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  • Roma - Giovedì 27 Agosto 2026

Washington, la voce degli italiani d’America: Maby Palmisano racconta il lavoro dei COMITES

La presidente del COMITES di Washington DC e coordinatrice nazionale dei COMITES negli Stati Uniti racconta a Prima Notizia 24 il suo percorso tra ricerca, cooperazione internazionale e impegno per la comunità italiana: dai servizi consolari alla lingua, dal turismo delle radici alla rappresentanza degli italiani all’estero.

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di Demetrio Crucitti

Prima Notizia 24 – Agenzia di Stampa Quotidiana Nazionale – Italiani nel Mondo ha lanciato nei giorni scorsi un invito ai COMITES di tutto il mondo per far conoscere meglio le attività svolte dai nostri connazionali all'estero. La prima a rispondere è stata la Presidente Maby Palmisano, del COMITES di Washington DC e Coordinatrice nazionale di tutti i COMITES degli Stati Uniti (NELLA FOTO).

Più che un'intervista, è stata una piacevole conversazione: la Presidente Palmisano, romanissima e italianissima, si è resa subito disponibile, trovandosi a Roma proprio nei giorni in cui abbiamo potuto realizzare l'intervista prima del suo rientro negli Stati Uniti. Abbiamo affrontato tre aspetti: il percorso di studi e ricerche, l'ambito professionale nel non-profit e nella cooperazione, e le attività in seno al COMITES.

Ci racconti il suo percorso di studi, formazione e ricerche.

"Il mio percorso accademico inizia con la laurea in Sociologia delle Organizzazioni alla Sapienza di Roma, con specializzazione in sociologia militare sotto la guida del professor Fabrizio Battistelli, che mi coinvolse anche nell'attività di Archivio Disarmo, la no-profit presieduta dal senatore Anderlini. Circa trentatré anni fa svolgemmo ricerche sul sistema militare italiano, in particolare sul contingente in Jugoslavia, rapportandoci con il generale Calligaris: ne emersero una preparazione solida dei nostri militari ma anche limiti nelle competenze linguistiche e diplomatiche. Da quel lavoro nacque anche una proposta di legge del senatore Anderlini per abolire la leva obbligatoria — trasformazione già avvenuta negli Stati Uniti nel 1973.

La mia intenzione era seguire il professor Battistelli e diventare docente universitaria; nel frattempo lavoravo in Italia presso il CNR e l'ISTAT. La svolta arrivò nel 1994, con una borsa come visiting scholar alla Texas A&M University. Quei nove mesi in Texas sono diventati più di trent'anni, perché da lì mi offrirono il dottorato in sociologia militare all'University of Maryland, alle porte di Washington DC.

Subito dopo la laurea ero già stata in Inghilterra con una borsa Jean Monnet, conseguendo un certificato in statistica e metodologia della ricerca sociale all'University of Essex — sondaggi, indagini, focus group. Con quel background vinsi un concorso alla Banca Mondiale, entrando nel 1999 nel World Bank Institute Evaluation Group, dove monitoravo e valutavo progetti governativi, inizialmente su valutazione e land administration, poi sempre più orientata alla cooperazione allo sviluppo e ai programmi finanziati da USAID, tra nutrizione, agricoltura, governance e anticorruzione.

Da lì mi sono spostata dal lato dell'implementazione, dirigendo per quasi vent'anni le funzioni di Monitoring, Evaluation e Learning presso ONG ed enti del settore privato che realizzano sul campo i programmi finanziati da USAID e da altre agenzie del governo americano: prima all'ACDI/VOCA (2007-2015), su sicurezza alimentare e salute materno-infantile in Africa Sub-Sahariana; poi a Creative Associates International (2015-2025), dove ho guidato team di MEL fino a 55 persone su programmi che spaziavano dalla resilienza giovanile nei Caraibi alla governance locale in Burkina Faso, fino a partnership con fondazioni private come la ExxonMobil Foundation.

Con le ristrutturazioni del 2025 e la chiusura di USAID sotto il sistema DOGE — 50.000 persone messe fuori servizio in un solo mese — ho perso diverse opportunità anch'io, e oggi lavoro come consulente non a tempo pieno per l'UNICEF in Nigeria e su un progetto in Ucraina. È ancora presto per andare in pensione: ho davanti almeno altri dieci anni di lavoro, e personalmente vorrei tornare a lavorare in Italia".

Ci racconti della sua integrazione con gli Stati Uniti e Washington.

"Dopo il mio arrivo ho scelto di integrarmi nella società americana, mantenendo inizialmente una certa distanza dalla comunità italiana: cinema, teatro, sport, organizzazione di eventi sono state le mie prime reti sociali. Gestisco anche un Book Club personale, un gruppo di sole donne che discute libri di autori italiani.

