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- Roma - Mercoledì 15 Luglio 2026
Camera: via libera all'art. 1 della riforma elettorale e al voto per i fuorisede
Bocciato l'emendamento sulle preferenze dei "vannacciani" che urlano "vergogna" ed espongono cartelli. Meloni: "Volevamo riportare lo Stato dalla parte delle persone perbene, continuiamo a mantenere l'impegno".
Il lungo e tormentato iter della riforma elettorale incassa il suo via libera più importante a Montecitorio, ma non senza pesanti contraccolpi politici. A scrutinio segreto, i deputati hanno infatti approvato l'articolo 1 della legge, il nucleo fondamentale del nuovo sistema proporzionale che introduce un premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi ottiene almeno il 42% dei suffragi, imponendo inoltre il deposito del nome del premier proposto al momento della presentazione dei simboli. Subito dopo l'Aula ha sbloccato anche l'articolo 2.
La seduta è stata caratterizzata da un andamento a due velocità. Se da una parte si è registrato uno storico voto unanime (349 sì) sull'emendamento per il voto dei fuorisede, dall'altra il clima è rimasto tesissimo.
Durante le dichiarazioni di voto l'opposizione si è divisa nell'atteggiamento: molti parlamentari di minoranza hanno infatti voluto lodare pubblicamente la disponibilità e la gestione equilibrata del relatore di Fratelli d'Italia, Angelo Rossi, ringraziandolo per la conduzione dell'esame in commissione.
Poco dopo, tuttavia, la tensione è esplosa nei banchi della maggioranza quando il responsabile organizzazione di FdI, Giovanni Donzelli, ha replicato duramente alle accuse di incostituzionalità lanciate dalle sinistre, tacciandole di non aver nemmeno letto i passati pronunciamenti della Consulta in materia elettorale.
Il momento di massima frizione si è consumato sul voto relativo alle preferenze, emendamento bandiera dei deputati "vannacciani" su cui il relatore Rossi si era rimesso alla decisione dell'Aula. La proposta è stata affondata con 233 voti contrari e solo 139 favorevoli.
Al momento della bocciatura, i parlamentari della fazione interna alla maggioranza hanno scatenato una protesta plateale, interrompendo i lavori con urla di "Vergogna" e mostrando cartelli con gli slogan "Partiti padroni? No! Cittadini sovrani". Poco prima del voto, l'esponente di Futuro Nazionale Davide Bergamini aveva tentato l'appello all'Aula. "Ci riproviamo, diamo la possibilità alla maggioranza di votare le preferenze. Uscite da quella palude in cui sei caduti", ha dichiarato in Aula Davide Bergamini.
La spaccatura sul voto segreto ha subito riacceso le voci di una crisi e di possibili elezioni anticipate. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, è intervenuto per spegnere le polemiche. "Noi non intendiamo concludere la nostra esperienza di governo e siamo orgogliosi della stabilità che abbiamo dato al Paese. Il programma prevedeva il voto domani sera, ora vediamo stamattina come lavora il Parlamento e capiremo. La priorità è chiudere alla Camera e poi la legge andrà al Senato senza le preferenze. E' normale che in un sistema bicamerale l'altro ramo possa modificare il testo ma ne parleremo quando la legge arriverà al Senato. Un passo alla volta, ora chiudiamo la legge alla Camera. Al Senato si può naturalmente modificare. Non so se riusciamo prima della pausa estiva ad approvare la legge elettorale al Senato ma sicuramente a settembre sarà fra i primi se non il primo provvedimento all'esame del Senato", ha affermato Ciriani a "Start" su Sky Tg 24.
Dello stesso avviso anche il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, che ha liquidato i dubbi dei cronisti sulla tenuta della maggioranza. "Ma cosa c'entra? Ci sono cose peggiori di questa, ci sono le guerre", ha tagliato corto.
Sul fronte della presidenza del Consiglio, anche la premier Giorgia Meloni è intervenuta sui canali social per ribadire la solidità dell'azione dell'esecutivo. "Avevamo preso un impegno con gli italiani: riportare lo Stato dalla parte delle persone perbene. Continuiamo a mantenerlo, un provvedimento dopo l'altro", ha scritto la premier Giorgia Meloni.
Le parole della maggioranza sono state però duramente contestate dalla segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che ha evidenziato le profonde spaccature interne al centrodestra. "Noi saremo pronti con le opposizioni in qualunque momento, perché la vera notizia di ieri è che è crollata tutta la narrazione di questo governo che si basava sull'idea di una maggioranza solida e compatta e di divisioni presunte tra le opposizioni. Ieri la fotografia chiara è stata al contrario, c'è stata una maggioranza divisa: è bastata la prima prova di un voto segreto. La legge elettorale era piena di problemi, con un premio di maggioranza abnorme, stanno cercando di far passare il premierato. Giorgia Meloni pur di difendere il suo potere era pronta a sacrificare le altre donne. Ieri è stata punita un'altra arroganza. L'emendamento cancellava completamente la parità di genere anche nei capilista.
Ieri si è fratturata la maggioranza e Meloni ha imposto ai suoi di andare avanti ma evidentemente il problema ce l'ha tra i suoi alleati. E' chiaro che dovrebbe trarne le conseguenze. Siamo all'assurdo in cui la maggioranza cerca di andare avanti fischiettando come se non fosse accaduto niente. E' incredibile che per questo governo la priorità sia cambiare la legge elettorale perchè hanno paura di perdere il potere", ha dichiarato Elly Schlein a Rtl 102.5.
Mentre lo scontro politico si infiamma nei palazzi romani, fuori dal Parlamento si sta già muovendo la macchina dei ricorsi costituzionali contro l'impianto della riforma. "Sono già pronti i ricorsi in decine di tribunali con l'obiettivo di un rinvio degli atti alla Corte costituzionale. Non è pensabile di andare a votare con una legge elettorale che stravolge la nostra Costituzione. Siamo pronti a una mobilitazione in tutto il Paese contro una legge elettorale che stravolge i nostri equilibri democratici", ha annunciato Roberto Zaccaria, coordinatore della Rete contro la riforma della legge elettorale.
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