
- Prima Notizia 24
- Martedì 28 Aprile 2026
Discriminazione e omofobia, condannato lo chef Paolo Cappuccio: dovrà risarcire la Cgil
Il tribunale di Trento ha ritenuto colpevole il cuoco per l'annuncio di lavoro shock pubblicato nel luglio 2025. Oltre al risarcimento, la sentenza dovrà essere pubblicata su un quotidiano nazionale.
Lo chef Paolo Cappuccio è stato condannato per discriminazione a seguito di un annuncio di lavoro pubblicato su Facebook nel luglio 2025, che aveva scatenato un'ondata di sdegno per i suoi contenuti omofobi e ideologici.
Il tribunale di Trento ha stabilito che il cuoco dovrà risarcire la Cgil del Trentino con 6.000 euro, farsi carico delle spese legali e provvedere alla pubblicazione del verdetto su una testata giornalistica a diffusione nazionale.
Il caso era scoppiato quando Cappuccio, incaricato di formare la brigata per un hotel a quattro stelle in Val di Fassa, aveva scritto sui social: "Sono esclusi comunisti/fancazzisti. Master chef del c*** ed affini. Persone con problematiche di alcol, droghe e di orientamento sessuale". Nel post, diventato rapidamente virale, lo chef aggiungeva con disprezzo: "Quindi se eventualmente resta qualche soggetto più o meno normale... Persone referenziate se rimangono ben volentieri".
Nonostante i successivi tentativi di giustificazione in radio e sulla stampa nazionale, in cui aveva cercato di distinguere tra orientamento sessuale e altre condotte, Cappuccio aveva rincarato la dose affermando che "atteggiamenti eccessivamente effeminati guastano l’ordine della brigata".
In quelle stesse occasioni, l'uomo aveva confermato la sua avversione per i comunisti — colpevoli, a suo dire, di pretendere diritti e pagamenti maggiorati — e aveva persino ammesso di avere tatuaggi inneggianti a Mussolini e alla svastica.
La sentenza odierna non è legata a un episodio isolato. Già nel 2020, per una ricerca di personale a Caorle, Cappuccio aveva pubblicato messaggi simili, escludendo esplicitamente "vagabondi", "alcolizzati" e altre categorie da lui definite "disagiate".
Questa volta, però, le sue parole hanno avuto conseguenze legali dirette, sancendo il principio che la libertà di impresa non può giustificare discriminazioni basate sull'orientamento sessuale o sulle convinzioni politiche.
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