Nel 2010 è nato "Italians in Washington DC", fondato da Ivan, un ragazzo bosniaco conosciuto in Banca Mondiale. Ne sono diventata vicepresidente nel 2015 e oggi ne sono presidente. Insieme al COMITES curiamo un calendario fitto: aperitivi, concerti, tornei ufficiali con il CONI, biciclettate, attività per bambini. È una no-profit — si paga il biglietto agli eventi non per profitto, ma per tenere unita la comunità italiana nella regione DMV (Washington-Maryland-Virginia), che online raggiungiamo per circa 8.000 persone. Organizziamo anche eventi culturali — concerti di artisti italiani, celebrazioni come la Festa della Repubblica — e due mini festival cinematografici l'anno in ambasciata, con film gratuiti e discussioni finali.

Sono inoltre delegata dell'Accademia Italiana della Cucina, che valuta l'autenticità dei ristoranti italiani all'estero e organizza cene a tema in tutto il mondo".

Entriamo nel vivo del suo ruolo come Presidente del COMITES.

"La nostra migrazione oggi è diversa da quella storica: ci si sposta per opportunità professionali mantenendo legami forti con l'Italia. Il governo italiano finanzia l'insegnamento della lingua tramite enti promotori che individuano scuole disposte a ospitarli; il COMITES non è un ente promotore ma esprime parere obbligatorio sui loro programmi. A Washington ci sono anche scuole private come Casa Italiana e l'Italian Cultural Society.

Sui visti: senza sponsor è molto difficile ottenere un permesso di lavoro negli Stati Uniti — esistono i visti J e F, oltre al matrimonio, ma la strada resta stretta. Chi lavora qui conosce anche una mobilità professionale molto più alta rispetto all'Italia.

Sono anche presidente di due realtà — COMITES e Italians in Washington DC — oltre che coordinatrice di tutti i COMITES statunitensi, ruolo che mi porta a confrontarmi con il CGIE e con la Direzione Generale per gli Italiani all'Estero. I COMITES si eleggono ogni cinque anni; le prossime elezioni sono a dicembre. Ho espresso preoccupazione per la nuova legge elettorale, che accorpa le circoscrizioni estere — mantenendo distinta l'Europa ma unendo tutte le altre — riducendo la rappresentanza locale: i problemi degli italiani in Nord America sono diversi da quelli in Africa. Abbiamo scritto lettere di protesta e il CGIE ha raccolto le nostre osservazioni".

Come vengono finanziati i COMITES?

"Il Ministero finanzia i COMITES in proporzione al numero di iscritti AIRE nella circoscrizione e all'uso responsabile dei fondi precedenti. Un esempio di progetto speciale è "Tracing Italian Roots": intervistiamo italoamericani e mappiamo le loro storie su una mappa interattiva, collegandole ai borghi di origine. L'ho inserito nel PNRR sul turismo delle radici — Washington e New York hanno già ottenuto finanziamenti, e stiamo cercando fondi per Miami e Los Angeles. L'obiettivo è superare gli stereotipi sull'italiano all'estero e mostrare la vera diversità professionale della comunità — imprenditori, architetti, muralisti".

Come valuta la comunicazione tra Italia e America?

"Rai Italia e RaiPlay soffrono di restrizioni geografiche che spesso richiedono una VPN, con abbonamenti percepiti come datati. Il questionario annuale del Consolato su RAI Italia raccoglie poche risposte; ho suggerito di renderlo online, senza grandi risultati finora. Anche la comunicazione tra sedi estere e Roma resta poco coordinata — siti disomogenei, link obsoleti, sistemi come Fast It non sempre funzionanti — mentre il pubblico a Washington è abituato a servizi efficienti".

Infine, cosa può dirci sulla visibilità dei COMITES?

"In pochi conoscono davvero il ruolo del COMITES. A Washington, grazie a un bacino più piccolo, siamo riusciti a essere operativi: la nostra circoscrizione conta circa 11.000 iscritti AIRE e un direttivo di 12 persone, anche se l'affluenza alle elezioni resta bassa. Ho chiesto al Consolato maggiore visibilità — un link sul loro sito, la condivisione delle nostre comunicazioni — ottenuta almeno in parte. Abbiamo anche proposto lo "Sportello" per aiutare la comunità con pratiche come la carta d'identità elettronica, viste le difficoltà con le prenotazioni online del Consolato.

Mi ricandiderò al COMITES perché credo nel lavoro concreto: formerò una lista di persone motivate e operative, continuando a portare le problematiche della nostra circoscrizione all'attenzione del CGIE e della Direzione Generale per gli Italiani all'Estero".

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