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Nei giorni dal 2 al 28 febbraio, dalle 13 alle 20, si tiene a Bangkok, una mostra fotografica davvero molto particolare e che mostra -ancora una volta- lo spessore e la creatività del Genio Italiano all’estero, in questo caso in terra di Thailandia. La mostra si tiene presso la Galleria-Sala Espositiva 6060 Arts Space (BTS Saphan Kwai) di Bangkok ed è intitolata “LadyB”. Nella presentazione della mostra si scrive: “In Thailandia oggi, ci sono diverse culture, religioni e standard sociali che convivono insieme. Il progetto "LadyB" è nato dalla collaborazione con la modella e performer thailandese Phanuwat Srirachat. L'idea ispiratrice era quella di mostrare diversi punti di vista sulle speranze e gli sforzi di un giovane gruppo di transgender thailandesi che vivono a Bangkok. Mettendo insieme la fotografia realistica di Mattia e i selfie e le immagini Instagram della modella, il progetto mira a mostrare senza giudizio come le diverse prospettive possano aiutare a costruire una migliore comprensione dell'insieme”.
In occasione della Mostra abbiamo intervistato il fotografo Autore degli scatti in mostra, Mattia Baldi.
Il progetto “Lady B”, la mostra che si svolge a Bangkok, è estremamente interessante. Non solo dal punto di vista strettamente fotografico e visuale ma anche per lo spaccato antropologico/culturale che contiene e trasmette. Il mondo dei transgender, dei “Lady Boy” in Thailandia, ha una relazione col tessuto sociale thailandese, in termini di accettazione e connotazione culturale, molto diverso dal rapporto che si riscontra in Italia e in tante Nazioni cosiddette “evolute”. Puoi raccontarci come nasce, in base a quali tue pulsioni e intuizioni?
Ciò che hai colto è il punto fondamentale della mia ricerca. Vengo dal mondo della pittura e del disegno, ho fatto il Liceo Artistico con la specializzazione in Accademia dove mi sono laureato con 110 e lode e poi successivamente ho intrapreso gli studi di Fotografia. Mio padre era fotografo, scriveva di Fotografia ed il fratello di mio nonno era un famoso fotografo italiano, quindi c’era un grosso background fotografico in casa mia, però, personalmente, mi sono formato secondo un percorso differente: con la Pittura. Che è una formazione profondamente diversa rispetto a quella della Fotografia, del “fotografo che fa Fotografia”. Mi sono sempre interessato del dato antropologico-culturale, della antropologia urbana fin dal 1999. Ritrarre l’elemento umano, ritrarre la società moderna, è sicuramente il motivo per il quale faccio quello che faccio. Ora vivo a Bangkok, un posto dove non ero mai stato in vacanza ed al quale mi ci ha portato la Vita, un percorso più interessante, per certi versi. Ho vissuto in Asia in differenti contesti, in parte per decisione personale, in parte per lavoro. La Thailandia è una delle tappe di questo mio personale percorso esperienziale. Ho svolto il lavoro di fotografo in-house per alcune agenzie di comunicazione e poi, di recente -poco prima del Covid- ho deciso di avere un mio proprio business. Svolgendo il mio lavoro per alcuni brand internazionali, mi sono -così- ritrovato a Bangkok, in una Thailandia dove la Cultura è molto più variegata di quella cinese, più interessante, mi piacque molto, mi piace ancora. Ed ho visto che un certo tipo di Thailandia non era mai stata rappresentata. I media, soprattutto italiani ma non solo, solitamente raccontano aspetti di conoscenza comune, credenze popolari, insomma aspetti che garantiscono una certa presenza e quindi convalidano delle idee pre-esistenti. La Thailandia è molto di più di certi hashtag come “prostituzione”, “prostituzione minorile”, “corruzione”. Ho trovato alcuni di questi “Lady Boys” molto creativi e mi son da subito piaciuti i risultati dei test fotografici realizzati insieme, molto interessanti come veicolo per dire che la Thailandia è molto altro, che le nuove generazioni sono molto lontane dalle prostitute Anni ’80 di Patpong, che siamo davanti a generazioni di giovani e giovanissimi dove abbondano ballerini, attori, influencer. Tutto questo è confluito nel mio libro dove ci sono i miei scatti, naturali, non ritoccati, unitamente ai loro lavori, selfie e creazioni da loro stessi realizzate.
