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  • Roma - Lunedì 8 Giugno 2026

Giornata Mondiale degli Oceani: un italiano su tre crede che le risorse ittiche siano infinite

La salute dei mari è cruciale per il pianeta, ma molti italiani ignorano le minacce alla fauna marina e il potenziale di recupero delle specie.

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La sopravvivenza biologica e climatica del globo terrestre è legata a doppio filo alla salute dei grandi bacini marini, eppure una fetta consistente della popolazione italiana dimostra ancora una profonda lacuna conoscitiva riguardo alle minacce concrete che gravano sulle acque del pianeta. In occasione della ricorrenza dell'8 giugno, dedicata a livello globale alla salvaguardia dei mari, l'organizzazione internazionale non profit Marine Stewardship Council ha diffuso i risultati di un'indagine statistica mirata a valutare il grado di consapevolezza dei cittadini.

Le risposte raccolte delineano un quadro contraddittorio: se da un lato il 31% del campione è convinto che l'immensità degli oceani sia una garanzia assoluta contro il rischio di estinzione dei pesci, dall'altro ben tre quarti della popolazione riconosce che il fenomeno della pesca intensiva e incontrollata ha raggiunto livelli decisamente più allarmanti rispetto a mezzo secolo fa.

Di fronte a questo scenario, tuttavia, prevale il fatalismo, con il 39% degli intervistati convinto che non vi siano ormai margini d'azione per invertire la rotta. I dati storici ufficiali della Fao smentiscono l'ottimismo dei fiduciosi, certificando come lo sfruttamento commerciale della fauna marina sia passato dal 10% degli anni Settanta fino all'attuale 37% degli stock ittici globali.

Un altro elemento di forte disallineamento tra la percezione pubblica e l'evidenza scientifica riguarda la diffusione dei rifiuti nelle aree più remote. Quasi il 30% degli italiani ignora che i residui industriali e domestici riescano a penetrare fino alle massime profondità marine, nonostante la letteratura scientifica abbia accertato questa contaminazione su larga scala. Oltre un terzo della spazzatura sottomarina è costituito da macroplastiche che tendono ad accumularsi proprio al di sotto dei seimila metri, come dimostrato dal clamoroso ritrovamento di un sacchetto di plastica a quasi undicimila metri di profondità all'interno della Fossa delle Marianne.

La medesima criticità si riscontra nel bacino del Mediterraneo, dove i detriti plastici rappresentano l'88% dei materiali depositati sul fondale della fossa del Calypso Deep. Il sondaggio della no-profit evidenzia un equivoco radicato anche sul fronte delle abitudini di consumo, in particolare sul legame tra la filiera corta e l'effettivo rispetto dell'ambiente. Il 45% dei consumatori associa in modo automatico l'acquisto di pesce locale o a chilometro zero al concetto di pesca sostenibile. In realtà, la provenienza geografica vicina non assicura in alcun modo la salvaguardia delle specie; nel solo Mar Mediterraneo, infatti, più della metà delle famiglie ittiche censite risulta attualmente sottoposta a un prelievo superiore alle capacità di riproduzione naturali. La reale ecocompatibilità dell'attività estrattiva non si misura sulla distanza del trasporto, bensì sullo stato biologico della popolazione marina e sulla selettività delle tecniche di cattura impiegate.

L'ultimo grande fraintendimento emerso dall'analisi statistica riguarda le potenzialità di recupero della fauna marina: ben il 70% degli intervistati non crede che un gruppo di pesci decimato possa tornare a ripopolarsi. I protocolli di gestione ittica strutturati su base scientifica dimostrano l'esatto contrario. Un esempio virtuoso è rappresentato dal tonno rosso del Mediterraneo, che dopo aver rischiato la sparizione commerciale e biologica sta registrando una netta ripresa grazie all'introduzione di quote e restrizioni severissime. Un percorso analogo di rigenerazione controllata ha interessato anche il nasello della Cornovaglia, la cui consistenza numerica è tornata a crescere a seguito dell'applicazione di specifiche misure di tutela e fermo biologico protratte nel tempo.

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