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L'Europa rilancia l'accusa: "Usata tossina epibatidina".
L'Europa rilancia l'accusa: "Usata tossina epibatidina".
Nemmeno la morsa dei corpi speciali e il gelo siberiano sono riusciti a fermare il pellegrinaggio della memoria. A due anni dalla morte di Aleksey Navalny, il cimitero Borisovskoje è diventato teatro di una resistenza silenziosa ma potente.
Mentre centinaia di russi sfidavano l’identificazione e l’arresto per deporre una pioggia di fiori sulla tomba del dissidente, dalle mura del Cremlino arrivava la consueta, gelida smentita di fronte alle nuove prove di un omicidio di Stato.
L'area del cimitero è apparsa come una fortezza presidiata fin dall'alba da agenti in assetto antisommossa e unità dei corpi speciali. Tuttavia, la presenza della madre dell'oppositore, Lyudmila, e della suocera Alla Abrosimova, ha fatto da scudo umano al dolore di centinaia di russi che hanno sfilato davanti alla lapide.
Accanto ai cittadini, si è registrata una nutrita presenza di diplomatici europei, un segnale politico inequivocabile inviato a Vladimir Putin: il caso Navalny non è chiuso.
Il clima si è surriscaldato a causa di una pesantissima rivelazione scientifica firmata da Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Paesi Bassi. Le analisi sul corpo avrebbero rilevato tracce di epibatidina, una sostanza neurotossica estratta dalle rane freccia dell'Ecuador, capace di indurre una paralisi respiratoria fatale in dosi infinitesimali.
Di fronte a un'accusa che profuma di esecuzione chimica raffinata, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha risposto con il consueto copione di negazionismo istituzionale: “Respingiamo fermamente le accuse. Le riteniamo parziali e del tutto infondate”.
Una frase che pesa come un macigno e che liquida con un tratto di penna non solo le analisi dei laboratori europei, ma anche la richiesta di verità che sale dalle strade di Mosca. Il Cremlino continua a negare l'evidenza, mentre il mondo osserva le immagini di una Russia che, nonostante tutto, non dimentica il suo martire.
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