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Gli studiosi delle tematiche religiose li hanno definiti i 4 evangelisti della Chiesa italiana del Novecento e l’anno in cui viviamo si celebrano i loro anniversari: i centenari della morte di Giovanni Minzoni, ucciso da due sicari del triunviro fascista Italo Balbo, della nascita di Lorenzo Milani, missionario dell’emancipazione culturale, attraverso l‘istruzione, dei ragazzi poveri e diseredati a Barbiana, e i trentennali, il 1993, della morte di Pino Puglisi, ucciso dalla mafia siciliana, perché colpevole di sottrarre i giovani dalla ragnatela criminale, e di Tonino Bello, educatore del pacifismo, contro la dottrina della guerra giusta.
Personalità diverse che hanno, però, lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva e nella stessa storia civile, umana e politica che ha contrassegnato in maniera indelebile i grandi fatti del secolo scorso. E tutto questo- si deve dire- è dovuto al modo in cui hanno interpretato l’atteggiamento cattolico verso gli aspetti cruciali della società in cui vivevano.
Di uno di questi quattro straordinari, nuovi evangelisti, interpreti di predicazione cristiana, umana e civile e, per questi motivi, anche politica, è stato don Giovanni Minzoni.
Nelle introduzioni di Federica Orsini, docente al Leonardo Da Vinci e di Benedetto Carroccio, storico dell’Unical della Calabria tutti i temi, i fatti, le opere, la predicazione, il racconto, non senza emozioni, di un uomo che appartiene alla storia, quella alta che connota e sublima l’identità di un grande Paese come l’Italia.
Nasce nel 1885. La sua formazione ecclesiastica subisce le concezioni del sacerdote Romolo Murri che vuole integrare i cattolici nello Stato nazionale con una riforma democratica sul piano politico e sociale. La contrapposizione tra Chiesa e Stato cadrà con i patti lateranensi del 1929.
Murri verrà scomunicato, nel 1909, perché rivendica l’autonomia democratico-cristiana dalla gerarchia della Chiesa, quando Giovanni Minzoni viene ordinato sacerdote. E, pur restando all’interno dell’istituzione ecclesiastica, non abbandona le convinzioni maturate con l’adesione alle tesi sociali di Murri.
Dopo la partecipazione alla grande guerra come prete-soldato con un comportamento nella battaglia del Piave che lo porta al conferimento di una medaglia d’argento al valore militare, da parroco ad Argenta, nella diocesi di Ravenna, ma nella provincia di Ferrara, promuove cooperative bianche tra i braccianti agricoli e le operaie tessili. Il duro confronto iniziale con i socialisti si rinnova ben presto con i fascisti che, già nel 1921, per conquistare il dominio nel territorio ferrarese fanno ricorso sistematico alla violenza squadrista. Emerge così un primo segnale della figura di don Minzoni: a differenza dell’autorità ecclesiastica che si limita a condannare le violenze verso le organizzazioni cattoliche, egli non esita, pur non avendo, nel passato, rinunciato al duro confronto, a denunciare tutte le aggressioni anche quelle verso i socialisti. E siamo al momento cruciale della vita di don Minzoni con l’esplosione della insofferenza dei fascisti che diventa violenza quando il sacerdote decide di fondare nella parrocchia un’associazione scoutista cattolica e rivendica la possibilità di far sfilare i giovani negli spazi pubblici sui quali i fascisti pretendono di avere un controllo esclusivo. Nella formazione scoutistica don Minzoni vuole inserire anche l’educazione a una virile espressione dei principi della fede cattolica. Siamo, così, alla contrapposizione alla educazione dei giovani alla fede fascista impregnata di una virilità nazionalista, guerriera e bellicista che il Duce vuole imporre e che trova visibilità nella formazione dei ragazzi vestiti da balilla. Italo Balbo non può consentire questa libertà e decide di dare una lezione esemplare al sacerdote ribelle. Nella notte del 23 agosto 1923, i due squadristi-sicari, Molinari e Casoni aggrediscono, picchiandolo selvaggiamente, don Minzoni che muore dopo una breve agonia. Si compie, così, il suo martirio: politico o cristiano? A questo interrogativo ha risposto, di recente, il card. Zuppi, presidente della Cei: “faceva politica e, in fondo, se l’era cercata. Se è così, il cristiano se la cerca sempre perché chiamato a un amore incarnato, nella storia, senza limiti.” La cronaca ci racconta che i due sicari condannati, a suo tempo, solo per omicidio preterintenzionale, furono, poi, assolti dalla Cassazione.
Con l’amnistia del 1946, decretata dal ministro di giustizia del tempo, Palmiro Togliatti, come altri gerarchi fascisti, i due sicari di don Minzoni furono posti in libertà.
Le iniziali celebrazioni collegarono la vittima cattolica della violenza fascista con Giacomo Matteotti, la vittima socialista, in una sorte di crudele e tragico gemellaggio. Lo storico parlamentare socialista, ucciso il 10 agosto 1924, un anno dopo don Minzoni, all’indomani di un celebre, potente e coraggioso discorso alla Camera in cui aveva denunciato i brogli elettorali e la violenza che avevano consentito la vittoria del fascismo, aveva anche accusato, riferendosi all’uccisione di don Minzoni, di barbarie e viltà i capi fascisti.
Ma la memoria ecclesiale di don Minzoni svanì quando Mussolini instaurò, nel gennaio 1925, la dittatura. Il papa del tempo Pio XI fece la scelta di accantonare le ragioni del dissenso per valorizzare gli elementi che accumunavano il regime alla dottrina sociale cattolica: una vita, cioè, collettiva, gerarchica, corporativa, ruralista, familista, natalista. Il ricordo del sacerdote, alimentato dagli eredi del partito popolare sarà ripreso dalla Democrazia cristiana e, nella comunità ecclesiale troverà spazio dopo la rivalutazione che compirà Giovanni Paolo II, il papa polacco, che lo erigerà a simbolo dei preti vittime dei totalitarismi nazifascisti e comunisti.
Sfuma così dalla storia, richiamando le affermazioni del card. Zuppi, la comprensione dell’alternativa che don Minzoni, in quel tempo fatto di scelte cruciali a costo della vita, ha rappresentato rispetto alle scelte compromissorie di un’autorità ecclesiastica che aveva deciso di non opporsi, senza dubbi e incertezze al fascismo.
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