Hai viaggiato molto e molto vissuto all’estero, soprattutto in Nazioni asiatiche come la Cina e la Thailandia, dove oggi risiedi. Come riesci a cogliere l’evoluzione di queste Nazioni attraverso la macchina fotografica? Che cosa ti interessa in particolar modo, in termini di step iniziale?
E’ una domanda particolare. Sono venuto in Asia nel 2006, a Pechino, quindi prima delle Olimpiadi del 2008, senza conoscere nemmeno una parola di Inglese né tantomeno di Cinese. Mi sono lanciato in una esperienza ai confini della incoscienza, però, passati i primi due anni, cominciai a trascorrere una vita molto più rilassata e tranquilla. Vivere l’evoluzione di questi Paesi è un po’ complicato perché bisognerebbe scendere nel dettaglio e spiegare bene di quale Paese stiamo parlando. La Cina, ad esempio, ha avuto una grossa evoluzione negli ultimi vent’anni, nel momento in cui vi sono arrivato non avevo ancora coscienza del fatto che quella cui stavo assistendo era la fine della fase nella quale la Cina si è aperta al Mondo, prima della chiusura del 2010. Ci sono i comunicati stampa, le leggi del tempo, che lo attestano in modo inequivocabile. Stavo vivendo un momento d’oro, si trattava di una Cina aperta, curiosa, di una curiosità che non ho riscontrato in Malesia, Thailandia, Cambogia, Laos dove c’è una ignoranza scolastica estesa, programmi scolastici qualitativamente bassi, persino più di quello cinese. Nel Sud Est Asia trovo molto raramente, quasi mai, la stessa curiosità che ho riscontrato in Cina, dove si vuol conoscere da dove viene la pizza, dove è nato il Calcio, si vuol conoscere il ruolo della Gran Bretagna nel passato, quando era una potenza marinara mondiale, insomma, curiosità verso la World History e che non trovo nelle Nazioni Sud Est asiatiche. Questa particolare propensione cinese, secondo me, ghettizzerà -a breve- molta parte del Continente Asiatico. Da quando sono in Thailandia, ad esempio, ravvedo che la Cina sta già progressivamente condizionando la cultura del fare dei Thai prima ancora che essi stessi se ne rendano conto.
Un’ultima domanda: cosa vorresti comunicare a chi voglia intraprendere una esperienza umana, esistenziale e professionale come la tua in una Nazione che non è quella dove si è nati?
Quando sono partito, con me molti miei amici son partiti ed ognuno è andato in posti diversi. Chi è andato a New York, chi a Los Angeles, chi a Berlino e tutti sono rimasti lì. Come io vivo da vent’anni qui, loro son vent’anni che vivono lì dove sono. Quando ci rivediamo, soprattutto attraverso video calling in tempi recenti, abbiamo tutti problemi abbastanza simili, tipo gestione dei documenti, visti, il livello di criminalità locale ma, poi, superato questo livello superficiale iniziale, le differenze -in termini di penetrazione del territorio- emergono e sono molto variegate. Dipende da diversi fattori, tipo di lavoro, preparazione, attestati, etc. Io -ad esempio- all’estero ho potuto per lungo tempo insegnare all’Università mentre in Italia, per poterlo fare avrei dovuto impiegare un percorso complesso e molto più lungo. I titoli, la laurea, gli attestati che ho, mi hanno consentito di poter avere un percorso didattico che in Italia non avrei potuto avere. L’Italia, da certi punti di vista, è ancora molto provinciale, basti confrontare i programmi didattici francesi, tedeschi per non dire di quelli inglesi, per rendersi conto delle capacità di percepire il circolo delle informazioni e la rappresentazione del mondo che viene fatta altrove rispetto a quanto accade in Italia. Promuovo quindi, l’andare in tutto il Mondo ma -comunque- bisogna saper fare qualcosa, bisogna essere molto intraprendenti, molto poco schivi, anzi, bisogna essere molto “sociali”, in questo modo si eleva il livello di spendibilità della propria configurazione professionale e certamente il livello dei compensi è maggiore che nella propria Nazione, soprattutto per quel che riguarda il caso italiano.
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