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  • Roma - Mercoledì 14 Ottobre 2026

Ucraina, Zelensky ringrazia Meloni per il sostegno incondizionato: "Posizione chiara e di principio"

Il presidente ucraino da Londra evidenzia la convergenza con Roma per una pace giusta. Alla Camera e al Senato le comunicazioni della premier sul Consiglio europeo: affondo su gas russo, spesa militare, Piano Mattei, sanzioni statunitensi, immigrazione e controlli alle frontiere.

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Un convinto ringraziamento all'Italia per la fermezza del suo posizionamento geopolitico a fianco di Kiev. Il presidente dell'Ucraina, Volodymyr Zelensky, ha espresso sulla rete sociale X il proprio apprezzamento nei confronti della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

“Grazie, Giorgia Meloni, per il tuo sostegno, per la tua posizione di principio chiara e inequivocabile. Grazie per aver compreso chi sia l’aggressore e cosa significhi costruire una pace dignitosa e duratura. Ciò è possibile solo grazie alla forza e agli sforzi congiunti nell’interesse della sicurezza”, ha affermato il capo di Stato ucraino, contestualmente alla sua visita nel Regno Unito per un'udienza con Re Carlo III.

La presa di posizione del leader ucraino giunge a margine delle comunicazioni rese dalla premier al Parlamento in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Rispondendo alle tesi dell'opposizione e a un possibile ripristino delle importazioni energetiche da Mosca, Meloni ha replicato duramente alla Camera: “Il gas russo non costa meno agli italiani, ma ai russi: il prezzo in Europa è stabilito dalla Borsa olandese e quando il gas arriva viene venduto a un unico prezzo. Anche negli anni di maggior importazione in Italia la componente è stata inferiore al 40% del totale: una nuova importazione di gas russo non comporterebbe una riduzione del prezzo per diversi anni. Vorrei capire quali sono gli interessi che si stanno difendendo reiterando questa proposta: non mi pare che in questo caso si vogliano difendere gli interessi italiani”.

Con riferimento al rispetto delle premesse di legislatura e ai mutamenti parlamentari, la premier ha aggiunto: “Sull’Ucraina stiamo facendo esattamente quanto scritto nel programma del 2022, quando sono stati eletti con noi anche i deputati di Futuro nazionale: sono certa che il cambio di posizione a fine legislatura sia genuino e non determinato dal rischio di una mancata rielezione nei partiti in cui eravate stati rieletti, ma in questo caso sarebbe più credibile rassegnare le dimissioni e ricandidarsi con le nuove tesi che sostenete; in altri casi siamo dinanzi all’ennesimo caso di trasformismo”.

In merito al governo dell'Unione Europea, il capo del governo ha rimarcato la necessità di una revisione metodologica dei processi decisionali: “Credo che l’Europa debba essere inclusiva e non impositiva: esistono strumenti migliori per creare equilibrio tra efficacia, efficienza e inclusività rispetto al superamento dell’unanimità. Se l’Europa pretende di fare tutto non riesce a farlo adeguatamente ed è molto più difficile trovare convergenze tra gli Stati membri, mentre se concentrasse le energie sulle questioni su cui gli Stati nazionali non competono da soli sarebbe molto più facile trovarle: la cooperazione rafforzata consente a una serie di paesi di fare una serie di passi avanti volontariamente, è uno strumento che dal mio punto di vista non è stato adeguatamente utilizzato e di cui si sta iniziando a parlare solo ora”.

Inoltre, chiamando direttamente in causa il Movimento 5 Stelle e l'atteggiamento dei partiti di opposizione sulla risoluzione per il sostegno a Kiev, Meloni ha incalzato la minoranza: “Credo che il M5s, qualora tornasse al governo, dovrebbe dirci qual è la posizione dell’Italia rispetto alla Nato e se ritengono che dovremmo abbandonarla: non si può stare con un piede in tutte le scarpe. La risoluzione presentata al Senato sull’Ucraina chiede di sostenere una tregua energetica e la cessazione degli attacchi russi alle centrali elettriche ucraine, nonché gli attacchi ucraini alle raffinerie russe: la coalizione d'opposizione ha abbandonato l’aula per non partecipare alla votazione, mi chiedo se alla Camera farà la stessa cosa ma soprattutto perché”.

Sul versante delle dinamiche geopolitiche nel continente africano, la premier ha difeso l'iniziativa strategica governativa, lamentando la parzialità dei rilievi delle opposizioni: “La presenza russa in Africa è una questione che il nostro governo ha posto fin dall’inizio: abbiamo rivendicato tante volte a livello europeo che, mentre eravamo disponibili a offrire il nostro contributo sul fianco est, ritenevamo inaccettabile che non si prestasse la stessa attenzione al fianco sud; dinanzi a un’instabilità simile bisogna difendere tutti i fianchi dell’alleanza. Mi dispiace che le opposizioni contestino ingiustamente il piano Mattei: è una strategia che l’Italia dovrebbe portare avanti anche quando questo governo dovesse non esserci più; i paesi africani preferiscono cooperare con noi piuttosto che con altre potenze che in un momento successivo gli lasciano poco”.

