C'è un curioso sport nazionale che non richiede né allenamento né arbitro: cambiare la legge elettorale ogni volta che quella precedente comincia a produrre risultati.

Il risultato, negli anni, è stato singolare. Abbiamo cambiato formule, collegi, premi, soglie, coalizioni e persino il modo di raccontare le elezioni. 

È rimasta una sola costante: la difficoltà di trasformare il voto degli italiani in una maggioranza parlamentare capace di governare.

Non è un dettaglio.

 In Italia il Governo deve avere la fiducia di entrambe le Camere. Camera e Senato hanno una posizione sostanzialmente paritaria. 

E il Senato, per Costituzione, è eletto a base regionale. L'articolo 57 non è un consiglio dell'arredatore: è una disposizione costituzionale.

Da qui nasce il problema. Si può vincere in Italia e perdere la maggioranza al Senato. Si può vincere alla Camera e non avere i numeri a Palazzo Madama.

Si può essere il primo partito del Paese e scoprire, il mattino dopo le elezioni, che la matematica parlamentare ha deciso di non riconoscere la vittoria politica.

La democrazia, naturalmente, è fatta anche di matematica. Il guaio è quando la matematica diventa più importante del risultato che dovrebbe rappresentare.

Il ballottaggio? Meglio lasciarlo alle amministrative

Una tentazione è stata quella del ballottaggio nazionale.

L'idea è semplice: se nessuno raggiunge una determinata soglia, si torna alle urne e si sceglie tra i primi due.

Sembra semplice.

In realtà, quando si entra nella Repubblica parlamentare italiana, la semplicità comincia a prendere le ferie.

La Corte costituzionale ha già dichiarato illegittimo il ballottaggio previsto dall'Italicum.

E poi resta il problema più elementare: se il ballottaggio costruisce una maggioranza alla Camera, chi garantisce che quella stessa maggioranza esista al Senato?

La Costituzione non dice che il Senato debba essere informato del risultato della Camera.

Dice che il Senato è un'altra Camera.

E che è eletto a base regionale.

Dunque, meglio non chiedere alla Costituzione di adattarsi alla legge elettorale.

È la legge elettorale che deve imparare a convivere con la Costituzione.

La proposta: 42 per cento

La soluzione parte da una regola semplice.

Niente premio a chi semplicemente arriva primo.

Per ottenere il premio occorre raggiungere almeno il 42 per cento dei voti validi a livello nazionale.

È una soglia volutamente alta. Significa dire all'elettore: Se vuoi che il tuo voto contribuisca a costruire una maggioranza, devi aver espresso un consenso abbastanza consistente da giustificare quella maggioranza. 

Il premio non sarebbe quindi una lotteria. Sarebbe la conseguenza di un consenso qualificato. La Corte costituzionale ha riconosciuto al legislatore un'ampia discrezionalità nella scelta del sistema elettorale, ma ha anche sottolineato i limiti derivanti dalla ragionevolezza, dalla rappresentatività e dalla proporzionalità.

Ed è proprio qui che la proposta cerca il suo equilibrio. Ma il 42 per cento nazionale non basta Qui arriva la parte più delicata. Il Senato è regionale.

Dunque non sarebbe sufficiente dire: Hai preso il 42 per cento in Italia, quindi ti diamo il 55 per cento dei senatori. Troppo semplice.

E proprio per questo troppo esposto. La proposta introduce una seconda soglia: 42 per cento anche nella Regione.

Una Regione può quindi concorrere alla formazione del premio senatoriale soltanto se la coalizione ha ottenuto almeno il 42 per cento dei voti in quella Regione.

È una garanzia politica e territoriale. Per ottenere un vantaggio nella composizione del Senato non basta dire di rappresentare l'Italia. Bisogna dimostrare di avere un consenso significativo anche nei territori nei quali si chiede che quel consenso produca seggi.

E qui entra in campo la matematica

Supponiamo che, dopo la distribuzione ordinaria dei seggi, la coalizione vincente abbia ottenuto 102 senatori. Per arrivare al 55 per cento ne servono 110.

Mancano otto seggi. Nessun ministro decide dove metterli. Nessuna trattativa notturna. Nessun algoritmo misterioso custodito in una cassaforte. La legge stabilisce prima il criterio.

Per ogni Regione nella quale la coalizione ha superato il 42 per cento si calcola un indice di priorità. Quanto più la coalizione supera il 42 per cento e quanto maggiore è il numero dei seggi della Regione, tanto maggiore sarà la sua priorità. 

Le Regioni vengono ordinate. E comincia l'assegnazione. Un seggio. Poi un altro. Poi un altro ancora. Fino a raggiungere 110. 102, 103, 104, 105, 106, 107, 108, 109, 110.

A quel punto il procedimento si ferma. Non 111. Non 112. Non il 60 per cento. 55 per cento. La macchina elettorale ha raggiunto il limite e si spegne.

Perché «gradualmente» è la parola importante

Il premio non viene calato dall'alto come un regalo di Natale. Viene costruito progressivamente. E la priorità viene data alle Regioni dove il consenso della coalizione è più forte.

Immaginiamo cinque Regioni. Nella prima la coalizione ha ottenuto il 57 per cento. Nella seconda il 53. Nella terza il 50. Nella quarta il 47. Nella quinta il 44.

