Una delle leggi non scritte della Mostra del Cinema di Venezia è quella di programmare l’ultimo giorno il film che si candida con maggior autorevolezza alla vittoria del Leone d’oro. Quest’anno è toccato al film “Gli orsi non esistono” del regista iraniano Jafar Panahi.
Il regista è stato arrestato lo scorso luglio per aver chiesto informazioni alla polizia sulla situazione di altri due suoi colleghi registi, fermati per le proteste contro i responsabili del crollo di un centro commerciale. Già sottoposto a restrizioni pesanti come quella di non poter girare film in Iran, Panahi ha continuato la propria attività fino alla realizzazione dell’opera presentata in Concorso a Venezia 79. “Gli orsi non esistono” è un film fortemente politico sulla situazione in Iran. Il tema principale è l’impossibilità in Iran di realizzarsi, che rende necessario espatriare per svolgere il proprio lavoro.
A voler rafforzare il coinvolgimento personale lo stesso Panahi interpreta il ruolo del protagonista, che si è rifugiato in un villaggio isolato, al confine con la Turchia, e da lì dirige le riprese che si svolgo in un’altra città, di un documentario su una coppia che cerca di lasciare il Paese utilizzando passaporti rubati. Lei attualmente fa la cameriera in un bar, dopo aver già tentato numerose volte di espatriare, lui si impegna a realizzare il desiderio della compagna.
A causa della difficoltà del collegamento internet che complica il procedere delle riprese, un assistente del regista lo raggiunge, di nascosto, con la scusa di portargli i files delle riprese, in realtà per metterlo in contatto con dei contrabbandieri che lo aiuterebbero a passare in Turchia. Nel frattempo il regista si trova coinvolto in una disputa di paese che riguarda il presunto tradimento di una promessa sposa, legata, secondo un antico rito, con il cordone ombelicale al futuro marito.
Al protagonista viene chiesto di mostrare le foto scattate in occasione della cerimonia di fidanzamento a supporto delle accuse mosse alla sposa ed all’altro pretendente. Mettendo in evidenzia che le accuse sono basate sulla testimonianza di un bambino di 9 anni che però, secondo la legge islamica, non ha valore in Tribunale, il regista fa notare il punto di debolezza del sistema per compensare il quale si rende necessaria una sua dichiarazione davanti al Consiglio degli anziani del villaggio.
Mentre la protagonista del documentario, di fronte all’ennesimo tentativo di espatrio non andato a buon fine, sceglie il suicidio stanca della vita in Iran, il regista/protagonista dimostra che nonostante, grazie ad internet, si può realizzare un film anche a distanza, tranquilli in un luogo sicuro, con la rinuncia al facile espatrio, si riafferma la volontà di rimanere per combattere dall’interno.
L’intellettuale compie questa scelta coscientemente, pronto a rinunciare anche a privilegi pur di consentire a tutti il diritto di esprimere le proprie idee, superando le ottusità delle leggi che il Potere invoca a propria tutela.
“Gli orsi non esistono” ha tutte le caratteristiche richieste ad un’opera degna del Leone d’Oro Il flash mob, tenutosi sul red carpet, prima della proiezione ufficiale del film, aveva lo scopo di ricordare lo stato di detenzione di tanti registi nel mondo, in particolare del regista iraniano che non ha potuto accompagnare questo film a Venezia.
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