Ampio spazio nell'intervento al Senato è stato riservato alla competitività industriale europea e alla transizione energetica: “Sono sempre più numerose e complesse le scelte che l’Ue è chiamata a compiere per difendere la capacità di restare competitiva e sicura. La questione che pesa più di tutto sulla competitività è il costo dell’energia, non possiamo chiedere alle imprese europee di competere e, allo stesso tempo, accettare che paghino l’energia più dei loro concorrenti. La decarbonizzazione non può essere deindustrializzazione, a maggior ragione in questo quadro geopolitico”, con la richiesta di un'azione coordinata e rapida.

Sul piano normativo, Meloni ha sancito che “se una regola produce conseguenze che non erano state previste o aggravano situazioni di rischi, quella norma va corretta perché noi dobbiamo difendere i cittadini da regole sbagliate. Si può fare, grazie all’Italia è accaduto diverse volte”.

Sulla prosecuzione del conflitto ucraino, il verdetto di Palazzo Chigi resta ancorato all'equilibrio negoziale raggiunto con il riarmo e la resistenza: “Continuo a ritenere che questo stallo sia l’unico strumento per portare la Russia su un tavolo negoziale serio. Tutti vogliamo che si arrivi alla pace, ma il sostegno all’Ucraina non è un’alternativa alla pace, ma ciò che la rende possibile perché se l’aggressore può puntare sulla resa dell’avversario che bisogno ha di negoziare? Ma la resa è conquista. Se l’Ucraina smettesse di difendersi non avremmo la pace, discuteremmo dell’occupazione di una nazione europea e del ritorno di un imperialismo sovietico. Solo una pace giusta può durare e mettere al sicuro l'Europa e i suoi interessi, la posizione del governo non cambia”.

Nel quadro delle crisi internazionali globali, "le tensioni geopolitiche incidono sulla sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento, sul costo del carburante e su quello della vita. In un momento così complesso c’è almeno una cosa che dipende da noi: fare in modo che l’Europa non resti a guardare. Per questo continuo a chiedere che i Ventisette individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. E se ad esempio Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato a tre, ritengono di poter fare da sole meglio di quanto potremmo fare tutti insieme, e finora è questa la scelta che hanno fatto, allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti. Perché sarò onesta: considero secondario il tema di chi siede a quale tavolo. Mi interessa a nome di chi si siede al tavolo, e per dire cosa. Un’Europa che si divide sui formati offre un’immagine di sé infantile, ed è l’unico vero regalo che possiamo fare a Mosca. E di regali a Mosca, di questi tempi, ne sono già stati fatti abbastanza”.

Valutazioni critiche sono state espresse verso l'accordo sul gasolio russo ventilato a livello internazionale: “Dobbiamo considerare anche l’intesa sul gasolio russo annunciata venerdì scorso dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. È una scelta che considero molto rischiosa. Chiaramente tutti comprendiamo, e condividiamo, l’esigenza di contenere i prezzi dell’energia che pesano su famiglie e imprese, anche in Italia. Ma dobbiamo essere consapevoli che l’impennata dei prezzi del carburante è dovuta soprattutto alla guerra in Iran, non al conflitto in Ucraina. Dunque, il risultato di questa scelta è dubbio, mentre i rischi sono chiari: una legittimazione per Mosca mentre le sue bombe continuano a cadere sulle città ucraine, nuove entrate con cui finanziare la guerra, un implicito indebolimento della leva sanzionatoria”.

Relativamente alle risorse stanziate per il riarmo e la sicurezza, la premier ha difeso la condotta dell'esecutivo: “Ricordo che la maggiore flessibilità per difesa e sicurezza significa essenzialmente risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei. Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola: se non li spendessimo per la difesa, non potremmo spenderli per altro. Chi racconta che più sicurezza significa meno ospedali, risorse distratte dai servizi essenziali da un governo di guerrafondai, mente sapendo di farlo. Tanto più se gli stessi che oggi ci accusano dall’opposizione, quando erano al governo approvavano – in piena pandemia – un aumento delle spese militari da circa 15 miliardi di euro. E allora non c’era neanche la guerra in Ucraina”.

Infine, Meloni si è pronunciata sul corridoio umanitario in Medio Oriente, sulla crisi nel Golfo e sul dossier immigrazione. Per la striscia di Gaza “la situazione resta drammatica. Servono più aiuti e servono in fretta. E serve un’iniziativa politica per verificare se Hamas sia davvero disposta a deporre le armi”. In Iran e nel Mar Rosso ha sollecitato un intervento operativo più incisivo: “Credo che l’Europa debba impegnarsi in prima persona, a partire dal rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso, che l’Italia oggi guida e che si regge in larga parte sul contributo di pochissime Nazioni. Servono più navi, e servono ora”. Sul capitolo migratorio, rivendicando l'inversione di rotta in sede comunitaria e il calo del 50% degli arrivi registrato dall'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ha affermato che “l’alternativa alle porte aperte è sempre esistita. Per anni, semplicemente, si è scelto di non perseguirla”.

E in merito al ripristino temporaneo dei controlli di confine marittimi e aerei con la Spagna a seguito delle tensioni registrate a Ceuta, la premier ha respinto le contestazioni interne: “Considero abbastanza surreali le polemiche che ne sono seguite, soprattutto da parte di alcuni partiti di opposizione. Dal 2006 a oggi, gli Stati Membri vi hanno fatto ricorso quasi 500 volte, e in oltre 30 casi i controlli hanno riguardato direttamente l’Italia. Non accettiamo che difendere i confini sia un diritto per gli altri e una colpa quando riguarda l’Italia”.

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