Tutte hanno superato il 42 per cento. La legge le mette in graduatoria. E comincia dalla prima. Se bastano due seggi, ne assegna due. Poi passa alla seconda.

Se ne bastano altri due, ne assegna due. E continua. Fino a quando il Parlamento raggiunge il punto stabilito. È una procedura quasi noiosa.

Ed è precisamente questo il suo pregio. In materia elettorale, quando una cosa importante diventa noiosamente prevedibile, spesso significa che qualcuno ha finalmente fatto bene il proprio mestiere.

Ma c'è un limite che non si può nascondere sotto il tappeto

Ed è qui che la proposta deve essere onesta. Il 55 per cento non può essere garantito in ogni possibile risultato elettorale se contemporaneamente imponiamo che il premio senatoriale possa essere attribuito soltanto nelle Regioni dove la coalizione ha superato il 42 per cento.

Immaginiamo una coalizione che prenda il 42 per cento nazionale, ma che superi il 42 per cento soltanto in poche Regioni.

Quelle Regioni potrebbero non avere abbastanza seggi per portare la coalizione a 110 senatori. La matematica non si convince con un comunicato stampa.

In quel caso il sistema si ferma. Ed è proprio questa clausola a renderlo più serio. La legge direbbe: Il premio è automatico, ma non può violare la base regionale del Senato né superare il consenso territoriale necessario per attribuirlo.

Se il 55 per cento è matematicamente raggiungibile, l'algoritmo ci arriva. Se non è raggiungibile senza violare le condizioni stabilite dalla legge, il sistema non inventa seggi.

Perché una legge elettorale può distribuire seggi. Non può crearli dal nulla.

E le opposizioni?

Restano. E devono restare. Una maggioranza del 55 per cento significa che il 45 per cento dei seggi resta fuori dalla coalizione vincente.

Non è un Parlamento trasformato in un applausometro. È una maggioranza. Con un'opposizione. Con commissioni. Con dibattito. Con il controllo parlamentare. Con la possibilità di sconfiggere politicamente il Governo.

La governabilità non è il diritto della maggioranza di avere sempre ragione. È il diritto della maggioranza di poter decidere dopo avere assunto la responsabilità delle proprie decisioni. 

La regola vale per tutti

Questo forse è il punto politicamente più importante. La legge non deve essere scritta pensando a chi potrebbe vincere oggi. Deve essere scritta pensando a chi potrebbe perdere domani. 

Perché una buona legge elettorale è quella che piace anche quando non conviene. Se una regola sembra intelligente soltanto quando la utilizza il proprio partito, non è una regola.

È un auspicio. E se nessuno arriva al 42 per cento? Niente premio. Il Parlamento rispecchia la frammentazione del Paese. E le forze politiche devono cercare una maggioranza.

È una soluzione meno spettacolare, ma perfettamente democratica. Se gli italiani non hanno consegnato a nessuno un consenso sufficiente per governare da solo, nessun algoritmo deve fare il mago.

La politica deve fare la politica. Il vero obiettivo La proposta, in fondo, non promette un miracolo. Promette qualcosa di più modesto e, proprio per questo, più utile.

Ridurre la distanza tra il voto espresso dagli italiani e la possibilità concreta di governare. La formula è semplice: 42 per cento nazionale.

42 per cento regionale per accedere al premio senatoriale nella singola Regione. Attribuzione progressiva dei seggi secondo una graduatoria matematica delle migliori performance regionali.

55 per cento come tetto massimo della maggioranza. Nessun ballottaggio nazionale. Nessuna modifica della Costituzione. Nessun seggio creato dal nulla.

E soprattutto: nessuna discrezionalità politica nell'assegnazione del premio. La matematica decide secondo una formula conosciuta prima del voto. La politica, invece, resta libera

C'è infine un'ultima cosa che nessuna legge elettorale può garantire. 

La fedeltà dei parlamentari. Un deputato può cambiare gruppo. Un senatore può cambiare idea. Una coalizione può dividersi. Un Governo può perdere la fiducia.

È la libertà del mandato parlamentare. 

La legge può consegnare a una coalizione 220 deputati e 110 senatori. Non può consegnarle 330 coscienze. E forse è giusto così. Perché una democrazia nella quale i  parlamentari fossero legati come vagoni a una locomotiva sarebbe certamente più ordinata.

Ma non necessariamente più libera. Una legge elettorale dovrebbe fare una cosa sola Non dovrebbe decidere chi deve vincere.

Non dovrebbe impedire a qualcuno di vincere. Non dovrebbe costruire artificialmente un vincitore. Dovrebbe fare qualcosa di più semplice: quando gli elettori hanno dato a una forza politica un consenso abbastanza grande, deve consentirle di assumersi la responsabilità di governare.

E quando quel consenso non c'è, deve avere il coraggio di non inventarlo. Questa è forse la differenza tra un premio di maggioranza e un premio alla politica.

Il primo assegna seggi. Il secondo assegna responsabilità. E, in una democrazia parlamentare, sarebbe già un bel passo avanti. Perché alla fine il problema non è soltanto sapere chi ha vinto.

È fare in modo che, il giorno dopo, qualcuno possa finalmente governare.