottenere attenzione". Zaia: "E' un fallimento, la sola vicinanza non basta".
Emergono altri dettagli sul passato di Dino Keber, il 43enne che ha ucciso l'ex compagna Tania Terrin, 39 anni, nella sua abitazione di Camponogara prima di togliersi la vita impiccandosi nel suo appartamento a Dolo.
Fonti investigative fanno sapere che Keber era stato già querelato in tre differenti occasioni da precedenti partner: la prima volta nel 2002, poi nel 2010 e infine nel 2021. Le tre querele, successivamente ritirate e archiviate, figuravano nel provvedimento di ammonimento firmato dal Questore di Venezia lo scorso giugno.
Sulla vicenda è intervenuto duramente il presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia: "Quello che è accaduto a Camponogara è un fallimento. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo con chiaramente. Tania Terrin aveva denunciato l'ex compagno, aveva già subito violenza e nei confronti dell'uomo era stato emesso un ammonimento del Questore. E oggi Tania non c'è più. Di fronte a una tragedia come questa non possiamo limitarci al cordoglio: dobbiamo chiederci che cosa non abbia funzionato e intervenire con ancora maggiore determinazione".
In un'intervista rilasciata al Corriere del Veneto, la madre della vittima, Mariella Forner, ha ripercorso il vortice di abusi subito dalla figlia all'interno di un legame turbolento durato circa due anni: "Stavano insieme da due anni circa, era un rapporto turbolento. Si erano lasciati e ripresi molte volte. A mia figlia lui piaceva perché era dolce. Non poteva toglierselo dalla testa. Avevano anche provato a convivere, ma le cose non erano andate bene. Poi la prima aggressione. Lui le aveva tirato un pugno, graffiandola e facendole male a un timpano. Si separavano, ma Dino stava distante da lei un mese massimo, poi tornava. Lei lo perdonava e lui riprendeva a tartassarla. Messaggi, telefonate, scene di gelosia, controllo del telefono, pedinamenti... 'Guarda che a me i talebani non piacciono', gli ho detto una volta. E a Tania dicevo: guarda che prima o poi quello tira fuori un coltello".
Un'escalation culminata nell'ennesimo episodio violento prima della querela decisiva: "Lo abbiamo denunciato sette o otto volte, tre io, tre lei dai carabinieri e due o tre anche suo padre, che non vive con me. C'è stato anche l'ammonimento del questore. Tania si era convinta a querelarlo dopo i fatti accaduti ad aprile. Era Pasqua. Lui l'aveva convinta a riprovarci, sembrava andasse meglio e invece quando poi Tania era andata a casa sua, Dino le aveva stretto le mani attorno al collo così forte da farle perdere i sensi".
Un contesto ad altissimo rischio che tuttavia non aveva portato all'applicazione del braccialetto elettronico per l'uomo. Un'assenza che spinge la madre a uno sfogo amaro: "Ai carabinieri chiedo di dire alle donne che denunciano le violenze che si facciano subito la valigia, che lascino tutto, la casa, il lavoro e che spariscano. Devono dire alle donne la verità. Perché non esiste altro modo per proteggere una donna che sporge denuncia verso il compagno. Deve rinunciare a tutto, alla sua vita, alla famiglia. Deve abbandonare il proprio paese e far perdere le sue tracce. Diversamente, deve mettere in conto che potrebbe morire".
La donna ha rivelato anche un colloquio avuto con la madre dell'omicida: "Mi ha detto: 'Tua figlia deve trovare la forza di allontanarlo. Perché mio figlio non ce la fa'. Mi ha detto che Tania era per lui come una 'vedova nera', diceva che lei lo seduceva e lo abbandonava. Ma Dino aveva avuto gli stessi problemi con altre compagne precedenti. Almeno quattro. Ma noi lo abbiamo saputo solo dal verbale dell'Arma. Mia figlia non era al corrente della sua aggressività. Dopo un'aggressione Dino passò qualche tempo in cura, riprendendosi ma teneva sempre quel cappio in casa, pronto a esibirlo per ottenere attenzione".
La donna ha infine ricostruito le convulse ore che hanno preceduto la scoperta del corpo: "Dino era tornato alla carica. Il 14 agosto lui era a Rimini con degli amici e ha iniziato a mandarle raffiche di messaggi, a tempestarla di telefonate. Mia figlia mi ha detto, l'indomani, che non aveva potuto chiudere occhio perché Dino non la mollava. Poi ho scoperto che la sera di sabato in realtà non si è mossa di casa. Solo dopo che me l'ha ammazzata ho capito che lui era tornato da Rimini e deve averla raggiunta a casa, con un pretesto. Mia figlia gli ha aperto la porta. Alle 23.45 sabato sera Tania ha fatto il suo ultimo accesso a WhatsApp".
L'allarme è scattato il giorno seguente, quando tutti i tentativi di contatto sono falliti: "Tutti i messaggi che le ho mandato la mattina e nel pomeriggio di domenica sono rimasti senza spunte blu. Tra le 17 e le 18, con il cuore in gola, sono andata da lei. Ho bussato. 'Tania, apri, è la mamma'. Nulla. Ho bussato ai vicini, a tutte le porte. Ho chiamato i carabinieri. I militari sono riusciti ad accedere a casa di Tania saltando dalla terrazza della vicina. La luce era accesa, e non era da lei. La finestra era aperta. Non mi hanno lasciato entrare. Ho implorato che mi facessero vedere Tania. Mi dicevano: 'Dopo, signora'. Ma se mia figlia era dentro e l'ambulanza non arrivava... Ho capito tutto, subito.
Quando hanno aperto da dentro l'ho intravista di scorcio. Era seduta sul divano, con il suo bellissimo abito rosso. Era pronta per uscire. Lui la deve aver bloccata. Era immobile, appoggiata allo schienale. I carabinieri mi hanno detto che mia figlia non si è difesa. Temo le abbia stretto le mani al collo sorprendendola di schiena, perché guardandola negli occhi Dino non sarebbe mai riuscito a ucciderla...".
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