Dopo la morte di Silvio Berlusconi, cosa ne sarà del Paese e della politica?
Nel post Berlusconi rimescolamento politico inevitabile. L’analisi dello scrittore meridionalista Mimmo Nunnari che per lunghissimi anni alla Rai si è occupato di analisi politica.
(Prima Notizia 24) | Lunedì 19 Giugno 2023
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Lunedì 19 Giugno 2023
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19 giu 2023 (Prima Notizia 24)
Nel post Berlusconi rimescolamento politico inevitabile. L’analisi dello scrittore meridionalista Mimmo Nunnari che per lunghissimi anni alla Rai si è occupato di analisi politica.
Con la scomparsa di Berlusconi, padre padrone di Forza Italia, l’uomo-azienda che nell’epoca della “a-società”, cioè il tempo della rottura tra mondo di sopra - classe dominante - e mondo di sotto - classe popolare - ha insegnato alla destra a vincere e spinto la sinistra a studiare come perdere, ci sarà nella politica italiana un inevitabile rimescolamento: un rimiscitamento, per usare un termine più efficace del linguaggio esplicito della narrativa epica meridionale dei D’Arrigo e Occhiato.
I partiti, che con l’irrompere di Silvio Berlusconi sulla scena, non sono stati più quelli di prima, dovranno fare i conti con la sua assenza. Con lui, scompaiono anche gli alibi che hanno finora fatto comodo a tutti per coprire le proprie inadeguatezze e mascherare le ipocrisie .
“L'antiberlusconismo - ha detto Enrico Mentana - è stato il grande male della sinistra italiana”. E Mentana, giornalista che ha vissuto con dignità tante stagioni ha ragione, siamo d’accordo con lui.
Dopo la lunga trentennale parentesi berlusconiana - che ha animato, nel bene e nel male, il teatro della politica - di cui si occuperanno in futuro gli storici, per farci meglio capire tutto ciò che in tutti questi anni non abbiamo voluto o potuto capire, scompare anche il pretesto inventato, attraverso i media e la giustizia, per imputare a Berlusconi tutto ciò che non andava bene, nel Paese, nella società e nella politica.
Partiti e movimenti, si troveranno ora di fronte a un’alternativa: tornare a far parte del movimento reale della società - non avendo più alibi per vivacchiare alla giornata - oppure rassegnarsi all’irrilevanza e al continuismo con quell’epoca berlusconiana, fatta di invenzioni, marketing e anche di molti vuoti morali, perché Berlusconi non è stato quello che molti italiani hanno creduto.
Sebbene ancora oggi i partiti abbiano una funzione rilevante, come riconosce la Costituzione, la loro importanza l’hanno via via perduta, avendo cambiato natura: essendosi omologati al berlusconismo, e in particolare al modello “dell’uomo solo al comando”.
Questa idea - sbagliata in democrazia - che esiste un “alto” e un “basso” in politica, governato da uno solo, ha cancellato e delegittimato il “popolo”, col rischio, oggi, che scomparso l’interprete principale, il “mondo di sopra” imploda, sprofondi nel caos della propria inconcludenza, trascinato dal “mondo di sotto”, da quel ceto medio e impoverito che può trasformarsi come una pentola a pressione dove risentimento, frustrazione e rabbia rischiano di diventare qualcosa di ancora peggiore.
Partiti e movimenti, al centro come in periferia, da tempo rassomigliano più a lobby e movimenti che si interessano delle fortune politiche personali dei leader e dei loro stessi interessi politici e non gli resta molto margine per invertire la rotta In Italia, la “virtù” originaria, i partiti l’hanno perduta, paradossalmente, proprio nel tentativo di rispettare il loro scopo; che consiste nel cercare consenso attraverso la partecipazione alle elezioni.
La loro strategia però - escludendo dai programmi progetti e rappresentanza sociale - è rimasta essenzialmente solo l'occupazione delle cariche elettive.
Dal punto di vista tecnico il discorso non fa una grinza. Il fatto è, però, che con la legge elettorale dei “nominati”, a suo tempo voluta da tutti, e che a parole non vorrebbe nessuno, ma che invece piace, perché fa comodo a tutti, avanza solo il populismo, il morbo della separazione sociale e culturale tra le classi superiori e le classi popolari.
La legge che consente di “nominare” i parlamentari, per volere e potere degli uomini soli al comando, e dei loro fidati collaboratori, è lo strumento per cancellare la società e favorire la diserzione dalle urne. Nessuno, da quando questa legge è in vigore, viene più eletto veramente dagli elettori. E’ come se ci fosse stata una secessione delle élite, che ha allontanato la politica dalla società reale.
I partiti, i loro capi, possono scegliere di candidare amici, parenti, fedelissimi, anche moglie e marito o fratelli, sorelle, cognati e cognate. Come è accaduto nell’area di sinistra e del Pd, con Nicola Fratoianni e Elisabetta Piccolotti e Dario Franceschini e Michela De Biase, tanto per fare un esempio.
A scanso di equivoci, onde evitare accuse di maschilismo, diciamo che se scandalo c’è nelle candidature di coppia riguarda gli uomini e non le donne. La carica dei “parenti d’arte” alle ultime elezioni politiche ha riguardato tutti: mogli di, fratelli di, cognati di…. L’elenco è lungo. Nella lunga storia delle leggi elettorali da Cavour a Meloni, quella attuale è forse la peggiore.
Oggi, è necessario riconoscere che il nostro Paese, sul piano della legislazione elettorale, non vive in una condizione di normalità democratica. E’ così che il popolo è scomparso, è scomparsa la classe operaia, i contadini, il ceto medio, che costituiva lo zoccolo duro della classe media e ne incarnava i valori. Di nuova legge elettorale però al momento non si parla più.
Non ne parla là premier Giorgia Meloni, che pensa al presidenzialismo, non ne parla Salvini che pensa all’Autonomia differenziata, non ne parla Conte che ha altro a cui pensare e non ne parla Elly Schlein impegnata a decapitare i “cacicchi” del suo partito e sostituirli con i suoi.
Così vanno le cose e non si può dire che vadano bene. Ma Berlusconi - che è stato un ottimo alibi - non c’è più ed è auspicabile che con l’inevitabile rimescolamento arrivi anche un nuovo sistema elettorale che consenta ai partiti di ricostruire un proprio ruolo sociale, culturale e politico.
Ma se i partiti sono pigri o scettici, rispetto alle necessarie urgenti riforme istituzionali, chi si iscriverà inevitabilmente alla categoria dei perdenti sarà soprattutto la sinistra.
A quel punto servirà una supplenza di tutte le «persone di buona volontà» nella società civile e nella politica, perché cresca un movimento di presa di coscienza e di assunzione di responsabilità che faccia diventare l’Italia un paese normale, che per ora non è.
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